In occasione dell’8 marzo vogliamo puntare i riflettori sul gender gap nei monumenti e in particolare sul perché le statue dedicate alle donne nelle città diventano oggetti da toccare
In occasione della Festa della donna dell’8 marzo, vogliamo scrivere di quelle che sono diventate vere e proprie statue talismano e sul turismo molesto, su quel fenomeno cioè che vede lo spazio pubblico oggettificare il corpo delle donne. Sempre più spesso guardare le nostre città significa fare i conti con un gender gap monumentale. Non solo le figure femminili rappresentate nei monumenti sono una minoranza statistica rispetto a quelle maschili, ma quelle poche presenti finiscono spesso per essere trasformate in vere e proprie attrazioni da palpeggiare.
Da Giulietta a Verona a Molly Malone a Dublino, fino alla statua di Dalida a Parigi: il rito turistico di toccare il seno o altre parti del corpo di queste statue è diventato un gesto normalizzato, quasi un obbligo per ottenere fortuna. Ma è davvero un gioco innocente?
Secondo diverse ricerche condotte in città europee e nordamericane, meno del 10% dei monumenti pubblici è dedicato a figure femminili realmente esistite. Nella maggior parte dei casi si tratta di figure allegoriche — la Patria, la Giustizia, la Libertà — mentre le statue di uomini celebrano condottieri, scienziati, politici, pensatori.
Il corpo della donna come bene di consumo turistico
Il fenomeno sottolinea come queste rappresentazioni – nate per celebrare personaggi storici o letterari – vengano rilette attraverso una lente puramente sessista. Trasformare il monumento in un oggetto da “toccare” per scaramanzia non è un gesto neutrale: è la prosecuzione, nello spazio pubblico, di un’oggettificazione che riduce il corpo femminile a un bene di consumo.
Il punto non è la statua in sé, ma il messaggio che veicola: l’idea che il corpo della donna sia uno spazio pubblico accessibile, disponibile al tatto, privo di confini. Mentre le statue di uomini (pensatori, guerrieri, politici) vengono onorate con pose che ne esaltano l’intelligenza o la potenza d’azione, le figure femminili diventano spesso “talismani” passivi, il cui unico valore risiede nella loro accessibilità fisica.
La città non è neutra
Per noi di eHabitat, il tema dell’ambiente non si limita alla natura selvaggia o alla sostenibilità energetica: riguarda la qualità della nostra vita negli spazi in cui abitiamo. Una città davvero sostenibile è una città inclusiva, dove lo spazio urbano è progettato per far sentire ogni cittadino – e cittadina – al sicuro e rispettato.
Quando le istituzioni permettono che il rito del palpeggiamento turistico diventi una consuetudine promossa dalle guide o accettata dal decoro urbano, stanno avvallando una visione della città che non è neutra, ma fortemente connotata dal genere. Le città sono state progettate storicamente da uomini e per uomini; oggi, l’urbanistica di genere ci insegna che il modo in cui occupiamo e rappresentiamo le strade determina come viviamo le nostre relazioni sociali.
Lo spazio urbano non è solo scenografia: è un ecosistema sociale. Il modo in cui rappresentiamo i corpi nello spazio pubblico incide sulla percezione di sicurezza, appartenenza e legittimità. Se le donne compaiono poco – o solo come oggetti decorativi – la città comunica implicitamente chi è protagonista e chi è comparsa.
Il paradosso di Verona e l’esempio di Dublino: sessismo pubblico o decoro?
Il caso di Verona è, da questo punto di vista, emblematico e inquietante. La decisione del Comune di introdurre un biglietto d’ingresso per accedere alla “Casa di Giulietta” — dove l’accesso al cortile e al contatto fisico con la statua diventano parte di un percorso turistico a pagamento — solleva un interrogativo etico profondo. Quando un’amministrazione pubblica trasforma una pratica sessista in un’esperienza “premium”, di fatto la istituzionalizza. Mettere una “tassa” per vedere e toccare la statua significa implicitamente validarne il consumo: il palpeggiamento non è più un atto spontaneo e discutibile di un singolo turista, ma un servizio incluso nel ticket. Si configura, a tutti gli effetti, quello che molti attivisti definiscono “sessismo di stato”: l’idea che il corpo femminile, anche quando ridotto a icona di bronzo, sia una risorsa economica da sfruttare.
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Dall’altra parte dell’Europa, l’approccio sembra muoversi (seppur con fatica) in una direzione diversa. In Irlanda, le autorità locali hanno iniziato a implementare misure per tutelare la statua di Molly Malone a Dublino, arrivando a considerare la presenza di steward e a promuovere campagne di sensibilizzazione per scoraggiare i comportamenti molesti che hanno letteralmente “bucato” il bronzo del monumento per l’eccessiva usura. Se Dublino ha iniziato, tra mille esitazioni, a porre un limite in nome della protezione del patrimonio e del rispetto, Verona ha scelto la strada della commercializzazione.
Questa divergenza è un segnale chiaro: la tutela dello spazio pubblico dipende dalla volontà politica di educare al rispetto, anziché piegare la storia e la dignità delle donne alle logiche del botteghino.
Anche le statue degli uomini vengono toccate?
Non sono solo le figure femminili a essere oggetto di rituali scaramantici. In molte città capita che vengano sfiorati piedi, mani o oggetti simbolici di statue maschili. Pensiamo al piede di Sant’Ambrogio a Milano, consumato dai fedeli, o al naso di alcune figure popolari in Europa centrale, lucidato per tradizione. Ma c’è una differenza evidente: nel caso degli uomini, il gesto riguarda quasi sempre un dettaglio neutro o simbolico – un piede, una mano, un bastone – raramente parti intime o zone del corpo associate alla sessualizzazione.
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Nelle statue maschili il contatto si concentra sull’autorità o sul simbolo del potere. Le figure femminili, invece, vengono spesso toccate proprio nelle parti che rimandano al corpo erotizzato. Non è solo una questione di gesto, ma di significato culturale.
Oltre il mito, che donne vogliamo nelle piazze?
Non è un caso che altre figure, come la Sirenetta di Copenaghen o le statue di Marilyn Monroe di Palm Springs (spesso posizionate in pose che invitano a scatti voyeuristici moltiplicati dai social), siano al centro di polemiche simili. La cultura popolare continua a riprodurre modelli dove la donna deve essere “bella, sottomessa e disponibile”.
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Cosa accadrebbe se, invece di statuette da toccare, le nostre piazze iniziassero a ospitare monumenti a scienziate, attiviste, intellettuali e pioniere, raffigurate nell’esercizio del loro ingegno o della loro battaglia politica?
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Spostare lo sguardo significa anche cambiare il modo in cui interagiamo con la storia. La “fortuna” che cerchiamo toccando il bronzo di una statua è un’illusione che nasconde una realtà ben più concreta: la necessità di reclamare le nostre città, di trasformare l’arredo urbano in uno strumento di educazione al rispetto e di smettere di considerare i corpi femminili – reali o rappresentati – come spazi di proprietà comune.
Ripensare i monumenti non significa cancellare la storia, ma aggiornarla. Significa decidere chi merita di occupare spazio, chi vogliamo che i cittadini e i bambini soprattutto vedano nelle piazze, quali corpi vengono rispettati e quali no.
Questo 8 marzo, guardiamo alle statue sulle donne nelle nostre città con occhi nuovi. Non sono solo bronzo e marmo: sono il riflesso della società che vogliamo costruire. E forse è arrivato il momento di smettere di “toccare” il passato e iniziare, finalmente, a celebrare il presente.
[Foto © Greta Derraj]
