Fabbriche verdi, lavoro grigio è il report realizzato da FAIR che denuncia le cattive condizioni di lavoro nelle aziende di abbigliamento green in Bangladesh
La transizione giusta (Just Transition), quella che tiene insieme la tutela ambientale, il rispetto dei diritti dei lavoratori e l’occupazione di qualità, rappresenta una necessità urgente anche per il settore della moda. Verso questo obiettivo mira il rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta”, realizzato da FAIR per Campagna Abiti Puliti (CAP), la sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC), ovvero la rete globale di oltre 200 organizzazioni che operano in più di 45 Paesi per monitorare e cercare di risolvere i casi di violazione dei diritti umani negli Stati a vocazione tessile.
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Questa importante ricerca rientra nell’ambito di “Fashioning a Just Transition”, un progetto dedicato alla transizione giusta nel settore tessile, co-finanziato dall’Unione europea (Ue) e promosso in Italia proprio dalla CAP. “Tale prospettiva nasce in ambienti sindacali e si basa sul tentativo di superare l’opposizione tra lavoro ed ecologia in modo tale da consentire la loro convergenza per promuovere contemporaneamente la protezione dell’ambiente e l’occupazione di qualità, nell’ambito di una riduzione generale delle disuguaglianze globali e locali. Attraverso una metodologia qualitativa orientata al lavoro, il rapporto valuta in che misura questa strategia sia rilevabile nelle fabbriche LEED (NdA, Leadership in Energy and Environmental Design) dove si riforniscono diversi marchi noti, tra cui Benetton, Bestseller, Decathlon, Fruit of the Loom, GAP, H&M, Hugo Boss, Kiabi, M&S, NEXT, OVS, Zara, Walmart, Wrangler”, si legge nel report.
L’indagine è stata svolta in collaborazione con il “Bangladesh Centre for Worker Solidarity” ed i dati sono stati raccolti tra i mesi di ottobre 2024 e maggio 2025.
L’industria dell’abbigliamento in Bangladesh e le fabbriche LEED
Negli ultimi trent’anni il Bangladesh ha acquisito un posto sempre più rilevante nell’industria globale dell’abbigliamento. Tale trasformazione è stata spesso interpretata come una storia di successo e un’ulteriore dimostrazione del valore del modello di industrializzazione guidato dalle esportazioni, per riuscire a sollevare un Paese dalla povertà. In realtà, “la crescita del settore è stata influenzata dall’interazione tra l’adeguamento strutturale guidato dai finanziatori, i regimi commerciali neoliberisti e la deliberata soppressione dei diritti dei lavoratori per attrarre gli investimenti stranieri”, sottolinea il report.
Ponendosi come facilitatore di capitali, il Bangladesh ha offerto agevolazioni fiscali, incentivi all’esportazione ed una manodopera docile ed a basso costo. Dagli anni Ottanta abbiamo dunque assistito all’ascesa fulminea del Bangladesh nell’industria dell’abbigliamento, trainata appunto dai regimi commerciali favorevoli, dalla forza lavoro a basso costo e dall’accordo multifibre (MFA). Si è trattato di una politica industriale plasmata più dalle esigenze degli acquirenti globali che dal consenso democratico. “Ciò che viene commercializzato come un ‘vantaggio reciproco’ per lo sviluppo ha, in realtà, riprodotto un regime di sfruttamento razzializzato e di genere: le lavoratrici dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh sono preziose per l’economia globale proprio perché sono economiche, docili e sacrificabili”, si legge nel rapporto.
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Dopo anni segnati dalla mobilitazione dei lavoratori tramite la sindacalizzazione di base, gli scioperi spontanei e le manifestazioni con richieste di diritti, salari equi e sicurezza sul lavoro, nell’aprile 2013 il settore dell’abbigliamento conobbe la sua più grande tragedia, il crollo dell’edificio Rana Plaza con la morte di oltre 1.100 persone e migliaia di feriti. In seguito alle proteste globali sono stati introdotti miglioramenti nell’ambito della sicurezza e dei controlli, che non hanno riguardato però i salari e le tutele sociali. Oggi il Bangladesh può contare su ben 248 fabbriche “verdi” certificate LEED, il numero più alto a livello globale, ma anche quest’ultime che spiccano per la sostenibilità ecologica degli edifici e l’efficienza energetica, non garantiscono i diritti fondamentali e la tutela della salute dei lavoratori.
“Il settore abbigliamento contribuisce per circa il 15,4% alle emissioni nazionali di CO2, ma la transizione verso la sostenibilità è guidata più dalle priorità ambientali, sociali e di governance (ESG) dei marchi che dalla giustizia incentrata sui lavoratori”, chiarisce il rapporto.
Bisogna inoltre ricordare che il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, minacciato dall’aumento delle temperature, dall’innalzamento del livello del mare e dalle inondazioni che possono compromettere le infrastrutture e la salute dei lavoratori. Senza investimenti significativi in infrastrutture resistenti ai cambiamenti climatici e nella protezione della forza lavoro, il settore dell’abbigliamento rischia seriamente di incorrere in una serie di crisi a cascata.
L’indagine
I dati che emergono dalla ricerca evidenziano che le politiche di transizione ecologica, annunciate e riconosciute come fondamentali, non vengono attuate in modo sistemico a livello nazionale. Per quanto riguarda le fabbriche LEED qui analizzate, i lavoratori intervistati tendono a distinguere nettamente tra l’impatto ambientale e quello sociale di questi stabilimenti. Se è pur vero che ci troviamo in contesti caratterizzati da spazi verdi, con esterni puliti, ben curati e piacevoli alla vista, ricchi di alberi e aree fiorite, la funzione svolta dall’ambiente è percepita come prevalentemente ornamentale ed orientata al marchio.
L’impatto sociale è leggermente migliore nelle fabbriche LEED ma ancora non soddisfacente, con soli modesti passi in avanti nelle questioni di genere e nei livelli salariali. L’aumento degli obiettivi di produzione, infatti, compensa eccessivamente gli incrementi dei salari, che restano leggermente superiori al salario minimo legale ma ben al di sotto di quanto serva ai lavoratori per poter vivere dignitosamente. Se dunque, da una parte, le condizioni di lavoro tendono a deteriorarsi a causa dell’aumento della pressione produttiva (quasi tutti gli intervistati citano gli abusi verbali e psicologici correlati agli obiettivi di produzione sempre più ambiziosi, unitamente alla totale mancanza di fiducia nei comitati interni alla fabbrica formati e gestiti dalla direzione e dalla proprietà), dall’altra manca del tutto la partecipazione dei lavoratori agli sforzi di transizione. La manodopera, infatti, non è informata sul processo di certificazione e non è a conoscenza del significato e delle implicazioni della certificazione LEED, mentre continuano a non esistere i sindacati, i comitati dei lavoratori restano controllati dai proprietari e temono ritorsioni limitandosi così a trattare questioni minori, la consultazione da parte degli auditor è quasi sempre negata od avviene in presenza dei dirigenti, quindi in contesti percepiti come non sicuri.
Vi è poi un terzo aspetto altrettanto grave, quello legato alla salute ed alla sicurezza ambientale e sul lavoro. I lavoratori segnalano lo stress da calore e l’eccesso di polvere quali principali problemi legati alla salute, gli impianti di ventilazione/raffreddamento e di scarico sono ritenuti perlopiù inadeguati, mentre le condizioni di vita restano estremamente precarie, “durante la stagione calda diventa molto difficile, il calore ci brucia il viso e gli occhi”, afferma Arif, uno dei lavoratori intervistati.
“Pertanto, le politiche ambientali guidate dal mercato, di cui il caso delle fabbriche LEED è espressione, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere l’obiettivo di un’industria della moda equa e democratica entro i limiti planetari. Per raggiungere questo obiettivo, ovvero per abbracciare una vera e propria transizione giusta nella moda, è necessario adottare cambiamenti strutturali e sistemici (istituzionali, politici, economici) sia a livello nazionale sia sul piano globale”, sottolinea il rapporto.
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Transizione e raccomandazioni
Il report propone di esaminare tre momenti chiave di questa profonda trasformazione. In primo luogo, la dimensione trasformativa della transizione giusta, “che consiste nell’elaborare scenari futuri post-crescita e soluzioni strutturali per superare l’attuale modello economico che condanna il Bangladesh a rimanere un fornitore globale di manodopera a basso costo impiegata in industrie a scarso valore aggiunto”.
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La seconda dimensione è una transizione giusta protettiva, “che si concentra sull’esperienza immediata dei lavoratori negli spazi della produzione per consentire loro di far fronte agli effetti drammatici del riscaldamento globale antropogenico, che colpisce più duramente i paesi più poveri”.
Infine, per giungere alle trasformazioni socio-economiche strutturali è necessario affidarsi ad una transizione giusta proattiva, tesa “a ripristinare il primato della politica sull’economia e a riequilibrare l’asimmetria di potere tra capitale e lavoro che attualmente governa le catene del valore globali e impedisce un autentico dialogo sociale basato su processi partecipativi, equi e democratici”.
In termini di raccomandazioni, gli autori del rapporto reclamano la necessità di leggi efficaci ed accordi di filiera vincolanti che garantiscano: l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza e molestie di genere; la prevenzione e la mitigazione dei rischi per la salute e la sicurezza del lavoro; un salario dignitoso ai lavoratori per soddisfare i bisogni primari ed infine il pieno godimento dei diritti fondamentali, incluse la libertà di associazione e la contrattazione collettiva, “prerequisiti per la partecipazione di chi lavora ai processi di trasformazione aziendale”.
Tra le tante proposte vi è quella di sostenere e firmare accordi vincolanti per i marchi (Enforceable Brand Agreements, EBAs), al fine di apportare cambiamenti sistemici alla catena di approvvigionamento e garantire livelli adeguati di responsabilità e coinvolgimento delle parti interessate. In particolare, i marchi firmatari dell’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell’industria tessile e dell’abbigliamento dovrebbero garantire l’inclusione esplicita dello stress da calore e di altri rischi nelle ispezioni e nelle misure correttive previste dall’accordo, oltre alla violenza di genere, la questione degli straordinari, il mancato pagamento dei salari ed altri comportamenti antisindacali.
Per quanto riguarda l’Ue, il report invita a rafforzare la strategia comunitaria per il tessile sostenibile e circolare, proteggendo e attuando la direttiva 2024/1760 sulla due diligence in materia di sostenibilità delle imprese, abbandonando il pacchetto di semplificazione Omnibus sulla sostenibilità, adottando la direttiva “Green Claims” sulla fondatezza e la comunicazione delle dichiarazioni ambientali esplicite, ed infine introducendo una nuova direttiva che vieti le pratiche commerciali sleali nel settore tessile e dell’abbigliamento.
Le fabbriche verdi non meritano un lavoro grigio.
[Credits foto: Campagna Abiti Puliti, abitipuliti.org]
