Affinità elettive e Deserti abitati, i cortometraggi presentanti al Clorofilla Film Festival 2026, veicolano un messaggio comune
Johann Wolfgang Goethe (1749 – 1832) è stato un grande poeta, filosofo e drammaturgo. Ma non solo. Si è occupato anche di Natura. Per lui si trattava di un organismo vivente in cui lo spirito e la materia coincidono. Non è qualcosa da studiare in maniera astratta e fredda. Essa possiede delle forze quali l’attrazione e la repulsione come spinta verso forme più complesse. Nello studio sulla botanica in particolare (La Metamorfosi delle piante, 1790), vede nello sviluppo delle foglie degli elementi di crescita costante. Da qui parte un collegamento ideale fra tutti gli elementi.
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Il suo pensiero in tal senso si potrebbe riassumere anche con il concetto di fil rouge: ossia il filo che passa all’interno delle funi del cordame delle navi inglesi. Il quale che non può essere rimosso a meno di distruggere tutto il cordame. Questo concetto lui lo spiega all’interno del romanzo Le affinità elettive (1809) come metafora di quella attrazione profonda, spontanea e misteriosa tra le persone. Un qualcosa che si fonda su di una sintonia di gusti, idee, caratteri. Non è mossa da obbligo o convenienza, ma è in grado di scompaginare le convenzioni sociali.
Non c’è quindi punto di partenza migliore per parlare dei due cortometraggi presentati alla25^ Edizione di Clorofilla Film Festivalnell’ambito del 38° Festambiente: Affinità elettive (presentato domenica 9 agosto) e Deserti abitati (venerdì 7 agosto).
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Due cortometraggi agli antipodi: da una parte ci sono le montagne, dall’altra c’è il mare; da una parte c’è una parete rocciosa, dall’altra ci sono i fondali sabbiosi. Accostamenti arbitrari ma che in realtà si possono in qualche modo collegare fra di loro.

Affinità elettive riprende la definizione classica del concetto. Parla di un legame che si crea tra due scalatori e un ambiente, la Marmolada. Più precisamente una falesia presso il Passo Fedaia. I due scalatori sono Andrea Milani e Costante Carpella.
Il corto, realizzato da OutThere Collective (Giovanni Daniele e Davide Terenzi) è stato in precedenza presentato nella sezione ALP&ISM del 74° Trento Film Festival. In esso l’arrampicata è un vero e proprio punto di contatto. Filo conduttore reso visivamente tramite numerose linee come una corda tesa che divide il quadro. Oppure proprio un segno blu, diritto e verticale su di una parete chiara in un pomeriggio d’inverno. Come un invito ad avvicinarsi e uscire dalla propria comfort zone. Ed è quello che Andrea fa.
Le difficoltà tecniche non sono il focus del racconto, quanto l’amore per una montagna e un territorio che sta scomparendo. Come il lato opposto della Marmolada, dove prima c’era il ghiacciaio. È una storia che parla di desiderio, di appigli che si sbriciolano fra le mani. C’è il legame doppio, triplo, quadruplo tra Andrea e Costante, con una generazione di scalatori diversa, cioè quella di Mario e Luca Prinoth. Due fratelli scalatori che hanno aperto le vie, ribattezzate “The Search”, la ricerca e “Wrangler”, contendente. Luca è scomparso nel 2009, quindi Andrea chiede la benedizione a Mario. Con l’aiuto di Costante, Andrea apre la via ribattezzata “Absinthium”. Più avanti creerà un collegamento fra le vie dei fratelli con la loro. E le cementerà con un nome altrettanto significativo: Affinità elettive.

Ci sono tanti fili rossi che legano tante storie. Come quelli che collegano Affinità elettive con Deserti abitati. Questi è stato realizzato da Claudio Valerio e Davide De Benedictis, con la consulenza scientifica del professor Carlo Cerrano dell’Università Politecnica delle Marche. La proiezione è presentata da Festival del Cinema in Mare. Perché si parla di mare, dei pericoli della pesca a strascico per i fondali marini sabbiosi, tutt’altro che ambienti inerti.
Abbiamo a che fare un cast “corale” che viene giustamente accreditato. Sono loro che rendono vivi i fondali sabbiosi come li conosciamo. Sono animali fondamentali per la sopravvivenza di un certo tipo di ambiente. Tutto parte dalla spiaggia e dalla sabbia. Quest’ultima nata dall’erosione delle montagne, in granelli che arrivano fino al mare diventando parte di un mosaico. La sabbia è di tanti colori. Basta semplicemente avvicinare lo sguardo per potersene rendere conto.
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Proprio da qui, che iniziamo a conoscere i vari interpreti di Deserti abitati. Gli organismi più piccoli, detti biocostruttori, usano la sabbia come materiale da costruzione. Quale la Sabellaria che, impastando i granelli, crea una struttura cementificata simile a una barriera corallina. Si arriva a delle vere e proprie macchine produttive di scarto e di riciclo come le oloturie, dette più volgarmente “cetrioli di mare”. Loro ossigenano e puliscono i sedimenti tramite un continuo tubo digerente.
Vediamo la resilienza di questo ambiente nei confronti di ciò che l’uomo lascia. Ci arriviamo seguendo il viaggio di un cavalluccio marino che si aggancia a una cima abbandonata. Accanto a lui ci sono dei grappoli scuri: sono uova di seppia. Poco prima della schiusa diventeranno trasparenti, in modo che le piccole seppie possano già vedere l’ambiente che le circonda e di cosa cibarsi.
Quella cima ci rimanda a quella riflessione di Goethe. Ci ricorda quel legame profondo che, come un filo, collega tutto: strati di ambienti e generazioni di esseri viventi. Tutto può sembrare diverso e lontano, soltanto se lo vogliamo noi.
