Il movimento del suolo suscita forte preoccupazione in Europa, il Land Monitoring Service di Copernicus fornisce un aiuto
Il movimento del suolo, ovvero lo spostamento brusco o graduale della superficie terrestre, è un fenomeno che presenta gravi implicazioni in tutta Europa, dove in molte regioni stiamo assistendo a cambiamenti misurabili e spesso rapidi nel paesaggio.
Oltre ai movimenti naturali, come quelli dovuti all’attività tettonica, al rimbalzo glaciale ed al sollevamento vulcanico, ve ne sono altri causati dalle attività antropiche, quali l’estrazione delle acque sotterranee, l’attività mineraria e lo sviluppo urbano, che possono accelerare la subsidenza del terreno, non di rado con gravi conseguenze. “In Islanda, l’attività vulcanica si è riaccesa nella penisola di Reykjanes dopo 800 anni di silenzio, con importanti implicazioni per gli islandesi e le infrastrutture. In altre parti d’Europa le coste si trovano ad affrontare la doppia minaccia dell’innalzamento del livello dei mari e dell’abbassamento dei terreni”, spiega l’Agenzia europea dell’Ambiente (EEA), che sull’argomento ha pubblicato un’istantanea (snapshot) basata sui dati messi a disposizione dal Copernicus Land Monitoring Service.
“Le storie presentate nelle istantanee mostrano come i dati satellitari raccolti dai set di dati quasi in tempo reale del programma di monitoraggio e osservazione della Terra Copernicus e i visualizzatori possono essere utilizzati per illustrare gli ultimi cambiamenti climatici e ambientali, le tendenze e i modelli dei paesaggi europei in continua evoluzione”, chiarisce l’EEA. Più precisamente, i dati per questo lavoro provengono principalmente dall’European Ground Motion Service (EGMS), l’unica mappa al mondo del movimento del suolo a livello continentale che utilizza dati radar interferometrici ad apertura sintetica (InSAR) per rilevare movimenti terrestri su scala millimetrica in tutta Europa. “Inviando segnali radar verso la Terra e misurando il tempo impiegato per il loro ritorno, i satelliti Sentinel-1 sono in grado di rilevare anche i più piccoli spostamenti del suolo nel tempo. Questi sono i dati di input principali per l’EGMS”, sottolinea l’EEA.
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Questa istantanea esplora la subsidenza delle coste europee e le sue possibili implicazioni per il futuro innalzamento del livello del mare, analizza il sollevamento del suolo in tutto il continente (concentrandosi in particolare sui punti critici in cui il terreno si sta sollevando a una velocità tale da minacciare le infrastrutture), ed infine approfondisce l’attività vulcanica in corso in Islanda, seguendo l’evoluzione del movimento del suolo nella penisola di Reykjanes. “Monitorare e comprendere questi movimenti è essenziale per la gestione del rischio, la pianificazione dell’adattamento e la sostenibilità a lungo termine”, commenta l’EEA.
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Subsidenza costiera
“La subsidenza costiera è un rischio geologico graduale ma di grande impatto che colpisce molte delle regioni costiere basse d’Europa. Si riferisce al lento sprofondamento o cedimento del terreno, spesso causato da attività umane come l’estrazione di acque sotterranee, l’estrazione di gas e la costruzione di terreni bonificati. Anche processi naturali come la compattazione dei sedimenti e i movimenti tettonici possono svolgere un ruolo. Nelle zone costiere, anche piccoli tassi di abbassamento (solo pochi millimetri all’anno) possono amplificare significativamente gli effetti dell’innalzamento del livello del mare, aumentando il rischio di inondazioni costiere, intrusione di acqua salata e danni alle infrastrutture”, si legge nell’istantanea dell’EEA.
Se consideriamo l’incidenza sempre maggiore del cambiamento climatico ed il suo ruolo diretto nell’innalzamento del livello del mare possiamo facilmente capire quanto sia difficile la situazione. Uno degli hotspot più noti è la costa settentrionale olandese, dove la subsidenza del terreno è dovuta ad un mix di fattori sia naturali che antropici. Per quanto riguarda quest’ultimi, la bonifica dei terreni e l’estrazione di acqua calda e gas dalle falde acquifere sono fenomeni che accelerano lo sprofondamento tramite processi quali la compattazione e l’ossidazione dei terreni torbosi. “Ciascuno di questi meccanismi contribuisce al graduale abbassamento della superficie terrestre, con importanti implicazioni per il rischio di alluvioni e la stabilità delle infrastrutture”, precisa l’EEA nella presentazione delle immagini e dei grafici riguardanti tali aspetti nel contesto olandese.
Di maggiore interesse per noi è il secondo hotspot noto preso in considerazione, ovvero il Delta del Po, che sta sprofondando rapidamente a causa in primis dell’estrazione di acqua sotterranea e gas naturale, fattori all’origine della compressione degli strati sotterranei e del cedimento in superficie. “Il delta è inoltre costituito da sedimenti morbidi e giovani depositati dal fiume Po, che si compattano naturalmente nel tempo. Inoltre, le dighe e la regolazione dei corsi d’acqua hanno ridotto l’apporto di sedimenti da monte, impedendo al territorio di rigenerarsi mentre il livello del mare continua a salire. Il risultato è una regione sempre più vulnerabile alle inondazioni e all’intrusione di acqua salata”, l’allarme lanciato nell’istantanea.
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La situazione italiana desta preoccupazione anche al Sud, più precisamente nella località di Schiavonea (Cs), dove nei pressi del porto dedicato alla pesca è stato identificato un nuovo hotspot, ovvero un’area lungo costa che sta sprofondando più velocemente del previsto. Trattandosi di una scoperta recente non sappiamo ancora molto sulle cause sottostanti e sui rischi futuri del cedimento, che comunque si sta verificando all’interno e nei dintorni del principale porto cittadino.
L’altro hotspot noto è quello di Salonicco (Grecia), più in generale l’EEA fa presente che circa la metà delle pianure alluvionali costiere europee si sta abbassando, in molti casi di oltre un millimetro all’anno. Nelle aree urbane, nei porti e negli aeroporti tale lieve fenomeno di subsidenza contribuisce significativamente agli effetti dell’innalzamento del livello del mare, aumentando il rischio di alluvioni locali.
L’EGMS consente di rilevare e monitorare questi cambiamenti con precisione millimetrica, fornendo così dati essenziali per capire le aree a maggior rischio ed orientare i piani di adattamento costiero a lungo termine.
Sollevamento
“In tutta Europa, il terreno è in movimento: a volte sprofonda, a volte si solleva. Mentre la subsidenza attira spesso gran parte dell’attenzione, il sollevamento può essere altrettanto importante. Che siano causati da forze tettoniche, attività vulcanica o dal rimbalzo del terreno dopo l’attività mineraria, questi spostamenti verso l’alto modellano i paesaggi e segnalano cambiamenti più profondi sotto la superficie”, chiarisce l’EEA.
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Mentre alcuni segnali di sollevamento indicano semplicemente la lenta evoluzione del contesto geologico europeo, altri potrebbero prefigurare sviluppi pericolosi quali terremoti, fratture superficiali od eruzioni vulcaniche. Anche in questo caso i dati satellitari svolgono un ruolo prezioso, contribuendo a rilevare le dinamiche nascoste ed a rafforzare la resilienza a lungo termine. L’istantanea si sofferma su tre casi: l’isola di Samos in Grecia, le ex aree minerarie del Limburgo meridionale nei Paesi Bassi ed infine i nostri Campi Flegrei, su cui ci soffermiamo.
Si tratta di una vasta caldera vulcanica sita ad ovest della città di Napoli, che vanta una complessa storia di eruzioni e generale instabilità. Questa regione sta subendo oggi un significativo sollevamento del suolo, un fenomeno che ha preso il via dagli anni Cinquanta a causa dell’intrusione di magma e dell’accumulo di gas e fluidi idrotermali sotto la superficie. La crisi verificatasi negli anni dal 1982 al 1984 comportò il sollevamento del terreno di oltre 1,8 metri, con la conseguenze evacuazione di ben 36mila residenti. Dopo tale grave episodio abbiamo assistito ad un periodo di relativa calma fino al 2005, quando il sollevamento è ripreso a causa della rinnovata pressurizzazione sotto le caldere di Solfatara e Astroni, aggravata dalle debolezze strutturali del fondo della caldera e dalla continua agitazione vulcanica. Attualmente il sollevamento si attesta a circa 15 millimetri al mese.
“Questo sollevamento estremo rappresenta un rischio significativo per le infrastrutture locali. Con l’innalzamento del terreno, le fondamenta possono cedere, i pilastri di sostegno possono rompersi e le linee elettriche possono deformarsi o rompersi. Anche piccoli spostamenti irregolari possono mettere a dura prova strutture non progettate per adattarsi ai movimenti verticali. In regioni storicamente attive come i Campi Flegrei, tale deformazione non minaccia solo abitazioni ed edifici pubblici, ma anche le numerose antiche rovine romane disseminate lungo la costa”, precisa l’EEA nell’istantanea.
In generale questi movimenti dovuti all’intrusione di magma, al recupero post-sismico od al rimbalzo idrologico alterano la stabilità delle infrastrutture, i sistemi idrici e, come abbiamo visto per i Campi Flegrei, persino il patrimonio culturale. Grazie all’EGMS però è possibile monitorare questi cambiamenti nascosti nel tempo, fornendo dati vitali riservati non solo a scienziati, urbanisti o agenzie di protezione civile, ma anche a chiunque sia impegnato nell’adattamento climatico, nella preparazione alle catastrofi o nello sviluppo urbano resiliente.
Lo snapshot si conclude con il sistema vulcanico Sundhnúkur, sito nella penisola di Reykjanes (Islanda), che sta attraversando una nuova fase di attività con molteplici eruzioni verificatesi tra dicembre 2023 e metà del 2024. “Questi eventi sono stati caratterizzati da significative colate laviche, persistente attività sismica e notevoli deformazioni del suolo. Sebbene l’Islanda sia ben preparata a gestire tali pericoli, la portata e la frequenza di queste eruzioni in corso hanno messo a dura prova i servizi di emergenza e le infrastrutture, in particolare nella città di Grindavík e nei suoi dintorni”, chiarisce l’EEA.
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Per quest’area si prospetta un futuro di resilienza ed adattamento, le recenti eruzioni hanno infatti provocato danni ma anche condotto a investimenti lungimiranti nel segno dell’innovazione. “La costruzione di barriere protettive, la deviazione delle strade e l’adozione di solidi sistemi di emergenza dimostrano che la regione sta imparando a convivere con l’attività vulcanica, anziché limitarsi a reagire ad essa. Il futuro della penisola è incerto, ma la capacità di adattamento della sua popolazione suggerisce che continuerà a resistere”, conclude l’EEA.
[Credits foto: KRiemer su Pixabay]
