La gestione del cinghiale necessita di un approccio integrato di tipo eco-fisiologico per prevenire un ulteriore degrado dell’ecosistema e della specie
Il cinghiale (Sus scrofa) è riconosciuto come una specie infestante, che causa ingenti danni all’agricoltura, alla biodiversità ed alle foreste e contribuisce agli incidenti stradali. In realtà, nonostante la sua distribuzione globale, l’impatto del cinghiale sull’ambiente è ancora poco compreso. Un interessante studio – “Gestione dei cinghiali e degrado ambientale: una questione di ecofisiologia – il caso italiano” – realizzato dal professor Andrea Mazzatenta del dipartimento di Scienze dell’Università di Chieti-Pescara “G. D’annunzio” e pubblicato sulla rivista scientifica “Conservation”, indaga le cause ed i meccanismi alla base dell’esplosione demografica dei cinghiali in Italia, basandosi esclusivamente su set di dati ufficiali provenienti da istituti governativi italiani e consentendo correlazioni quantitative tra dinamica della popolazione, tassi di abbattimento e impatto economico.
“Integrando dati storici, biologia della popolazione, fisiologia riproduttiva e comunicazione chimica, lo studio rivela che le pressioni antropiche, controintuitivamente guidate dalle pratiche di gestione della fauna selvatica, hanno contribuito in modo significativo alla crescita della popolazione. Il passaggio da una strategia-K a una strategia-r nel comportamento riproduttivo, indotto da una pressione di controllo sostenuta, ha portato a un aumento dei tassi di natalità e a un’espansione accelerata. Le alterazioni dell’omeostasi delle specie innescano cambiamenti dannosi nella struttura e nella funzionalità dell’ecosistema, delineando un modello di danno ambientale”, spiega Mazzatenta.
Paradossalmente, dunque, proprio quei piani di abbattimento sistematici e non selettivi, intesi come soluzione al problema dell’eccessiva espansione della specie, si rivelano la causa del problema stesso. I risultati dello studio evidenziano l’urgenza di adottare un approccio integrato alla gestione della fauna selvatica, che combini biologia della conservazione e principi fisiologici con interventi operativi mirati, al fine di prevenire un ulteriore degrado sia della specie sia dell’ecosistema.
L’evoluzione della specie in Italia
Il cinghiale è sempre più riconosciuto come una specie problematica in Europa e nelle Americhe. Una necessaria contestualizzazione storica ci aiuta a comprendere l’attuale distribuzione e crescita demografica di questa specie in Italia.
La resilienza ecologica del cinghiale è stata particolarmente apprezzata tanto che questo animale compare in molti emblemi adottati da famiglie nobili, comuni e province. Dalla fine del 1500 la distribuzione territoriale della specie subì un duro colpo a causa della caccia, tanto da far registrare estinzioni progressive da nord a sud, in Trentino nel 1600 per arrivare a Liguria, Friuli e Romagna entro il 1800. Intorno al 1920 furono ristabilite piccole popolazioni nel nord-est grazie all’introduzione di animali dalla Francia, ma la Seconda guerra mondiale condusse alla scomparsa delle ultime popolazioni adriatiche.
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Dagli anni Cinquanta in poi, per le esigenze di caccia, sono stati introdotti su larga scala cinghiali provenienti principalmente dall’Europa orientale. Successivamente, altri contingenti sono derivati da animali nati in allevamenti che sono stati poi incrociati con nuclei residui di cinghiali autoctoni. Un’altra pratica diffusa, spiega Mazzatenta, “è stata il rilascio non autorizzato di incroci tra cinghiali e suini domestici, finalizzati ad aumentare il contenuto di grasso nella carne a fini commerciali e a migliorare la capacità riproduttiva. Storicamente, questa pratica ha portato allo sviluppo di razze uniche in tutta Italia, tra cui la Cinta Senese, la Sarda, la Casertana, il Suino Nero Abruzzese e il Nero dei Nebrodi. Tuttavia, l’incrocio ha portato sia all’erosione genetica delle popolazioni selvatiche sia all’introduzione di malattie infettive”.
Va però sottolineato che, pur essendo riconosciuti i cinghiali come il principale serbatoio del virus della peste suina africana, i più rilevanti fattori di trasmissione a lunga distanza restano le attività umane, quali il trasporto ed il commercio illegale di suini.
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Se dunque fino al 1958 – l’anno che segna l’inizio dei programmi di reintroduzione identificato come uno dei due punti di flesso – avevamo una presenza limitata e localizzata di cinghiali in Italia, che copriva circa l’1% del territorio nazionale, nel 2000 (secondo punto di flesso) abbiamo assistito ad una marcata accelerazione nella crescita della popolazione.
Tale cambiamento coincide con l’implementazione di nuove strategie di gestione della fauna selvatica, tra cui l’istituzionalizzazione di piani di abbattimento ai sensi della legge 157/1992 e l’adozione diffusa di metodi di caccia collettiva come la braccata, importata dall’Europa orientale. Pratiche che nelle intenzioni avrebbero dovuto frenare la crescita della popolazione di questa specie, ma che in realtà hanno inavvertitamente facilitato una sua maggiore dispersione, accentuandone il successo riproduttivo.
Tra il 2015 e il 2021, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) ha segnalato danni all’agricoltura per un totale di circa 120 milioni di euro. Al contempo, la gestione delle emergenze ha portato ad un aumento del 45% degli abbattimenti, con una media di 300.000 capi abbattuti all’anno. Nel 2023 Coldiretti ha stimato una popolazione nazionale di 2,3 milioni di cinghiali. Tuttavia, spiega Mazzatenta, “l’assenza di un sistema nazionale standardizzato di raccolta dati ostacola valutazioni accurate della dimensione della popolazione e dei danni”.
Le politiche di gestione e controllo del cinghiale in Italia sono state dunque implementate sulla base di dati incompleti, eterogenei ed incoerenti, che hanno contribuito direttamente all’aumento della popolazione della specie. Questo lavoro evidenzia come l’assenza di un quadro scientifico condiviso abbia portato a decisioni inefficaci, sottolineando la necessità di un approccio eco-fisiologico integrato alla gestione sostenibile. “A livello globale, l’esplosione demografica dei cinghiali è spesso attribuita allo spopolamento rurale, alla riforestazione di ex terreni agricoli, alla ridotta lotta contro di essi e al cambiamento climatico; tuttavia, i modelli ambientali e climatici supportano solo parzialmente queste spiegazioni. Per comprendere le dinamiche di popolazione della specie, è essenziale considerarne i tratti biologici ed ecologici”, chiarisce Mazzatenta.
Dalla strategia K alla strategia r
I cinghiali appartengono all’ordine degli Artiodattili e presentano una struttura sociale e una fisiologia riproduttiva complesse. L’unità sociale di base, ovvero la famiglia guidata da una matriarca (matrona) e composta dalle sue figlie, dalla prole e dai maschi immaturi, occupa un territorio domestico definito. I maschi dominanti maturi (salengani o solenghi), spesso solitari o accompagnati da maschi più giovani, difendono territori riproduttivi più ampi comprendenti più gruppi matriarcali.
“Questa organizzazione sociale riflette una strategia riproduttiva K-selezionata, caratterizzata da una lenta crescita della popolazione, bassa mortalità e strutture di età stabili. Energia e risorse sono indirizzate alla sopravvivenza e all’adattamento piuttosto che alla rapida riproduzione. Le strategie K presentano bassa fertilità, lunghi cicli di sviluppo, un ricambio generazionale differito e comportamenti che minimizzano la competizione intraspecifica, come la territorialità e la comunicazione feromonale. Fattori di controllo naturali come malattie e predazione hanno un impatto limitato. Al contrario, seguendo le strategie r, i gruppi famigliari si riproducono rapidamente, con una maturità sessuale precoce, elevata fecondità e un’elevata mortalità, dando luogo a popolazioni prevalentemente giovani. Il passaggio dalla strategia-K alla strategia-r nei cinghiali sottoposti a pressione antropica è una questione chiave che potrebbe spiegare l’esplosione demografica”, scrive Mazzatenta.
L’aumento esponenziale della popolazione di Sus scrofa si spiega dunque non solo con i fattori storici e gestionali, ma ancora meglio con la risposta biologica della specie alla pressione di prelievo. La caccia, infatti, colpisce in particolar modo gli individui più anziani, come le femmine matriarche, che si espongono di più per proteggere il loro gruppo. Metodi di caccia collettiva quali la braccata, a loro volta, sconvolgono ulteriormente le strutture familiari e spostano gli individui oltre i loro territori. “Questo spostamento favorisce il comportamento nomade, spingendo i cinghiali a cercare rifugio e cibo nei campi coltivati e nei rifiuti urbani. Questi adattamenti comportamentali esacerbano i conflitti antropici e i danni all’agricoltura, gli incidenti stradali e l’ ‘effetto spugna’, che porta gli animali a concentrarsi in zone vietate alla caccia come parchi e aree industriali”, chiarisce Mazzatenta.
Nel corso dell’evoluzione, la specie ha sviluppato meccanismi adattativi per fronteggiare le pressioni predatorie e garantire la sopravvivenza. Per l’autore dello studio, l’abbattimento selettivo e la pressione venatoria risultano i principali fattori di un passaggio demografico da strategie riproduttive K ad r, dove è altamente plausibile svolga un ruolo predominante la comunicazione chimica.
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Dopo l’abbattimento delle matriarche, infatti, le figlie entrano simultaneamente in stato di prontezza riproduttiva, poiché liberate dall’inibizione feromonale e comportamentale. L’abbattimento degli individui più anziani (matriarche e maschi dominanti), rimuove dunque i segnali di sincronizzazione dell’estro e innesca una riproduzione asincrona e prematura. “Ciò porta a nascite al di fuori della stagione riproduttiva naturale (fine inverno-inizio primavera), che normalmente garantisce condizioni di alimentazione ottimali per la prole. Le giovani femmine mostrano un potenziale riproduttivo più elevato rispetto alle matriarche più anziane, e i giovani maschi hanno una conta spermatica più elevata rispetto ai maschi dominanti più anziani. Di conseguenza, l’inizio precoce della riproduzione nei giovani di entrambi i sessi sposta la popolazione verso una strategia-r, caratterizzata da una crescita esponenziale. Questo spostamento ha indubbiamente contribuito all’aumento numerico e all’espansione territoriale delle popolazioni di cinghiali”, ribadisce Mazzatenta.
Soluzioni per una gestione sostenibile
Nonostante le linee guida nazionali emanate dall’Ispra ed i principi ecologici delineati nella legislazione vigente, la gestione del cinghiale in Italia continua a basarsi prevalentemente su pratiche di abbattimento (caccia, fucilazione selettiva ed operazioni di controllo) spesso prive di fondamento scientifico ed eseguite senza un’adeguata pianificazione ed un giusto coordinamento.
Per invertire le tendenze attuali, l’autore raccomanda di promuovere l’invecchiamento demografico all’interno delle popolazioni di cinghiali, interrompendo l’abbattimento indiscriminato e vietando la caccia in battuta, che prende di mira femmine matriarcali e maschi dominanti, destabilizzando così le strutture sociali ed accelerando il ricambio riproduttivo. Una volta stabilizzate le dinamiche di popolazione, la caccia dovrebbe concentrarsi esclusivamente sugli individui giovani (rossicci) ed al contempo l’attenzione dovrebbe esser posta sui predatori naturali.
Tra questi il lupo resta il regolatore più efficace, perché favorisce l’invecchiamento demografico dei cinghiali e mantiene gerarchie riproduttive stabili. Oggi però anche il lupo è sottoposto a misure di controllo: tale approccio rischia di aggravare il danno ambientale, innescando un aumento del numero di cinghiali durante le epidemie di peste suina africana e causando la disintegrazione dei branchi di lupi, un altro fattore che intensifica i conflitti tra uomo e fauna selvatica.
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“Una gestione sostenibile del cinghiale non può basarsi esclusivamente sull’abbattimento. Deve basarsi su un approccio ecofisiologico basato su conoscenza fisiologica e comportamentale specifica per ogni specie, in particolare sulla comunicazione chimica. Ciò richiede reti di monitoraggio territoriale supportate da tecnologie avanzate, ad esempio droni con immagini termiche, sistemi LiDAR e sensori ambientali, per consentire la valutazione in tempo reale della struttura della popolazione e delle interazioni ecologiche. Solo attraverso l’integrazione di fisiologia, ecologia e tecnologia è possibile progettare interventi adattivi e scientificamente fondati, coerenti con la complessità dei sistemi faunistici. Questo approccio contribuirà ad affrontare le dimensioni socio-politiche della gestione della fauna selvatica e a facilitare l’integrazione delle politiche”, conclude Mazzatenta.
[Credits foto: TinnitusSounds su Pixabay]
