23 Giugno 2026

PFAS in calo nelle balene, una buona notizia o un problema più complesso?

PFAS in calo nelle balene
PFAS nelle balene in calo: una buona notizia solo in apparenza. Lo studio di Harvard solleva nuovi interrogativi sul destino degli inquinanti eterni.

PFAS nelle balene in calo: una buona notizia solo in apparenza. Lo studio di Harvard solleva nuovi interrogativi sul destino degli inquinanti eterni

Le concentrazioni di PFAS, i cosiddetti «inquinanti eterni», sono in calo nelle balene. A prima vista, questa notizia potrebbe sembrare un segnale incoraggiante per l’ambiente marino. Tuttavia, secondo gli scienziati, la riduzione di queste sostanze potrebbe nascondere una situazione più complessa e richiede quindi un’analisi più approfondita.

Stato del clima globale, situazione di emergenza

 

Cosa sono i PFAS e dove sono presenti nell’ambiente?

I PFAS, o sostanze per- e polifluoroalchiliche, comprendono oltre 10.000 composti sintetici oggi presenti praticamente ovunque sul pianeta. Tracce di queste sostanze sono state individuate sulla vetta dell’Everest, nel sangue umano e persino nei delfini di acque profonde al largo della Nuova Zelanda. Vengono impiegati in numerosi prodotti di uso quotidiano per le loro proprietà idrorepellenti e resistenti ai grassi, come nel caso delle pentole antiaderenti. La loro caratteristica principale è però l’estrema persistenza nell’ambiente: per degradarsi naturalmente possono impiegare più di mille anni, da cui deriva il nome di «sostanze eterne».

Contaminazione da PFAS nelle acque potabili, Greenpeace presenta la prima mappa

Lo studio di Harvard e la nascita di una nuova problematica

Uno studio dell’Università di Harvard ha analizzato campioni di tessuto di globicefali raccolti tra il 1986 e il 2023, riscontrando una diminuzione della contaminazione da PFAS. Il dato appare però in contrasto con l’andamento della produzione globale di queste sostanze, che continua invece ad aumentare in modo significativo. Di conseguenza, i ricercatori si pongono una domanda fondamentale: dove stanno finendo i PFAS?

Il paradosso chimico: dove stanno finendo i PFAS?

Se la produzione globale di inquinanti eterni aumenta, perché le balene ne contengono meno? Lo studio di Harvard svela un paradosso inquietante legato alla sostituzione industriale delle molecole e al cambiamento climatico.

Negli ultimi anni, le restrizioni sui PFAS storici (a catena lunga) hanno spinto le aziende a utilizzare i PFAS di nuova generazione (a catena corta). Mentre i vecchi composti si accumulavano nel grasso dei cetacei, i nuovi sono altamente solubili in acqua. Di conseguenza, le balene mostrano livelli inferiori nei loro tessuti, ma gli oceani si stanno trasformando in una gigantesca “zuppa” chimica diluita.

Inoltre, il riscaldamento globale sta alterando le correnti marine e accelerando lo scioglimento dei ghiacci artici, che oggi rilasciano nell’acqua i PFAS accumulati nei decenni passati, spostando geograficamente la mappa della contaminazione.

Ocean State Report 8, allarme di Copernicus sullo stato dell’oceano

Il lato positivo del calo dei PFAS

Secondo l’autrice senior dello studio, Elsie Sunderland, un aspetto positivo emerso dalla ricerca riguarda l’efficacia delle misure adottate per limitare l’uso di queste sostanze. «Le dismissioni della produzione, inizialmente volontarie e poi dettate dalla regolamentazione, si sono rivelate efficaci nel ridurre le concentrazioni di queste sostanze nelle comunità di balene vicine alle fonti e anche negli ecosistemi più remoti, il che credo sia molto positivo e va sottolineato», afferma la ricercatrice.

Microfibre, è allarme inquinamento marino: milioni in mare ad ogni lavaggio

Nuovi interrogativi per il futuro dei mari

Il calo dei PFAS nelle balene non è quindi il segnale di un oceano che guarisce, ma di un inquinamento che sta cambiando pelle e che diventa invisibile ai metodi di monitoraggio tradizionali.

Se da un lato l’efficacia delle restrizioni sui vecchi composti dimostra che la politica ambientale può funzionare, dall’altro la proliferazione di nuovi composti a catena corta rischia di saturare la base della catena alimentare marina (come il plancton).

Per gli scienziati di Harvard, la sfida si sposta ora dal monitoraggio dei grandi mammiferi all’analisi microscopica delle acque oceaniche profonde.

[Foto di Marco su Pixabay]

Lascia un commento

Your email address will not be published.

I più letti

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Torino n. 36 del 17/12/2014 | Associazione culturale Ambiente in Circolo editrice | © 2014/2020 eHabitat.it

Ultimi articoli di Ambiente

Coralli del Mediterraneo

Coralli del Mediterraneo, i risultati del progetto MedCoral Guardians

I coralli del Mediterraneo sono sempre più minacciati dall’aumento delle temperature marine, ecco i risultati del progetto MedCoral Guardians per la loro tutela Fondamentali per la biodiversità, la protezione delle coste dall’erosione e l’attenuazione dell’energia delle onde, i coralli del Mediterraneo sono a forte rischio di sopravvivenza a causa del... Leggi tutto
PollinALP

PollinALP, il progetto per la tutela degli insetti impollinatori

Parte PollinALP, il progetto coordinato dal Parco nazionale delle Cinque Terre per ripristinare, migliorare e connettere gli habitat degli impollinatori Il declino degli insetti impollinatori, fondamentali per la sicurezza alimentare, l’equilibrio degli ecosistemi e la biodiversità, si configura oggi come una sfida ambientale particolarmente importante a livello globale.  Prova ad... Leggi tutto
Nucleare in Italia

Nucleare in Italia, l’allarme degli scienziati

Nucleare in Italia, il network di scienziati Energia per l’Italia esprime contrarietà al disegno di legge del governo e critica il nucleare sostenibile Nonostante i chiari esiti di due referendum (1987 e 2011) e le scorie radioattive ancora da smaltire presenti sul nostro territorio, in Italia si torna a parlare... Leggi tutto
Go toTop