Greenpeace fa ricorso contro la decisione del Tribunale distrettuale del Nord Dakota che la condanna a pagare 345 milioni di dollari di danni a Energy Transfer
Ricordate la protesta di Standing Rock nel Nord Dakota (Usa)? Guidata dal 2016 dalle tribù Sioux contro l’impattante oleodotto (Dakota Access Pipeline) poi effettivamente realizzato anche sul territorio della riserva indiana, fu una forma di resistenza collettiva e pacifica all’insegna della tutela dell’ambiente e della salute pubblica, che suscitò un vasto moto di solidarietà globale.
Ebbene, sono passati anni ma il fuoco cova ancora sotto la cenere. Il colosso petrolifero Energy Transfer ha accusato Greenpeace di aver organizzato e diretto il movimento anti-oleodotto ed è passato alle vie giudiziarie, intentando una cosiddetta SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation) proprio contro Greenpeace International e Greenpeace USA, ovvero una causa legale strategica e intimidatoria, che si configura come uno strumento a cui ricorrono sempre più frequentemente le grandi aziende per reprimere ogni forma di dissenso ai loro progetti.
“L’obiettivo è semplice: intimidire e logorare economicamente chiunque cerchi di opporsi ai loro interessi”, denuncia Greenpeace. “Questa causa è un evidente tentativo di scoraggiare le proteste, mettere a tacere la libertà di espressione, cancellare la leadership indigena del movimento di Standing Rock e punire la solidarietà verso la resistenza pacifica al Dakota Access Pipeline”.
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Lo scorso 27 febbraio un Tribunale distrettuale del North Dakota ha accolto le richieste di Energy Transfer, condannando Greenpeace International e Greenpeace USA a pagare in suo favore la strabiliante somma di 345 milioni di dollari.
La risposta dell’organizzazione ambientalista non si è fatta attendere, concretizzandosi ad aprile nella presentazione di un ricorso per richiedere un nuovo processo, al fine di evitare quello che Greenpeace considera uno dei più grandi errori giudiziari nella storia del Nord Dakota. “Chiediamo alla corte di porre rimedio ai torti commessi durante il processo e di garantire la tutela dei diritti e delle libertà promessi dalla Costituzione degli Stati Uniti”, ha affermato Kristin Casper, responsabile dell’ufficio legale di Greenpeace International. “Non c’è dubbio che a Greenpeace sia stato negato un processo equo: anche un riassunto conciso degli errori e delle ingiustizie che hanno viziato il processo supera le 100 pagine. Greenpeace non si fermerà finché non sarà fatta giustizia e finché le grandi compagnie petrolifere non potranno più abusare del sistema legale nel Nord Dakota o altrove”.
Sulla vicenda è intervenuto pure Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International: “Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta”.
Standing Rock
Le tribù Sioux di Standing Rock sono state le protagoniste di una delle più grandi mobilitazioni ambientaliste degli ultimi tempi. La loro lotta era rivolta contro il “Black Snake”, il minaccioso oleodotto progettato dalla compagnia Energy Transfer per trasportare petrolio greggio dal Nord Dakota all’Illinois. Si tratta del Dakota Access Pipeline, un serpentone interrato che si snoda lungo quattro Stati per ben 1.886 km, costato 3,7 miliardi di dollari e capace di trasportare l’equivalente di 570mila barili di greggio al giorno.
Per i progettisti questa infrastruttura è la forma di trasporto più efficiente ed economica dell’oro nero, per le tribù Sioux è invece un vero proprio schiaffo ai loro diritti, perché “Black Snake” attraversa i territori della riserva e minaccia le terre sacre e le principali fonti idriche e riserve ittiche, ovvero il fiume Missouri ed il lago Oahe.
Le popolazioni indigene insorgono ed esprimono subito la propria contrarietà a quest’opera dall’altissimo impatto ambientale, ma nel 2016 Energy Transfer ottiene i permessi e dà il via ai lavori, che al momento del loro avvicinarsi al fiume Missouri originano il picco della protesta, durata ben 10 mesi con il sostegno di migliaia di attivisti ambientali e dei rappresentanti di oltre 300 nazioni tribali.
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I Sioux di Standing Rock, rappresentati da Earthjustice, chiedono di fermare la costruzione dell’opera e ricorrono in giudizio per la violazione del “Clean Water Act” e del “National Historic Preservation Act”. La mobilitazione resta pacifica, pochissimi gli incidenti, in qualche caso gli attivisti accampati subiscono le violenze da parte della polizia locale e delle guardie giurate. Nel novembre 2016, il presidente degli Stati Uniti Obama invita il Corpo degli ingegneri dell’esercito Usa (Usace) a rispettare le terre sacre degli indiani d’America ed a studiare un percorso alternativo per l’oleodotto, tanto che viene negata la servitù di passaggio per l’attraversamento del Missouri (lago Oahe) e dichiarata la necessità di una valutazione di impatto ambientale.
Tutto cambia però con l’elezione a presidente degli Usa di Donald Trump, che a inizio 2017 firma subito un memorandum presidenziale ordinando all’Usace di approvare la servitù e dà la sua approvazione al Dakota Access Pipeline. “L’amministratore delegato di Energy Transfer, Kelcy Warren, aveva da poco donato 250.000 dollari per sostenere la cerimonia di insediamento del neo-presidente, e in seguito avrebbe donato altri 10 milioni per finanziare la campagna elettorale di Trump per la corsa alle presidenziali del 2020”, denuncia Greenpeace.
L’oleodotto entra definitivamente in funzione nel giugno 2017, ma nel 2020 un giudice federale ordina una nuova valutazione d’impatto ambientale all’Usace (resa pubblica solo a fine 2025), mentre “Black Snake” continua ad operare. La tribù Sioux insiste nel considerare l’oleodotto come un’opera priva di permessi validi, che viola i diritti dei nativi sanciti nei trattati e minaccia il lago Oahe, la loro principale fonte di acqua potabile. Tutto ciò mentre l’Usace continua a sottovalutare i rischi di rottura della condotta e di fuoriuscita del greggio, che potrebbe avere un impatto ambientale devastante. La contesa prosegue ma a prevalere sono sempre gli interessi delle grandi compagnie petrolifere.
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Greenpeace vs Energy Transfer
Energy Transfer ha lanciato la sua battaglia legale contro Greenpeace nel 2017, all’indomani del grade successo del movimento di protesta contro l’oleodotto, intentando una causa legale contro l’organizzazione ambientalista, considerata addirittura di essere il centro di un’impresa criminale e la vera orchestratrice della vasta mobilitazione anti “Black Snake”, tramite una campagna di disinformazione.
“La verità è che uno dei movimenti di protesta più potenti della storia recente è stato organizzato da attivisti nativi che da secoli si trovano ad affrontare politiche governative volte ad appropriarsi delle loro terre, cercando di cancellare la loro cultura. Sostenere che le proteste di Standing Rock siano state orchestrate da Greenpeace è un tentativo subdolo di depotenziare la potenza del messaggio delle tribù Sioux, riducendolo a una semplice contestazione causata da quella che Energy Transfer sta cercando di far passare come una mera ‘campagna di disinformazione’ – cosa che non è”, il commento di Greenpeace.
Nel 2019 un giudice federale ha respinto tutte le accuse compresa quella di associazione a delinquere, senza però pronunciarsi sulla richiesta di risarcimento danni. Il colosso petrolifero ha dunque ripresentato la stessa causa presso il tribunale statale del Nord Dakota e, nel marzo 2025, la giuria di Morton ha riconosciuto le ragioni di Energy Transfer, condannando Greenpeace International e Greenpeace Usa a pagare oltre 660 milioni di dollari di risarcimento, praticamente oltre il doppio della cifra inizialmente richiesta.
La sentenza definitiva è arrivata nel febbraio 2026: un Tribunale distrettuale del Nord Dakota ha respinto alcune parti del verdetto emesso dalla sopra citata giuria ma ha comunque condannato Greenpeace International e Greenpeace Usa a pagare 345 milioni di dollari di danni in favore di Energy Transfer.
Ad aprile la richiesta di un nuovo processo da parte dell’organizzazione ambientalista, che nel corso del procedimento giudiziario ha rilevato numerose e gravi irregolarità specificate in un corposo documento di oltre 100 pagine, tra cui: “la mancanza di un processo equo e imparziale nella contea di Morton; la presenza di chiari pregiudizi in sette giurati su nove, dovuti a legami con l’industria dei combustibili fossili, esperienze con le proteste di Standing Rock e preesistenti opinioni negative nei confronti degli imputati di Greenpeace; l’assegnazione alla sola Greenpeace del 100% dei danni richiesti da Energy Transfer per proteste a cui hanno partecipato migliaia di individui e centinaia di organizzazioni, nonostante la legge del North Dakota prevedesse chiaramente che i danni fossero ripartiti tra tutti coloro che avevano contribuito a questi presunti danni; un verdetto contrario al peso delle prove per ciascuno dei capi d’accusa e viziato dall’inclusione di informazioni errate, incomplete, inammissibili e pregiudizievoli; il mancato ascolto da parte della giuria di prove pertinenti e ammissibili che erano favorevoli a Greenpeace”.
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L’organizzazione ambientalista resta fermamente convinta che la Costituzione degli Stati Uniti non consenta l’attribuzione di responsabilità in questo caso e prosegue la lotta contro la protervia dei giganti fossili. Una battaglia che “riguarda il diritto alla protesta, alla libera espressione e alla giustizia ambientale”, il commento di Greenpeace. Una battaglia di tutti, che non può essere ignorata e ridotta al silenzio.
[Credits foto: Greenpeace]
