In Pecore sotto copertura, un gregge indaga sulla morte del proprio pastore in un giallo animato sorprendente tra mistero, memoria, dolore e natura
Per prima cosa, bisogna sfatare un mito: il termine “giallo”, il sottogenere letterario e audiovisivo “crime”, viene chiamato così solo in Italia. Ciò risale al 1929, quando Arnoldo Mondadori cominciò a pubblicare romanzi di investigazione. Per distinguerli, gli fu data una copertina di questo colore. Da allora il nome è rimasto.
Sotto questa denominazione si possono inserire tipologie diverse di storie. In tutte c’è un’investigazione che parte dalla scoperta di un crimine — nella maggior parte dei casi un omicidio.
Ci può esser il thriller, che lavora molto sulla tensione e la suspense; il noir, un poliziesco che si concentra maggiormente sulla psicologia del criminale; l’hard–boiled, più crudo e realistico. Oppure il deduttivo classico, quello che ha reso famosi autori come Arthur Conan Doyle, Agatha Christie o George Simenon.
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La formula comune si può riassumere con il termine inglese whodunit. Ossia la contrazione di «Who done it?», cioè «Chi l’ha fatto?». Nel cinema è stato Alfred Hitchcock a mostrare molte declinazioni di questo modo di narrare. Allo stesso modo ha evidenziato lo stratagemma narrativo del macguffin. Quell’oggetto o elemento apparentemente importantissimo nella risoluzione della vicenda, che alla fine diventa irrilevante. Questi è solo il motore della vicenda. L’importanza ce l’ha più agli occhi dei personaggi che del lettore/spettatore.
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Anche nel più semplice dei gialli, l’interesse generale è solo parzialmente la mera ricerca del colpevole. Ma è piuttosto vedere come la morte colpisce e destabilizza. Questo vale tanto per chi era vicino alla vittima (e quindi il potenziale indagato), quanto per chi indaga sulla vicenda. L’investigatore non deve essere per forza uno specializzato del crimine dotato di peculiari doti deduttive. Sempre nel cinema questo ce lo ha insegnato Dario Argento. I suoi indagatori sono infatti persone comuni che si trovano coinvolte per caso in situazioni delittuose. L’indagine lì nasce da un desiderio personale di capire, anche a rischio della vita.

Può anche esistere il caso particolare in cui il protagonista dell’indagine è considerato “sciocco” o “sempliciotto” dalla comunità. E perciò può muoversi liberamente per investigare. Il romanzo edito nel 2005 di Leonie Swann, Glenkill — Un giallo di pecore si focalizza proprio su questo.
La Swann, mentre studiava psicologia, filosofia e letteratura inglese a Monaco, ha elaborato la trama. Una detection in cui un gregge di pecore indaga sulla morte del proprio pastore, George. Da questo romanzo è stato tratto il film Pecore sotto copertura di Kyle Balda uscito nelle nostre sale il 7 maggio da Eagle Pictures. Il film, prodotto da Phil Lord e Chris Miller (The Lego Movie, 2014; L’ultima missione – Project Hail Mary), era in lavorazione da oltre un decennio. Quando lo sceneggiatore Craig Mazin scrisse un primo adattamento, in quanto aveva trovato Glenkill: «Intelligente, commovente e filosofico».
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La storia è quella di George appunto, un pastore che vive per le sue pecore: le cura, le nutre e la sera legge loro romanzi, soprattutto gialli. Una mattina come un’altra, questi viene trovato morto con una vanga nel petto. Una delle pecore più intelligenti, Miss Maple (dedica al personaggio di Agatha Christie) decide di indagare. Tuttavia, almeno dal principio, le pecore sono convinte che sia stata la vanga ad uccidere il pastore. Come se un oggetto inanimato avesse coscienza propria. Questo avviene nel romanzo.

Nel film, quando la pecora più intelligente, ribattezzata Lily, trova George (Hugh Jackman) lei resta immobile perché sicura che faccia parte di un gioco. Così la vede Mopple, il montone incapace di dimenticare, la coscienza collettiva di tutti. Lui si accorge che George è morto davvero (forse avvelenato). Ed è lui che spinge Lily di non lasciar correre. C’è nel gregge infatti la consuetudine di dimenticare le situazioni spiacevoli tramite una forma di autoipnosi. Mopple ricorda che questa morte (e per traslato tutte le altre) non può essere semplicemente dimenticata. Bisogna fare tesoro di quanto ha fatto chi ci ha lasciato. E non può essere bandito solo in nome di un quieto vivere sempre uguale a se stesso.
Nell’imposizione al ricordo e l’affrontare il presente, le pecore cominciano a prendere coscienza del valore di azioni ritenute altrimenti scontate. La cura quotidiana che non è semplice routine. A partire da Lily, che osserva e impara ad andare oltre all’apparenza. Segue pedissequamente le regole dei crime letti dal suo pastore, in cui il più grande indizio è la vittima stessa. Questo la porterà a mettersi in discussione, prima fra tutte ad uscire dal proprio prato in senso sia metaforico che reale.

Ad aiutarla, a comprendere pure le varie sfaccettature della natura umana è il nero caprone Sebastian. Lui, prima di conoscere la bontà e la gentilezza di George, ha visto anche la cattiveria degli uomini. In passato i suoi proprietari lo costringevano nottetempo a fare combattimenti clandestini per denaro. Gli esseri umani in Pecore sotto copertura si possono classificare come una serie di caricature stereotipate pur avendo una propria coerenza. Nei gialli l’assassino è spesso l’altro, il perturbante esterno. Il delitto è la conseguenza di una verità più oscura.
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Per Lily la vera scoperta è che l’intelligenza non consiste solo nel districare nodi logici, ma nel confrontarsi con il dolore. Lo scopo è renderlo parte della vita. Anche nella realtà solare e idilliaca di Pecore sotto copertura, quando cala la notte emergono segreti e verità profonde che non si possono cancellare semplicemente contando fino a tre.
