San Firmino, a Pamplona si riaccende lo scontro etico. Attivisti in rivolta contro la crudeltà delle corse e l’uccisione dei tori

La festa di San Fermín a Pamplona è da sempre uno degli eventi più iconici, discussi e fotografati al mondo. Ogni anno, migliaia di corridori vestiti di bianco e rosso si riversano nelle strette vie della città della Navarra per sfidare la velocità dei tori. Tuttavia, la manifestazione ha inaugurato le sue giornate, come avviene da almeno due decenni, sotto il segno di una fortissima e spettacolare protesta.
Prima che il tradizionale Chupinazo (il razzo inaugurale) desse il via ai festeggiamenti ufficiali, le piazze del centro sono diventate il palcoscenico di una maxi-protesta coreografica organizzata dalle associazioni internazionali PETA e AnimaNaturalis.
La protesta del sangue finto nel cuore della città
Anche l’edizione di quest’anno della tradizionale corsa dei tori di San Fermín è stata aperta da una mobilitazione, che ha unito animalisti da tutto il mondo per denunciare il legame tra le istituzioni caritatevoli e la tortura degli animali. Più di 100 attivisti delle associazioni AnimaNaturalis e PETA si sono radunati a Pamplona per una straordinaria e provocatoria performance, mirata a scuotere le coscienze dei residenti e dei turisti.
A colpire l’opinione pubblica è stata la forte componente simbolica e spirituale della protesta. Un attivista, vestito da Gesù Cristo e con una corona di spine, è apparso con una croce di legno recante la scritta: “La crudeltà verso i tori è un peccato”. La protesta si è rivolta direttamente alla Chiesa Cattolica e, in particolare, alla Casa de la Misericordia di Pamplona, un’istituzione legata alla carità e alla cura degli anziani proprietaria della Plaza de Toros che, paradossalmente, riceve importanti entrate economiche dalla gestione delle corride.
Come spiegato dagli attivisti di PETA Australia, l’appello è chiaro: la Chiesa e i leader religiosi devono tagliare i ponti con queste pratiche crudeli, ricordando le parole di Papa Francesco sulla necessità di estendere la benevolenza divina a tutte le creature di Dio: “L’industria della corrida sfrutta la fede cattolica per legittimare la crudeltà—pervertendo gli insegnamenti di compassione di Cristo. La dottrina cattolica afferma che torturare gli animali è un peccato, eppure ogni anno decine di migliaia di tori vengono pugnalati, tormentati e uccisi durante le feste cattoliche. La Chiesa deve condannare questo vile spettacolo che si fa beffe del messaggio di Cristo“.
Corrida, Patrimonio dell’Umanità? L’Unesco respinge la candidatura
Sui canali social, AnimaNaturalis ha risposto alle polemiche spiegando il senso profondo dell’azione, chiarendo che la performance non aveva alcuna intenzione di deridere i simboli religiosi: “Gli attivisti, con i corpi dipinti di rosso a simboleggiare il sangue versato dai tori nell’arena, hanno ribadito che la tortura e l’uccisione di creature senzienti non possono più essere giustificate in nome della tradizione o del turismo“.
L’obiettivo dell’azione è stato quello di squarciare il velo di romanticismo storico che avvolge l’evento, mostrando il prezzo reale in termini di benessere animale.
Sfatare il mito dell’Encierro: la sorte dei tori
Perché associazioni ed ecologisti si concentrano così tanto su Pamplona? Il motivo risiede in un diffuso malinteso culturale che i dati turistici tendono a perpetuare. Molti visitatori stranieri sono convinti che l’Encierro — la celebre corsa mattutina lungo il percorso di 875 metri — sia una semplice prova di coraggio e che, una volta terminata la corsa, gli animali tornino pacificamente nei propri recinti o al pascolo.
La realtà è decisamente diversa. I sei tori che corrono la mattina per le vie cittadine sono gli stessi identici esemplari che, nel pomeriggio, vengono condotti nell’arena della Plaza de Toros per essere uccisi durante la corrida.
Secondo le associazioni animaliste, la corsa rappresenta per gli animali solo l’inizio di una fase di un lungo periodo di intenso stress psicofisico e terrore, circondati da urla, scivoloni sull’asfalto e percosse, che si conclude sistematicamente con l’agonia pubblica nell’arena.
Una tradizione arroccata che divide la Spagna
Il dibattito che si è riacceso a Pamplona riflette una spaccatura sociale sempre più profonda in Spagna. Da un lato, le istituzioni locali e i sostenitori della festa difendono l’evento blindandolo dietro le ragioni della tradizione storica e, soprattutto, dell’economia: l’indotto turistico di San Firmino genera ogni anno entrate milionarie per alberghi, ristoranti e attività commerciali della regione.
Alan Cumming contro lo sfruttamento degli animali nelle attrazioni turistiche
Dall’altro lato, la sensibilità dei cittadini spagnoli sta cambiando radicalmente. I sondaggi degli ultimi anni mostrano un crollo verticale dell’interesse delle nuove generazioni verso le corride e gli spettacoli di sangue.
Spagna, annullata per il secondo anno la festa di San Firmino, nessun toro rischierà la vita
La richiesta del fronte ambientalista e animalista non è quella di abolire la festa, bensì di evolverla: un “San Fermín senza sangue“, che mantenga inalterati i concerti, le sfilate dei giganti, i balli storici e l’incredibile atmosfera sociale della Navarra, ma che lasci finalmente i tori fuori dall’equazione del divertimento umano.
Negli ultimi anni numerose città spagnole hanno già eliminato o modificato feste popolari che prevedevano il maltrattamento degli animali, mentre alcune Comunità autonome hanno introdotto limitazioni alle corride. Pamplona resta però uno dei simboli più resistenti di questa tradizione.
[Foto di copertina © Peta Australia]
