Insetti ed invertebrati proficui per gli ecosistemi sono sempre più danneggiati dalla crisi climatica che agevola invece le specie aliene ed invasive, il report del WWF
Tra i molti effetti della crisi climatica in corso vi è quello, assai negativo, di ridurre le popolazioni di insetti ed invertebrati che conservano e migliorano i propri ecosistemi, favorendo al contempo gruppi ristretti di specie spesso aliene, dannose alla salute umana ed alla sicurezza alimentare. Rivela questa realtà il report “Insetti e persone: chi vince e chi perde nel clima che cambia?”, pubblicato recentemente dal WWF, che sintetizza ed analizza le evidenze scientifiche sulla trasformazione radicale delle popolazioni di numerose specie di invertebrati indotta dal cambiamento climatico e dalle conseguenze delle attività antropiche, agenti spesso in sinergia tra loro, fornendo pure alcune raccomandazioni per porre freno alla crisi climatica ed attenuare i suoi effetti nocivi su questi preziosi organismi.
“Questo gruppo animale è coinvolto direttamente e indirettamente nella salute dei cittadini, nella sicurezza alimentare, nella stabilità delle filiere agricole, nella gestione forestale e in numerosissime altre attività umane. Per questo motivo, ripristinare l’equilibrio di queste comunità vuol dire apportare un beneficio non solo al Pianeta, ma soprattutto alle persone”, si legge nel report.
Un’emergenza globale
“Morte per mille tagli” è la definizione utilizzata per descrivere il declino delle popolazioni degli invertebrati (-45% dal 1970 stando ad alcuni dati globali), dovuto alla sinergia distruttiva di numerosi fattori di origine antropica (riscaldamento globale, frammentazione e perdita di habitat, inquinamento, utilizzo dei pesticidi, urbanizzazione, introduzione di specie invasive ecc.).
Gli invertebrati si caratterizzano quali fenomenali bioindicatori delle conseguenze del cambiamento climatico e delle attività antropiche, generando risposte rapide, diversificate e spesso complesse da gestire. Questi meccanismi favoriscono un gruppo ristretto di specie più generaliste e tolleranti, capaci di adattarsi meglio ma molto dannose se incontrollate, a discapito di altre specie importanti per l’equilibrio funzionale degli ecosistemi, che subiscono invece una frammentazione e riduzione dei loro habitat.
L’impollinazione delle piante da fiore realizzata dagli animali – ed in primis dagli insetti – è un servizio ecosistemico di enorme valore (stimato in 26 miliardi di dollari in Europa, tre in Italia), che garantisce la salvaguardia della biodiversità delle piante spontanee e coltivate e di conseguenza la sicurezza alimentare. Il 75% delle colture ed il 90% delle piante selvatiche dipendono proprio dall’impollinazione entomofila. All’inizio di quest’anno, però, l’ultimo aggiornamento della Lista rossa europea parlava chiaro: in Europa sono minacciate di estinzione ben 172 specie di apoidei, ovvero il 10% del totale. Negli ultimi 15 anni pure il numero di specie di farfalle a rischio estinzione è cresciuto notevolmente (dal 9 al 15%), mentre tra le specie prossime alla minaccia si ritrovano il 28% dei lepidotteri (da 81 nel 2010 a 125 nel 2025, su un totale di 441 specie).
Il declino di quest’ultimi è particolarmente evidente nelle zone montane e soprattutto nell’area geografica del Mediterraneo, visto che il riscaldamento globale li costringe a spostarsi a quote maggiori con conseguente riduzione e frammentazione del loro habitat. Due casi ben documentati sono quelli di Parnasius Apollo e Lasiommata Petropolitana.
Pure nelle aree urbane la situazione non è migliore a causa della sempre maggiore espansione delle città combinata al cambiamento climatico, tanto che le isole di calore urbane (UHI), generate dal riscaldamento globale, dalla cementificazione e dalla riduzione della coperture arborea, possono innalzare le temperature medie di ben 6° C rispetto alle aree rurali circostanti.
In tale contesto critico uno dei gruppi più vulnerabili risulta quello degli apoidei impollinatori, poiché la stabilità termica “artificiale” non compensa gli stress fisiologici che le api selvatiche subiscono a causa delle sempre più ampie coperture impermeabili. Alcuni studi hanno sottolineato che le più colpite sono le specie di api solitarie o socialmente più primitive, quelle di piccole dimensioni ed addirittura le più specializzate, poiché il riscaldamento anomalo provoca riduzioni o sfasamenti temporali del ciclo biologico delle piante di cui si nutrono.
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Una situazione di criticità riguarda pure i piccoli invertebrati che vivono nei fondali delle nostre acque interne (fiumi, laghi, torbiere, piccoli corsi d’acqua, pozze temporanee o permanenti) e risultano bioindicatori della qualità della risorsa idrica, fondamentale per tutta una serie di benefici, quali: l’approvvigionamento di acqua potabile, la regolazione del clima e dei cicli idrogeologici, la depurazione naturale e perfino il supporto ad attività ricreative.
I sistemi di acqua dolce occupano solo lo 0,8% della superficie terreste ma rappresentano un vero scrigno di biodiversità, ospitando circa il 2% delle specie di invertebrati globali. Quest’ultimi sono un anello fondamentale della catena alimentare e provvedono pure alla depurazione delle acque ed al riciclo dei nutrienti, svolgendo quindi un ruolo ecologico cruciale. Oggi però tutta una serie di pressioni antropiche interagenti tra loro (quali il cambiamento climatico, il degrado degli habitat, l’inquinamento e la modificazione dei flussi idrici), minacciano questi preziosi organismi e comportano la sostituzione delle specie autoctone più vulnerabili con altre generaliste, tolleranti e spesso aliene invasive.
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In Italia, solo per citare uno dei casi più noti, i prelievi eccessivi per scopo agricolo e la riduzione delle portate estive del fiume Ticino hanno radicalmente modificato la struttura funzionale delle comunità bentoniche, favorendo al contempo l’insediamento di specie aliene ad alto rischio invasivo, come ad esempio il bivalve Corbicula fluminea.
Risultano in crisi pure i bacini idrografici secondari, fondamentali come corridoi ecologici e serbatoi potenziali di biodiversità, purtroppo oggetto di eccessivi prelievi ed aggressive manutenzioni. La perdita di questa biodiversità si configura come un rischio sistemico per la sicurezza idrica, “il declino di molluschi, crostacei e insetti acquatici compromette la capacità naturale dei fiumi di autodepurarsi e di processare la materia organica, degradando la qualità dell’acqua necessaria per il consumo umano e l’agricoltura”, comunica il WWF.
Le specie invasive
In questo contesto di riscaldamento globale, l’aumento delle temperature e la maggiore incidenza degli eventi meteo estremi stanno causando la proliferazione di una stretta cerchia di insetti fitofagi, i cosiddetti vincitori nella crisi climatica, permettendo così a specie aliene di colonizzare nuovi territori a velocità record, con gravi danni per l’agricoltura, le foreste e perfino il verde urbano.
In ambito forestale il più pericoloso è il bostrico tipografo, una specie autoctona passata da una fase endemica ad una epidemica a causa delle conseguenze della terribile tempesta Vaia. Passando al settore agricolo, la proliferazione di specie aliene invasive e di parassiti autoctoni sta minacciando la sicurezza alimentare e le attività economiche. Dall’estremo oriente provengono lo scarabeo giapponese e la cimice asiatica, specie aliene invasive e polifaghe diffusesi soprattutto nell’Italia settentrionale, che danneggiano frutteti, vigneti, colture da campo, ortaggi, vivai e perfino giardini privati. Gli inverni miti e le primavere più precoci, conseguenze del cambiamento climatico, stanno favorendo l’espansione di queste specie, contro cui risultano poco efficaci pure gli insetticidi di sintesi, che addirittura compromettono le strategie di lotta integrata già esistenti.
Per le colture del Mediterraneo la minaccia maggiore arriva invece dalla mosca dell’olivo, specie autoctona favorita dal riscaldamento globale, il cui areale si sta diffondendo verso nord.
Spostando l’ottica ai giardini privati, il nemico numero uno è la cocciniglia tartaruga, specie invasiva favorita dagli ultimi inverni miti e dall’assenza di antagonisti naturali, che sta compromettendo la salute dei pini domestici di molte città italiane, Roma e Napoli in primis.
Infine, il cambiamento climatico sta favorendo diverse specie di artropodi di interesse sanitario, con zecche e zanzare che riescono a sopravvivere grazie a inverni più miti e ad accentuare la loro attività in virtù delle più favorevoli condizioni primaverili ed estive, rappresentando minacce crescenti per la salute pubblica globale. In Europa, ad esempio, si sono stabilizzate specie aliene invasive come la zanzara tigre (Italia compresa), che stanno creando i presupposti per la circolazione locale di virus esotici come Dengue, Zika e Chikungunya.
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Nel 2024 in Italia si sono verificati pure 464 casi di West Nile Virus, correlato a specie autoctone come la zanzara comune, con un rischio di incidenza in Europa che potrebbe quintuplicarsi entro il 2060, a seconda dello scenario climatico. La diffusione di queste specie avviene soprattutto nelle aree urbane e peri-urbane ed è favorita dalla ricchezza di risorse ambientali, dalla presenza di ospiti umani e dalla sostanziale carenza di controllori naturali. L’irrorazione diffusa di insetticidi, a sua volta, può avere effetti controproducenti, accentuando in queste specie nocive la resistenza ai principi attivi.
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Raccomandazioni
Siamo dunque a fronte di una situazione grave ma non irreversibile. Nel report il WWF suggerisce una serie di interventi all’insegna dell’approccio integrato.
In primis la mitigazione come prevenzione, poiché come dimostrato da vari studi gli scenari ad alte emissioni comportano un declino degli insetti benefici ed un’espansione maggiormente incontrollata di invertebrati dannosi. Risulta dunque fondamentale mantenere la temperatura entro la soglia di +1,5 °C e comunque ben al di sotto dei 2 °C, come previsto dall’Accordo di Parigi.
Il WWF invita inoltre ad attuare la normativa europea, dando corso alla Nature Restoration Law, alla Strategia sulla biodiversità 2030 ed alla Direttiva sulle acque 2000/60/CE. Un altro punto è la spinta verso la transizione ecologica, con la riduzione dell’uso dei pesticidi, il ripristino della complessità del paesaggio e la promozione della gestione agroecologica delle colture e della lotta integrata.
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Il report richiama la necessità di adottare un approccio One Health, intendendo con questo termine la strategia interdisciplinare che riconosce l’interconnessione della salute umana, animale ed ambientale, “la gestione degli insetti vettori di malattie deve combinare monitoraggio ambientale, coinvolgimento dei cittadini e campagne di informazione e prevenzione verso istituzioni e cittadini”.
In sintesi, si tratta di obiettivi che possono essere raggiunti solo con la collaborazione di tutti gli attori in campo (stakeholders) , “la crisi climatica e la perdita di biodiversità sono infatti problemi complessi che possono essere risolti solo attraverso il coinvolgimento e lo sforzo di tutti, al livello locale, nazionale e anche internazionale”, conclude il WWF.
[Credits foto: Schwoaze su Pixabay]
