Nel 1980 Renato Zero cantava Non sparare!, un brano che assume il punto di vista di un uccello per condannare la crudeltà della caccia

Renato Zero è senza ombra di dubbio uno dei cantautori più amati della storia della musica italiana. A renderlo così popolare nel corso degli anni è non soltanto la sua spiccata visione artistica, ma anche l’abilità di trasformare la propria sensibilità in brani di forte impatto emozionale.
Uno di questi è Non sparare!, una perla meno conosciuta contenuta nell’album Tregua del 1980. Si tratta di una canzone dal forte potere teatrale, ma che fa leva soprattutto sul grande significato delle testo. Renato Zero, infatti, sorprende gli ascoltatori dando voce ad un uccellino che prova a sfuggire ad un cacciatore che lo punta per mero divertimento, o forse per un certo vuoto dell’anima.
“Credevo che il mondo avesse rispetto di me, delle mie ali, della mia libertà. Guardami volteggiare, prima di sparare! Vecchio cacciatore, hai volato mai? L’hai fatto mai?”.
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Parole di disillusione da parte di una creatura che, appena lasciato il nido, si trova a fare i conti con la consapevolezza di una vita dura e piena di pericoli. Dall’altra parte, Renato Zero dipinge un essere umano armato di fucile che non desiste nemmeno davanti all’innocenza di un uccello che volteggia nel cielo.
Forse è l’invidia per non aver mai provato quella sensazione, o forse l’incapacità di comprendere la sofferenza che provoca nel sottrarre ad un altro essere quella sensazione di libertà e identità.
“Da quassù scopro te, scopro il tuo dolore. Il tuo mondo muore! Risparmiami almeno, pensando che sono rimasto da solo anch’io. Lasciami al cielo, all’ultimo mio volo. Fai riposare il fucile, tutto l’odio che è in te”.
E così l’uomo distrugge la natura che gli sta intorno senza accorgersi che ciò non fa altro che distruggere se stesso. Una metafora che parte dalla lettura animalista per spostarsi su un piano più generale che riguarda il senso stesso dell’ecologia, per cui proteggere l’ambiente e gli animali significa proteggere per estensione anche la propria sopravvivenza.
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Ed è proprio in questo senso che continua il discorso del passerotto attraverso la voce di Renato Zero. “Se mi ascolti cantare, vorrà dire che… se avrai un sentimento, un’altra primavera vedrai. Sarai ricco ed immenso. Volerai anche tu, volerai!”.
Non Sparare! racconta con parole precise quella legge della natura per cui salvare una vita significa salvarne due. L’uccellino, infatti, spiega al cacciatore che la sua decisione di non sparare sarà per entrambi l’occasione di volare, in un’ottica di profonda connessione.
“Guardami, seguo anch’io la mia sorte… ma non sarà la morte. Se mai la tua mano esiterà, una vita alla vita darà. Se mai volerò, anche tu volerai con me”.
Sono i versi finali di un brano da riscoprire e che, nonostante abbia oltre quarantacinque anni, suona oggi più attuale che mai. Le parole di Renato Zero colpiscono e fanno riflettere in un momento in cui in Italia il Ddl caccia è al centro dell’ordine del giorno. Un provvedimento che prefigura uno scenario drammatico per la fauna e la biodiversità.
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La grandezza di un artista come Renato Zero, che ha raccontato l’anima e i dolori di intere generazioni, è quella di aver empatizzato estremamente con gli animali, le creature più deboli vittime della spietatezza che contraddistingue la caccia. Non è difficile trovare sul web dei filmati d’epoca nei quali l’artista si esibisce sulle note di questa canzone indossando addirittura dei costumi da uccello o cantando rinchiuso in una gabbia.
Non sparare di Renato Zero è la testimonianza di un autore capace di raccontare un mondo immergendosi in esso con tutto se stesso, con l’intelligenza di comprendere quanto anche la cura visiva di una performance, insieme alla forza di una canzone, contribuisca a diffondere l’importanza del messaggio. Un messaggio che gli uomini hanno ancora bisogno di ascoltare con il cuore.
