28 Agosto 2026

Alluvione in Nepal, l’ennesimo disastro annunciato che non possiamo più chiamare fatalità

alluvione nepal

Alluvione in Nepal, 469 morti e quasi 1.000 dispersi dopo il collasso di un ghiacciaio. Cosa è successo e perché il cambiamento climatico aumenta i rischi sull’Himalaya

Le immagini dell’alluvione che ha colpito il Nepal raccontano una devastazione difficile da comprendere: case sommerse dal fango, ponti spazzati via, strade cancellate, veicoli trascinati dalla corrente e interi tratti di territorio trasformati in distese di detriti.

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L’alluvione in Nepal del 26 agosto 2026 ha già provocato 469 morti, secondo l’ultimo bilancio diffuso dalla polizia nepalese nella mattina del 28 agosto. Il numero delle persone ancora disperse resta elevatissimo e le operazioni di ricerca e soccorso sono tuttora in corso.

Non si è trattato, però, della classica alluvione provocata da ore di pioggia torrenziale. All’origine della catena di eventi c’è stato, secondo le prime analisi scientifiche, il collasso improvviso di una massa glaciale nell’area dell’Himalaya al confine tra Nepal e Tibet.

Ed è proprio questo elemento a rendere la tragedia particolarmente significativa anche sul fronte della crisi climatica.

Cosa è successo in Nepal

La mattina del 26 agosto, una grande massa di ghiaccio e roccia si è staccata nell’area del Langtang National Park, nel nord del Nepal, vicino al confine con la Cina.

Secondo l’analisi preliminare dello U.S. Geological Survey (USGS), il collasso è avvenuto sul versante settentrionale del Langtang Lirung, una delle montagne più alte dell’Himalaya. L’evento ha generato un’enorme valanga di ghiaccio e detriti che ha raggiunto il sistema fluviale del Lhende Khola, in territorio tibetano.

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La massa di ghiaccio, acqua e roccia ha quindi modificato temporaneamente il corso del fiume, provocando una gigantesca onda di piena che si è propagata verso il Nepal.

Il fenomeno ha interessato in particolare il distretto di Rasuwa, dove si trovano località come Timure e Syabrubesi, per poi propagarsi lungo il sistema del Bhote Koshi e del Trishuli, colpendo anche il distretto di Nuwakot e altre aree a valle.

L’USGS stima che il flusso di detriti e acqua abbia percorso quasi 100 chilometri.

Una delle conseguenze più impressionanti è stata la rapidità con cui il livello dei fiumi è aumentato: lungo il Trishuli, secondo le ricostruzioni disponibili, l’acqua è salita di diversi metri in pochissimo tempo.

Non è stato un terremoto

Nelle prime ore dopo il disastro era stata presa in considerazione anche l’ipotesi di un terremoto.

L’USGS ha però successivamente chiarito che l’attività sismica registrata durante l’evento era probabilmente la conseguenza del collasso e della frana, e non la causa. Il movimento ha infatti generato un segnale equivalente a un terremoto di magnitudo 5,2.

La dinamica è quindi più complessa di quanto apparso inizialmente: ghiaccio, roccia, acqua e detriti si sono trasformati in una gigantesca colata capace di percorrere decine di chilometri verso valle.

Il bilancio dell’alluvione in Nepal

Il bilancio è ancora provvisorio, ma la situazione è drammatica.

Secondo la polizia nepalese, 469 persone sono morte e le operazioni di ricerca dei dispersi continuano. Il numero delle persone ancora non rintracciate supera il migliaio considerando Nepal e Tibet. Tra i dispersi figurano anche numerosi cittadini stranieri, molti dei quali si trovavano nella regione per turismo o pellegrinaggi.

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La violenza dell’alluvione ha inoltre provocato danni enormi alle infrastrutture.

Sono stati distrutti o danneggiati ponti, strade, abitazioni, impianti idroelettrici e strutture di frontiera, rendendo molto più difficili le operazioni di soccorso. Secondo la Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, circa 93.000 persone potrebbero essere state colpite dal disastro, anche se la valutazione è ancora in corso nelle aree più difficili da raggiungere.

La Croce Rossa ha lanciato un appello internazionale da 25 milioni di franchi svizzeri, pari a circa 31 milioni di dollari, per sostenere la risposta all’emergenza e le successive attività di recupero.

Perché il ghiaccio sta diventando un fattore di rischio

È qui che la tragedia del Nepal incontra la crisi climatica.

Non sarebbe corretto affermare che gli scienziati abbiano già dimostrato che il collasso del ghiacciaio del 26 agosto sia stato provocato direttamente dal cambiamento climatico. La causa precisa dell’instabilità che ha preceduto il distacco è ancora oggetto di studio.

Ma il contesto nel quale questo evento è avvenuto è tutt’altro che casuale.

L’Himalaya è una delle regioni del pianeta dove il riscaldamento sta modificando più rapidamente la criosfera, cioè l’insieme di ghiacciai, neve e ghiaccio permanente.

Secondo l’International Centre for Integrated Mountain Development (ICIMOD), i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya hanno perso massa a un ritmo del 65% più veloce nel periodo 2011-2020 rispetto al decennio precedente. Un nuovo rapporto pubblicato dall’organizzazione nel marzo 2026 conferma inoltre che la perdita di ghiaccio nella regione sta accelerando.

Il problema non riguarda soltanto la disponibilità futura di acqua.

Il riscaldamento modifica anche la stabilità degli ambienti d’alta quota: aumenta lo scioglimento dei ghiacci, favorisce la formazione e l’espansione dei laghi glaciali e può contribuire all’instabilità dei versanti.

L’ICIMOD segnala infatti un aumento dei rischi legati alle inondazioni di origine glaciale, alle frane e agli altri pericoli a cascata nella regione.

L’Himalaya è sempre più esposto a eventi a cascata

Il punto forse più importante è proprio questo.

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Un ghiacciaio che perde massa non significa automaticamente che domani si verificherà un’alluvione. Ma il cambiamento dell’ambiente glaciale può modificare le condizioni di sicurezza di un territorio.

Un collasso può generare una frana; la frana può bloccare un corso d’acqua; l’acqua può accumularsi dietro una barriera naturale; il cedimento della barriera può infine produrre una flash flood, un’inondazione improvvisa con pochissimo tempo disponibile per mettersi in salvo.

È una sequenza di eventi difficile da prevedere nel dettaglio, ma che oggi viene studiata sempre più attentamente.

La World Meteorological Organization (WMO) ha sottolineato, proprio dopo la tragedia del Nepal, come l’aumento delle temperature stia modificando ghiacciai, neve, permafrost e versanti montani nell’Hindu Kush Himalaya, aumentando i rischi di eventi glaciali e di fenomeni a cascata.

La WMO richiama inoltre la necessità di rafforzare monitoraggio, sistemi di allerta precoce e capacità di intervento nelle aree montane vulnerabili.

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Possiamo ancora chiamarla soltanto calamità naturale?

È una domanda che questa tragedia rende inevitabile.

Il collasso glaciale del 26 agosto è stato improvviso e, allo stato attuale delle conoscenze, non sarebbe corretto sostenere che fosse possibile prevederne con precisione il momento e la dinamica.

Ma imprevedibile non significa inevitabile.

La differenza è fondamentale.

Un evento naturale può trasformarsi in una catastrofe umanitaria quando trova comunità, infrastrutture e territori esposti e insufficientemente preparati.

Il Nepal, inoltre, non è nuovo a questo tipo di rischi. Nel luglio 2025 un’altra grave alluvione di origine glaciale aveva colpito proprio il distretto di Rasuwa. La WMO aveva ricordato allora che eventi di origine glaciale nella regione, un tempo attesi ogni 5-10 anni, si stavano verificando con una frequenza crescente: soltanto tra maggio e giugno 2025 erano stati registrati tre eventi di questo tipo nell’Hindu Kush Himalaya.

Nel frattempo, l’ICIMOD stima che i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya potrebbero perdere una quota enorme del loro volume entro la fine del secolo se le emissioni continueranno sugli attuali livelli.

Non basta contare i morti dopo il disastro

La lezione dell’alluvione in Nepal non riguarda soltanto ciò che è accaduto il 26 agosto.

Riguarda soprattutto ciò che succederà dopo.

Il cambiamento climatico non rende ogni singolo evento estremo automaticamente “causato” dalle emissioni. Ma sta cambiando le condizioni di partenza nelle quali questi eventi si verificano.

Per questo la risposta non può limitarsi ai soccorsi dopo una tragedia.

Servono monitoraggio dei ghiacciai e dei laghi glaciali, sistemi di allerta che raggiungano rapidamente le comunità, infrastrutture più resilienti, pianificazione territoriale e cooperazione internazionale.

E serve, naturalmente, anche ridurre le emissioni di gas serra.

Perché l’Himalaya non è soltanto un paesaggio remoto. I suoi ghiacciai alimentano grandi sistemi fluviali dai quali dipendono quasi due miliardi di persone in Asia.

La tragedia del Nepal mostra quindi qualcosa di molto concreto: la crisi climatica non riguarda soltanto l’aumento delle temperature. Sta modificando la stabilità di alcuni degli ambienti più delicati del pianeta e, con essa, i rischi per le comunità che vivono a valle.

Chiamarla semplicemente “fatalità” rischia di nascondere proprio questa parte della storia.

[Immagine di copertina Glorious Himalaya Trekking Pvt Ltd. Pixabay]

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