Testa o croce trasforma la Maremma nel Far West: un’epica sfida tra Buffalo Bill e i butteri romani che si trasforma in una leggenda cinematografica
Sergio Leone una volta disse che il genere western per gli americani è una derivazione dell’Iliade e dell’Odissea per gli europei. Il regista così paragonava (e usava come fonte d’ispirazione) gli eroi omerici con i cowboy cinematografici. Ossia parte di un racconto epico, cioè una narrazione che diventa un autentico mito fondativo. La creazione stessa del senso d’essere di una nazione. L’equivalente “western” alla guerra di Troia può essere la guerra ai nativi e la costruzione della ferrovia. In altre parole, la conquista con ogni mezzo dell’Ovest, l’assoggettare un territorio sterminato, bagnato da due oceani.
I pionieri diventano prima eroi, poi leggenda e infine mito. Partendo da vere figure storiche e non semplicemente delle sagome nella nebbia del tempo: George Washington, Davy Crockett, Wyatt Earp con Doc Holliday. O Buffalo Bill, il cui vero nome era William Frederick Cody (1846 -1917).

Esploratore e sterminatore di bisonti — secondo la leggenda ne avrebbe abbattuti da solo oltre 4000 – da qui quel suo soprannome. Un titolo “leggendario” per un nuovo mondo che stava scomparendo grazie a quella ferrovia alla quale Bill aveva favorito la costruzione con la caccia. Il “cavallo d’acciaio” unisce le due sponde del continente, riducendo le distanze. Morirà così il mito della frontiera e il senso dell’ignoto «di retro al sol, del mondo sanza gente», come avrebbe detto l’Ulisse dantesco.
Buffalo Bill aveva percepito la fine di questo periodo libero e selvaggio. Decise quindi di portare questo mito in scena, di trasformarlo in uno spettacolo itinerante. Il Buffalo Bill Wild West Show riproponeva alcuni dei grandi scontri di frontiera. Come, per esempio, la battaglia di Little Bighorn dove i nativi ebbero la meglio sulle truppe del generale Custer nel 1876. Uno show che fece letteralmente il giro del mondo. Buffalo Bill lo porterà fin nel Nostro Paese fra il 1890 e il 1907. Nelle città toccate ci furono Torino e Roma. Proprio nella Capitale l’8 marzo 1890 che avviene la sconfitta subita dal grande aedo americano. Una sfida nella doma dei puledri tra i suoi cowboy e i butteri romani di Cisterna.

Da questa sfida nata come scommessa fra gentiluomini parte il film Testa o croce? di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. Il lungometraggio è presentato prima al 78° Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e al Locarno Film Festival ad agosto 2025. Uscito in sala ad ottobre 2025 con 01 Distribution, è stato proiettato il 13 agosto all’interno del Clorofilla Film Festival. Nello specifico nella rassegna CineHub Grossetano 2026. Si tratta di una rassegna cinematografica estiva volta a raccontare la Maremma attraverso il cinema.
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In Testa o croce? Buffalo Bill (John C. Reilly) fa la sua scommessa con il nobile Ercole Rupè (Mirko Artuso). Da qui emergono i protagonisti del film: Rosa (Nadia Tereszkiewicz), la giovane moglie di Rupè, destinata altrimenti a una vita di segregazione. C’è Santino (Alessandro Borghi), un giovane cavaliere alle dipendenze di Rupè a cui viene imposto di perdere la sfida. Santino si rifiuterà. Questo porterà alla morte di Rupè e alla fuga del giovane con Rosa, diventando amanti.
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Si avventurano così nell’entroterra laziale e toscano. Che diventa frontiera. Non ci sono gli spazi delle Grandi Pianure. Eppure le paludi in cui i due fanno perdere le loro tracce diventano le mangrovie della Louisiana, e montagne i picchi di una Monument Valley fittizia. Un immaginario che ovviamente ci rimanda a quel western “all’italiana” che ha generato centinaia di titoli: ambientati quasi sempre al confine tra Stati Uniti e Messico, ma che nella realtà erano i deserti spagnoli dell’Almería o i dintorni di Roma.
Una nuova mitologia cinematografica con nuovi miti cinematografici in tragici o pittoreschi pistoleri. Come Django di Franco Nero; o Sartana, il dandy nerovestito incarnato da Gianni Garko che, in Testa o croce? è il patriarca Rupè deciso a vendicare la morte del figlio.
Rupè non rinuncia però alle sue ambizioni sulla grande ferrovia da costruire per unire l’Italia neonata. Così il mito fondativo americano si unisce con una appendice del mito risorgimentale. In Testa o croce? la storia e la leggenda diventano qualcosa che, con i dovuti aggiustamenti, può diventare una avventura appassionante. Ci sono i banditi, le prigioni da cui far evadere i prigionieri a colpi di cannonate, i rivoluzionari pronti a dare battaglia all’esercito regolare. Ci sono le sparatorie e i duelli. Questi ultimi spesso suggeriti. Tutto può essere infatti corretto, rimaneggiato, rivisto. Perché, quando raccontiamo qualcosa, non diciamo tutta la verità.

Quindi l’epica, è qualcosa che va oltre il semplice narrare: è romanzare, infiocchettare. Nel suo titolo, Testa o croce? non si riferisce sole alle due facce di una moneta ma la scelta fra una brutta realtà o una bella realtà. Come nei romanzetti d’appendice che Buffalo Bill si fa scrivere da un giovane scribacchino. Questi su di un quadernetto malconcio abbozza qualche frase, che poi verrà accresciuta, così come la leggenda.
Il film stesso diventa appendice e rielaborazione del reale. Egli ci permette di trasformare le campagne nostrane nel Far West. Ma l’orizzonte non sarà mai completamente sgombro, ricordandoci effettivamente dove siamo.
