24 Agosto 2026

Specie autoctone in fuga e specie aliene in aumento, il Mediterraneo si scalda e cambia volto

specie aliene e specie autoctone Mediterraneo
specie aliene e specie autoctone Mediterraneo

Specie autoctone che arretrano, e specie aliene che trovano condizioni sempre più favorevoli, le conseguenze del Mediterraneo che si scalda

L’aumento delle temperature dell’acqua, legato alla crisi climatica, sta modificando gli equilibri di uno degli ecosistemi più ricchi e delicati del pianeta. Non si tratta soltanto di un mare più caldo: il riscaldamento sta trasformando la composizione delle comunità marine, mettendo sotto pressione molte specie autoctone e creando condizioni favorevoli alla diffusione di organismi “alieni” provenienti da aree più calde.

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A documentare questa trasformazione sono anche i dati del progetto Mare Caldo di Greenpeace, realizzato in collaborazione con il DISTAV dell’Università di Genova e con l’OGS, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. Il monitoraggio, attivo dal 2019, studia temperature e biodiversità marina in diverse aree protette italiane, fino a 40 metri di profondità. L’ultimo rapporto, pubblicato nel luglio 2026 sulla base dei dati raccolti nel 2025, conferma che gli effetti delle anomalie termiche sono ormai evidenti nei mari italiani.

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Il calore mette sotto pressione la biodiversità

L’aumento della temperatura non colpisce tutte le specie nello stesso modo. Gli organismi che si sono evoluti in condizioni relativamente fresche possono trovarsi progressivamente oltre il proprio limite termico, con conseguenze sulla crescita, sulla riproduzione e sulla sopravvivenza.

Il precedente rapporto Mare Caldo aveva già documentato segnali importanti: necrosi e sbiancamento delle gorgonie e di altri organismi, mortalità e trasformazioni delle comunità marine. In alcune aree meridionali, inoltre, era stata osservata una maggiore presenza di specie termofile, cioè organismi capaci di vivere e prosperare in acque più calde. Greenpeace sottolineava come la loro espansione, insieme a quella delle specie aliene, potesse contribuire all’impoverimento delle comunità di specie autoctone.

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Il fenomeno riguarda anche specie particolarmente importanti per la struttura degli ecosistemi. Le gorgonie, per esempio, creano habitat tridimensionali che offrono rifugio e aree di alimentazione a numerosi organismi. Quando queste comunità vengono danneggiate dalle ondate di calore marine, l’effetto può quindi estendersi ben oltre la singola specie.

Quando il caldo spinge le specie autoctone a spostarsi

Per gli animali marini la temperatura dell’acqua rappresenta uno dei principali fattori che determinano la distribuzione geografica. Quando il mare diventa troppo caldo, alcune specie possono cercare condizioni più adatte spostandosi verso latitudini maggiori o verso acque più profonde.

Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha evidenziato proprio questo processo nel Mediterraneo: la distribuzione di numerosi pesci, essendo legata ai loro limiti termici, può modificarsi con il cambiamento delle condizioni ambientali. Le specie termofile tendono a espandersi, mentre quelle meno tolleranti al caldo possono perdere parte del proprio habitat.

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Per alcune specie mediterranee, però, la possibilità di spostarsi è limitata. Il Mediterraneo è infatti un bacino semi-chiuso: per molte specie endemiche che vivono già nelle aree più calde del bacino, non esiste una vera e propria “via di fuga” verso ambienti più freschi. La conseguenza può essere una progressiva contrazione dell’areale e, nei casi più estremi, un aumento del rischio di declino locale.

La porta aperta alle specie aliene

Mentre alcune specie autoctone arretrano, il riscaldamento del Mediterraneo può creare condizioni sempre più favorevoli per organismi originari di mari tropicali e subtropicali.

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Il fenomeno è particolarmente evidente nel Mediterraneo orientale, dove numerose specie provenienti dal Mar Rosso hanno raggiunto il bacino attraverso il Canale di Suez. Questo processo è conosciuto come migrazione lessepsiana. Il riscaldamento delle acque può favorire la sopravvivenza e la diffusione di queste specie, rendendo il Mediterraneo progressivamente più adatto alle loro esigenze ecologiche.

Secondo il WWF, quasi 1.000 specie aliene si sono ormai adattate alle acque mediterranee. Il WWF ha evidenziato come queste specie possano arrivare a sostituire specie endemiche e autoctone, mentre il riscaldamento e gli eventi estremi mettono ulteriormente sotto pressione habitat delicati come le praterie di Posidonia e i banchi di corallo.

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Anche la letteratura scientifica conferma che le invasioni biologiche stanno modificando la composizione e il funzionamento degli ecosistemi mediterranei. Le specie aliene possono competere con quelle native per cibo, spazio e risorse, alterando habitat e reti alimentari.

Specie autoctone e specie aliene: un nuovo equilibrio, ma più fragile

Il problema non è semplicemente che una specie “scompare” e un’altra prende il suo posto. Il cambiamento della biodiversità può modificare l’intero funzionamento dell’intero ecosistema.

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Quando una specie autoctona diminuisce, possono cambiare i rapporti tra predatori e prede, la disponibilità di cibo e la struttura degli habitat. Alcune specie aliene, inoltre, possono avere pochi predatori naturali nel nuovo ambiente e diventare rapidamente abbondanti.

Uno studio dedicato al Mediterraneo orientale ha mostrato come riscaldamento e specie aliene, insieme ad altri fattori come la pesca, possano contribuire alla diminuzione di diversi gruppi di pesci autoctoni. In particolare, le specie native possono subire la competizione con nuovi arrivati capaci di sfruttare le condizioni create dal cambiamento ambientale.

Il Mar Mediterraneo è sempre più bollente

Il risultato è un Mediterraneo sempre più caratterizzato da un ricambio delle specie: alcune comunità tipicamente mediterranee arretrano, mentre aumentano gli organismi capaci di tollerare temperature elevate.

Dal pesce leone alle alghe: il volto concreto dell’invasione

Tra i casi più emblematici c’è il pesce leone, una specie originaria dell’area indo-pacifica che si è progressivamente diffusa nel Mediterraneo. Ma il fenomeno riguarda molti altri organismi: pesci, molluschi, crostacei e alghe.

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Il problema non riguarda soltanto la presenza di nuove specie. Alcune di esse possono diventare invasive, producendo effetti significativi sulla biodiversità e sulle attività umane. Un recente studio sulla diffusione del granchio blu (Callinectes sapidus), per esempio, analizza l’espansione di questa specie aliena in diverse aree del Mediterraneo, evidenziando la crescente importanza delle invasioni biologiche per la stabilità degli ecosistemi.

Il cambiamento climatico agisce quindi come una sorta di acceleratore ecologico: non crea necessariamente da solo un’invasione, ma può rendere un ambiente più ospitale per specie che in passato incontravano condizioni troppo fredde per stabilirsi.

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Un mare diverso da quello che conoscevamo

Il Mediterraneo del futuro potrebbe essere quindi un mare più caldo, più povero di alcune specie autoctone e più ricco di organismi termofili e alieni. Non significa che ogni specie tropicale sia automaticamente invasiva o che ogni specie autoctona sia destinata a scomparire. Significa, piuttosto, che l’aumento delle temperature sta modificando le condizioni che hanno determinato per secoli la composizione degli ecosistemi mediterranei.

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Il cambiamento è già osservabile. La vera questione è quanto velocemente continuerà e quanto sarà profonda la trasformazione della biodiversità.

Proteggere il Mediterraneo significa quindi non soltanto salvaguardare le sue specie più iconiche, ma conservare la complessa rete di relazioni che rende questo mare un ecosistema unico. Perché quando cambia la temperatura del mare, non cambia soltanto il mare: cambia tutto ciò che vive al suo interno.

[Foto di Thomas Hoang da Pixabay]

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