PFAS nelle balene in calo: una buona notizia solo in apparenza. Lo studio di Harvard solleva nuovi interrogativi sul destino degli inquinanti eterni
Le concentrazioni di PFAS, i cosiddetti «inquinanti eterni», sono in calo nelle balene. A prima vista, questa notizia potrebbe sembrare un segnale incoraggiante per l’ambiente marino. Tuttavia, secondo gli scienziati, la riduzione di queste sostanze potrebbe nascondere una situazione più complessa e richiede quindi un’analisi più approfondita.
Cosa sono i PFAS e dove sono presenti nell’ambiente?
I PFAS, o sostanze per- e polifluoroalchiliche, comprendono oltre 10.000 composti sintetici oggi presenti praticamente ovunque sul pianeta. Tracce di queste sostanze sono state individuate sulla vetta dell’Everest, nel sangue umano e persino nei delfini di acque profonde al largo della Nuova Zelanda. Vengono impiegati in numerosi prodotti di uso quotidiano per le loro proprietà idrorepellenti e resistenti ai grassi, come nel caso delle pentole antiaderenti. La loro caratteristica principale è però l’estrema persistenza nell’ambiente: per degradarsi naturalmente possono impiegare più di mille anni, da cui deriva il nome di «sostanze eterne».
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Lo studio di Harvard e la nascita di una nuova problematica
Uno studio dell’Università di Harvard ha analizzato campioni di tessuto di globicefali raccolti tra il 1986 e il 2023, riscontrando una diminuzione della contaminazione da PFAS. Il dato appare però in contrasto con l’andamento della produzione globale di queste sostanze, che continua invece ad aumentare in modo significativo. Di conseguenza, i ricercatori si pongono una domanda fondamentale: dove stanno finendo i PFAS?
Il paradosso chimico: dove stanno finendo i PFAS?
Se la produzione globale di inquinanti eterni aumenta, perché le balene ne contengono meno? Lo studio di Harvard svela un paradosso inquietante legato alla sostituzione industriale delle molecole e al cambiamento climatico.
Negli ultimi anni, le restrizioni sui PFAS storici (a catena lunga) hanno spinto le aziende a utilizzare i PFAS di nuova generazione (a catena corta). Mentre i vecchi composti si accumulavano nel grasso dei cetacei, i nuovi sono altamente solubili in acqua. Di conseguenza, le balene mostrano livelli inferiori nei loro tessuti, ma gli oceani si stanno trasformando in una gigantesca “zuppa” chimica diluita.
Inoltre, il riscaldamento globale sta alterando le correnti marine e accelerando lo scioglimento dei ghiacci artici, che oggi rilasciano nell’acqua i PFAS accumulati nei decenni passati, spostando geograficamente la mappa della contaminazione.
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Il lato positivo del calo dei PFAS
Secondo l’autrice senior dello studio, Elsie Sunderland, un aspetto positivo emerso dalla ricerca riguarda l’efficacia delle misure adottate per limitare l’uso di queste sostanze. «Le dismissioni della produzione, inizialmente volontarie e poi dettate dalla regolamentazione, si sono rivelate efficaci nel ridurre le concentrazioni di queste sostanze nelle comunità di balene vicine alle fonti e anche negli ecosistemi più remoti, il che credo sia molto positivo e va sottolineato», afferma la ricercatrice.
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Nuovi interrogativi per il futuro dei mari
Il calo dei PFAS nelle balene non è quindi il segnale di un oceano che guarisce, ma di un inquinamento che sta cambiando pelle e che diventa invisibile ai metodi di monitoraggio tradizionali.
Se da un lato l’efficacia delle restrizioni sui vecchi composti dimostra che la politica ambientale può funzionare, dall’altro la proliferazione di nuovi composti a catena corta rischia di saturare la base della catena alimentare marina (come il plancton).
Per gli scienziati di Harvard, la sfida si sposta ora dal monitoraggio dei grandi mammiferi all’analisi microscopica delle acque oceaniche profonde.
[Foto di Marco su Pixabay]
