L’intelligenza artificiale distopica è il tema di Good Look Have Fun Don’t Die, il nuovo film di Gore Verbinski
Regalarsi momento di pausa dopo una lunga giornata, magari mangiandosi una fetta di torta da una realtà in cui bisogna essere sempre legati e connessi. Ricercare quel momento di raccoglimento in una tavola calda piena di persone, dove è più facile rendersi invisibili. Scorrere le immagini sul cellulare tra una chiacchiera e l’altra. Oppure riflettendo sulla propria esistenza. Cercandone, anche solo per il tempo di un reel un’altra, migliore. E proprio in quel momento che può entrare dalla porta del locale un uomo. Ha l’aria di un senzatetto e sostiene di provenire dal futuro. Ovviamente è distopico nel quale l’Intelligenza Artificiale ha conquistato tutto e tutti. E lui è stato mandato da quel futuro per reclutare un gruppo di persone per impedire, oggi, che questa apocalisse digitale avvenga domani.
Questo è l’antefatto di Good Luck, Have Fun, Don’t Die il nuovo film di Gore Verbinski (The Ring, 2002; Pirati dei Caraibi, 2003 – 2007; Rango, 2011) uscito nelle nostre sale con Vertice360 il 25 giugno. Prima dell’uscita è stato visto di recente nella Selezione Ufficiale nella 72^ edizione del Taormina Film Fest. Ha vinto il premio dei giovani ossia il Cariddino d’Oro. Nella stessa manifestazione anche il regista ha ricevuto il premio collaterale Taormina Award.

Verbinski torna alla regia dieci anni dopo il suo ultimo lavoro La cura dal benessere (The Care of Wellbeing, 2016), che si lega strettamente anche a Good Luck. Prosegue infatti la scelta di Verbinski di non seguire un cinema mainstream che debba necessariamente accompagnare lo spettatore per mano dall’inizio alla fine. Piuttosto un film fatto di segnali, piccoli dettagli che poi si trasformano in un quadro più grande omogeneo e allo stesso tempo contraddittorio.
La cura dal benessere: la medicina al vivere moderno esiste davvero?
In Good Luck, Have Fun, Don’t Die si parla di una fuga dal benessere, quindi una sorta di evasione non da qualcosa che ci fa star bene ma da qualcosa che in teoria dovrebbe farci bene. Sono due concetti apparentemente simili ma in realtà non lo sono. Uno indica quello che rappresenta oggettivamente un effettivo beneficio per la salute psico-fisica; l’altro è un’esperienza puramente soggettiva. Il che include anche identità.
In Good Luck seguiamo le vicende di alcune persone che si trovano coinvolte in questa crociata. Ci sono Mark e Janet (Michael Peña e Zazie Beetz). Sono due professori di liceo che provano ad insegnare a dei ragazzi talmente connessi che non alzano lo sguardo neanche oltre al proprio banco. Per richiamare la loro attenzione questi si servono di pistole fantascientifiche che bloccano temporaneamente il segnale dei cellulari.

Oppure c’è Susan (Juno Temple) una madre che ha perso il figlio di 14 anni durante una sparatoria a scuola. Questa viene avvicinata da altri genitori nella stessa situazione, a contattare una azienda che si occupa di clonare suo figlio. Uguale nel corpo ma non nella mente. Per quella si rivolge a una società concorrente che sa ricreare la voce e in buona parte la personalità del caro perduto. Ciò rimanda, a Her (2013) di Spike Jonze, dove i sentimenti e l’amore possono essere trasmessi e condivisi anche solo da una voce, sintetica e senza corpo. Sarà proprio la voce di questo figlio ritrovato che suggerirà a Susan di unirsi alla crociata del misterioso Uomo del Futuro (Sam Rockwell).
Il viaggio di quest’ultimo è iniziato molte altre volte ed è sempre finito in fallimento. La missione è come un videogioco che è possibile resettare fino a che non si trova la combinazione perfetta. In questa combinazione di eroi improbabili svetta Ingrid (Haley Lu Richardson). È una ragazza che ha l’insolita allergia ai cellulari e al Wi-Fi. Nella tavola calda è seduta in disparte. Vestita con un costume da principessa tutto rovinato e sporco. Sembra uscita da una pagina social di immagini deprimenti che ci piace guardare. Perché allontanano il nostro senso di tristezza e lo incanalano in una nostalgia idealizzata di un’infanzia perduta. Eliminando il superfluo dall’algoritmo.
Rango – La ricerca dell’acqua e di se stessi in salsa western
La desolazione di Ingrid è vera. Convintasi fin da piccola che il suo presunto handicap le avrebbe reso la vita difficile, si è rifugiata nell’infanzia. Non è una principessa Disney, ma cerca di portare magia nelle feste di compleanno di bambine sempre più isolate dai cellulari. E in una di queste forse la sua storia ha un lieto fine, conoscendo un ragazzo che non crede nella tecnologia. Questi verrà comunque ammaliato da un visore di realtà virtuale. Ciò che propone è un mondo con un lieto fine accettabile e un proprio modo di salutarsi: Buona fortuna, divertiti e non morire!

La realtà distopica da cui proviene l’Uomo del Futuro è un mondo che questa tecnologia ha fagocitato, rendendoci incuranti di tutto quello che sta al di fuori: piante, animali, affetti e amori. Non tutto è così solido come sembra e niente è scontato. Good Luck, Have Fun, Don’t Die ci invita a riflettere su questo: a vedere più attentamente per notare i dettagli che sono sfuggiti a una prima visione. Verbinski, invita a notare e a perdersi in questi dettagli: come può essere un’insegna banale sullo sfondo.
Il cinema contemporaneo indaga sempre più sulla manipolazione dell’immagine digitale, nonostante sia il grande (e dichiarato) ingannatore. Verbinski torna sui temi di The Ring (2002). Seppur quest’ultimo adatti alla visione occidentale il giapponese Ring (1998) di Hideo Nakata, ci parla di maledizioni visive debellabili resettando e condividendo all’infinito.
