Plant Based Treaty, nel 2025 il trattato a base vegetale è cresciuto da 60 ad oltre 200 team in tutto il mondo, mentre sono raddoppiate pure le adesioni della città
Anno da record a livello globale per il Plant Based Treaty: nel 2025 i team hanno oltrepassato quota 200 e le città aderenti sono salite a quasi 70 in ben 16 Paesi.
Grande soddisfazione è stata espressa dai promotori del Trattato, che hanno analizzato i principali risultati del 2025 nell’apposito rapporto annuale. “Amsterdam e Nimega hanno approvato seconde mozioni per implementare misure a favore dell’alimentazione a base vegetale, mentre altri consigli comunali hanno promosso azioni significative per il clima. Abbiamo coinvolto centinaia di ristoranti attraverso la campagna ‘100 Cafés’, con il team portoghese che ha raggiunto 100 bar partecipanti. Abbiamo lanciato la ‘Green Smoothie Challenge’ di 30 giorni, servendo frullati a sindaci, consiglieri comunali e al pubblico in occasione di eventi sul clima e organizzati dalle amministrazioni canadesi. In occasione di importanti incontri sul clima, tra cui le Settimane del Clima di Bonn, Londra, Los Angeles, New York e Toronto, abbiamo organizzato giornate dedicate all’alimentazione, panel e presentazioni, distribuendo gratuitamente 1.200 hot dog a base vegetale alla conferenza di Bonn. Il nostro film ‘Food Systems Change Not Climate Change’ ha vinto un premio all’International Vegan Film Festival del 2025, e anche ‘I Am an Octopus’ è stato selezionato. La raccolta fondi è quasi raddoppiata, superando i 50.000 dollari, grazie ai nostri primi gala a Londra e Los Angeles e all’ottenimento di una borsa di studio in Texas”, si legge nel report.
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Plant Based Treaty ha inoltre ringraziato gli organizzatori, i volontari ed i sostenitori, ribadendo l’enormità della sfida che si prospetta, quella di riuscire ad “invertire il crescente consumo di animali in tutto il mondo, che contribuisce ad aggravare le crisi climatiche, della biodiversità, della deforestazione e degli oceani. Un mondo sicuro e giusto richiede un’azione immediata in materia di politiche alimentari”.
Il Trattato
Ridirezionare (tramite la transizione attiva dai sistemi alimentari basati sull’uso di animali a quelli a base vegetale), abbandonare (i cambiamenti di utilizzo del suolo, la deforestazione e la distruzione degli ecosistemi ai fini dell’agricoltura animale) e rispristinare (gli ecosistemi, oltre a riforestare la Terra), sono i tre principi fondamentali del Plant Based Treaty in 40 punti, che invita individui, gruppi, aziende e città ad aderire a questa chiamata all’azione ed a fare pressione sui governi nazionali, affinché il Trattato diventi un complemento all’Accordo di Parigi sul clima.
“Il trattato ha l’obiettivo di porre i sistemi alimentari al centro della lotta alla crisi climatica, in modo da arrestare il degrado degli ecosistemi causato dall’agricoltura animale, promuovere un passaggio a diete vegetali più sane e sostenibili e rimediare attivamente ai danni arrecati alle funzioni planetarie, ai servizi ecosistemici e alla biodiversità”, spiegano gli ideatori di questa iniziativa.
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A fronte di questa crisi climatica, oceanica e di biodiversità che stiamo vivendo, il Plant Based Treaty individua le cause nei combustibili fossili e nell’agricoltura animale, ovvero nei fattori che costituiscono la “forza trainante del riscaldamento globale incontrollato, nonché dell’ampia perdita di biodiversità, della deforestazione su larga scala, dell’estinzione delle specie, dell’esaurimento delle risorse idriche, del degrado del suolo e delle zone morte oceaniche”. L’attenzione sui combustibili fossili resta alta, non altrettanto si può dire per l’agricoltura animale, che comunque contribuisce alle emissioni di tutti e tre i principali gas serra (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto), essendo anzi la principale causa delle emissioni di metano e protossido di azoto a livello mondiale.
Per i promotori del trattato la crisi climatica è un problema globale che necessita di una soluzione globale: solo la transizione energetica ed i sistemi alimentari plant based paiono in grado di scongiurare la catastrofe climatica, che porterebbe al raggiungimento di diversi punti critici o di “non ritorno” (tipping points) del pianeta Terra.
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“Attraverso il cambiamento sia individuale che sistemico, comunità, aziende e governi possono operare in maniera trasversale su più livelli. Adottare una dieta vegana è la più grande azione che una persona possa intraprendere per il pianeta e l’IPCC concorda sul fatto che un passaggio a diete a base vegetale può ridurre significativamente le emissioni di gas serra legate al cibo. Secondo uno studio dell’Università di Oxford se tutti adottassero una dieta a base vegetale su scala globale, potremmo ridurre le emissioni del sistema alimentare fino al 70%”, scrivono i promotori del Plant Based Treaty sul sito ufficiale.
I dati del 2025
I numeri del 2025 di questa interessante iniziativa del basso sono molto incoraggianti. Nell’anno appena trascorso è continuato il lavoro di collaborazione con singoli individui, gruppi e imprese per aumentare le adesioni al Trattato ed i risultati non sono mancati: a fine 2025 si contano tra gli aderenti 260.173 individui (+ 34.241 rispetto all’anno precedente), 1.798 organizzazioni (+ 262) e 2.891 aziende (+ 669). Nella classifica generale delle adesioni individuali l’Italia è ottava con 10.319 persone che hanno sottoscritto il Trattato (+1.158 rispetto al 2024).
Per quanto riguarda le organizzazioni, solo per citare un esempio, nel 2025 il Plant Based Treaty ha accolto il sudafricano “Humane World for Animals”, dando il via ad un progetto pilota che coinvolge venti aziende agricole, nel tentativo di supportare gli allevatori nella transizione verso un’agricoltura biologica a base vegetale. Tra le adesioni individuali, invece, il rapporto menziona vari personaggi tra cui: il medico statunitense Micheal Greger, fondatore di NutritionFacts.org; l’attore brasiliano Rodrigo Dorado, popolarissimo pure sui social media; lo scrittore messicano Andrea Amaneyro; il medico e attivista vegano tedesco Aljosha Muttardi; l’ex giocatore ed ora allenatore di football americano Adrian Klemm, “il Plant Based Treaty è più di un impegno; è una svolta necessaria verso un futuro sostenibile”, il suo commento.
Spostando l’attenzione sulle città, oltre 30 sono quelle che hanno abbracciato i principi del Plant Based Treaty nel 2025, raddoppiando così il numero dei centri urbani attivi in tutto il mondo per un futuro all’insegna di un’alimentazione sostenibile. In Nord America, ad esempio, hanno aderito le città canadesi di Mississauga, Richmond Hill e Vaughan, in Sudamerica i centri urbani brasiliani di Nova Lima e Florianópolis, mentre in Oceania è stata la volta della Città di Vincent in Australia. In Africa segnaliamo le adesioni di quattro città rispettivamente in Gambia, Ghana e Kenya (dove il team di Nairobi continua a lavorare con la Jomo Kenyatta University of Agriculture and Technology per introdurre opzioni vegane nei menù delle mense universitarie) ed in Asia ci limitiamo ad indicare Chandragiri e Nagarjun in Nepal, che dopo aver approvato l’iniziativa si sono impegnate ad introdurre workshop scolastici sulle diete sostenibili, oltre che a promuovere opzioni di menu rispettose del clima tra le imprese locali e la comunità in generale ed a collaborare con gli agricoltori per introdurre pratiche agricole basate sui vegetali.
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Eccoci dunque all’Europa, dove il rapporto si sofferma soprattutto sui casi olandesi di Nimega e Groningen, che hanno seguito l’esempio positivo di Amsterdam. La prima ha vietato la pubblicità di carne e combustibili fossili negli spazi pubblici (inclusi cartelloni digitali e pensiline degli autobus), lanciando inoltre il gustoso sandwich vegetale “Nimma” – realizzato con ingredienti locali per promuovere la filiera corta – nelle mense cittadine, nelle università e negli ospedali. Il consiglio comunale di Nimega ha pure approvato la mozione “Put your oatmilk where your mouth is”, con cui si è impegnato a ridurre i propri acquisti di prodotti di origine animale e ad aumentare l’offerta di opzioni a base vegetale nella ristorazione pubblica, dando il via anche a progetti di ripristino dell’ecosistema come le foreste alimentari (food forests).
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Groningen, città progressista e moderna sita in un’area a spiccata vocazione rurale, si è invece posta obiettivi molto ambiziosi e audaci: 60% di proteine vegetali contro il 40% di proteine animali nel consumo cittadino entro il 2030 (e fino al 70% entro il 2050), oltre al dimezzamento del terreno utilizzato per la coltivazione di mangimi animali. La città olandese è inoltre la prima al mondo a vantare un assessore alla Transizione Proteica, mostrando così la sua leadership nell’allineamento della politica alimentare agli obiettivi climatici e di salute pubblica.
Dopo l’analisi delle performance di altre città europee che hanno aderito al trattato (ad esempio Grenoble e Strasburgo in Francia, Bournemouth nel Regno Unito, Alcorcón in Spagna e Braga e Campolide in Portogallo), il rapporto ha focalizzato l’attenzione sui cambi di menù, in particolare negli istituti scolastici pubblici. Un paragrafo è stato dedicato alla “Green Smoothie Challenge” dello scorso aprile, dove è stata promossa la ricetta del frullato verde iper-nutriente di Thomas Tadlock e della dottoressa Brooke Goldner, con ben 700 persone iscritte alla sfida e l’organizzazione pure di un webinar con la stessa Goldner.
Infine, il report annuale si è soffermato sulle numerose conferenze e sui dibattiti sul clima promossi dall’organizzazione (in primis sui Plant Based Treaty Food Days), sui media digitali (quasi 13,4 milioni di visualizzazioni dei post su Instagram e Facebook, con crescita delle pagine che hanno guadagnato rispettivamente 15.356 e 996 followers) e sulla raccolta fondi (il team colombiano si è aggiudicato un finanziamento di 6.200 dollari dal Fondo Emerger per il rafforzamento territoriale dell’agroforestazione sintropica a base vegetale nel villaggio di Las Camelias).
Nel 2026 l’impegno continua: Plant Based Treaty guida il coraggioso cambiamento globale verso sistemi alimentari a base vegetale, equi e sicuri.
[Credits foto: UltraWorldJY su Pixabay]
