26 Agosto 2026

Stop al neocolonialismo chimico, in Danimarca attivisti in protesta bloccano la produzione di pesticidi vietati in UE

Stop al neocolonialismo chimico, in Danimarca si protesta contro l’esportazione dei pesticidi vietati in Ue. Centinaia gli attivisti partecipanti

Centinaia di attivisti in protesta hanno bloccato lo stabilimento Cheminova in Danimarca per fermare l’esportazione di pesticidi vietati in UE verso il Sud del mondo. La campagna Break the Chain ha preso il via agli inizi di agosto e si è conclusa il 21 dello stesso mese.

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I camion carichi di sostanze chimiche sono rimasti fermi. Alcuni manifestanti, nonostante il dispiego di forze dell’ordine, sono riuscisti ad entrare nello stabilimento della multinazionale statunitense FMC per prelevare campioni di suolo per essere portati all’Università di Aarhus per sollecitarne l’analisi e verificarne il livello di contaminazione. Al centro della protesta, la produzione di pesticidi vietati in Europa ma destinati ai mercati del Sud del mondo.

Il blocco dello stabilimento Cheminova per la protesta in Danimarca contro i pesticidi

Gli attivisti, provenienti da tutta Europa, si sono dati appuntamento davanti allo stabilimento Cheminova, a Harboøre, sulla costa occidentale della Danimarca con un obiettivo chiaro: bloccare la produzione e l’esportazione di pesticidi vietati nell’Unione europea ma legalmente venduti in Paesi con normative più permissive.

protesta danimarca pesticidi
La protesta in Danimarca contro l’esportazione di pesticidi| Crediti fotografici @extinctionrebellion.it

I manifestanti hanno sbarrato fisicamente le vie di accesso e di uscita dell’impianto interrompendo la logistica di una delle aziende più importanti nel mercato agrochimico internazionale.

L’azione di disobbedienza civile ha inaugurato il ciclo di mobilitazioni Break the Chain, coordinato dalle reti Den Grønne Ungdomsbevægels (il Green Youth Movement danese) e Nordic Climate Justice Coalition, con l’adesione di movimenti climatici e per la giustizia sociale di tutta Europa, tra cui rappresentnti della Global Sumud Flotilla e di Extinction Rebellion Italia.

Pesticidi vietati in UE, esportati legalmente: il paradosso del doppio standard

Al centro della contestazione c’è una contraddizione difficile da ignorare: le stesse sostanze chimiche considerate troppo pericolose per i terreni europei vengono prodotte legalmente in Europa e vendute in Paesi con normative più permissive. Lo stesso veleno, due pesi e due misure.

I manifestanti non usano mezzi termini e definiscono questa pratica neocolonialismo chimico: un sistema che delocalizza il danno ambientale e sanitario, tenendo i profitti da questa parte dell’Atlantico.

Le normative comunitarie tutelano infatti i terreni e le falde acquifere del vecchio continente, vietando decine di principi attivi ritenuti pericolosi per la salute umana e per gli ecosistemi. Le stesse aziende mantengono però il diritto di produrre queste sostanze nei propri stabilimenti per poi venderle su mercati esteri.

I numeri dell’esportazione: oltre 122.000 tonnellate di pesticidi banditi

Il problema non è circoscritto alla sola Cheminova. Secondo un’inchiesta di Public Eye e Unearthed (progetto di giornalismo investigativo finanziato da Greenpeace UK), nel 2024 le aziende europee hanno notificato l’esportazione di quasi 122.000 tonnellate di pesticidi vietati in UE, con un aumento del 50% rispetto alle 81.600 tonnellate del 2018.

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I principali destinatari? Paesi a basso e medio reddito, dove le normative sono più deboli e l’uso di pesticidi altamente pericolosi comporta rischi sanitari elevatissimi. Tra le sostanze più esportate figurano glufosinato (bandito nel 2018 per tossicità riproduttiva), mancozeb (tossico per la riproduzione e interferente endocrino) e i neonicotinoidi, insetticidi “killer delle api” vietati in UE dal 2019.

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L’esposizione ai pesticidi, ricordano gli esperti, aumenta l’incidenza di tumori e di patologie del sistema nervoso, come il morbo di Parkinson. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2017 stima che oltre 200.000 persone muoiano ogni anno a causa di avvelenamento da pesticidi.

Il boomerang sanitario: i pesticidi tornano in Europa

Questo meccanismo di esportazione innesca un paradosso commerciale e sanitario. I pesticidi vietati in Europa, una volta venduti e spruzzati sulle piantagioni africane, asiatiche e sudamericane, rischiano di rientrare nel mercato unico europeo sotto forma di residui chimici presenti sui prodotti agricoli d’importazione.

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L’UE stessa ha recentemente approvato una legge che vieta l’importazione di alimenti contenenti residui di due neonicotinoidi, riconoscendone la pericolosità globale. Eppure continua a permetterne la produzione e l’esportazione.

La campagna Break the Chain: due settimane di mobilitazioni

Oltre 500 attivisti stanno prendendo parte non solo ad azioni dirette, ma anche a raduni e campeggi nello Jutland e nell’isola di Zelanda, dove si svolgeranno workshop, concerti e altri eventi culturali.

La campagna accusa le multinazionali di sfruttare territori indigeni, inquinare le acque e alimentare l’espansione dell’industria dei combustibili fossili. Tra le iniziative organizzate il 17 agosto c’è stata anche una manifestazione davanti alla raffineria petrolifera di Kalundborg, che copre circa il 15% del fabbisogno energetico della Danimarca.

I gruppi ecologisti chiedono al governo di Copenhagen di imporre un divieto nazionale sulle esportazioni di questi composti, anticipando una mossa che Bruxelles ha assicurato ma mai concretizzato.

La promessa mancata della Commissione UE

Nel 2020, la Commissione europea si era impegnata a porre fine alla produzione per l’esportazione di sostanze chimiche pericolose vietate in UE, come parte della Chemicals Strategy for Sustainability. Tuttavia, a giugno 2026, la Commissione ha confermato di abbandonare l’impegno, argomentando che un divieto unilaterale spingerebbe i Paesi interessati a comprare sostanze simili o peggiori da aziende extra-UE, penalizzando l’industria chimica europea .

Una scelta che ha suscitato l’indignazione di oltre 600 ONG e sindacati, riuniti nella End Toxic Pesticide Trade Coalition, che hanno definito la decisione uno “schiaffo alla faccia di ogni cittadino europeo“.

La Danimarca, insieme ad Austria, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, ha inviato una lettera alla Commissione nel dicembre 2024 chiedendo un divieto UE sulle esportazioni di pesticidi vietati.

La protesta di Harboøre quindi non è solo una battaglia locale. È il sintomo di una contraddizione sistemica dell’Europa green: vietare ciò che è tossico per i propri cittadini, ma continuare a produrlo e venderlo altrove.

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