22 Febbraio 2026

Milano Cortina 2026, le Olimpiadi che hanno reso evidente l’emergenza climatica

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Milano Cortina 2026, le Olimpiadi rendono evidente l’emergenza climatica: atleti a torso nudo, neve artificiale e il futuro fragile dei Giochi

Si chiudono oggi 22 febbraio le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. Ma l’immagine simbolo di questi Giochi non è una medaglia. È un atleta a torso nudo su una pista di sci di fondo che rende evidente l’emergenza climatica in atto, e che mette a repentaglio non solo l’esistenza stessa dei Giochi ma l’intero sistema degli sport invernali.

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Andrew Musgrave, 35 anni, britannico cresciuto in Alaska e trasferito in Norvegia, la scorsa settimana si è presentato alla partenza della 10 km di sci di fondo al Lago di Tesero senza parte superiore della tuta: solo il pettorale numero 42 sulla pelle.

Otto gradi sopra lo zero in Val di Fiemme, il doppio sotto il sole. Neve molle, pesante, quasi primaverile. Musgrave ha chiuso sesto, tra stupore, ironie e preoccupazione per lo sforzo fisico in condizioni anomale.

L’immagine dell’atleta scozzese che indossava solo il pettorale non può considerarsi un dettaglio folkloristico. Si tratta invece della sintesi di ciò che queste Olimpiadi hanno mostrato con una chiarezza che nessun report scientifico riesce a rendere altrettanto immediata: la crisi climatica non è più uno scenario futuro, è una condizione attuale.

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Milano-Cortina 2026 non è quindi stata una delle tante edizioni delle Olimpiadi ma quella in cui il clima è entrato in scena.

Settant’anni di riscaldamento in pista

Quando Cortina ospitò i Giochi nel 1956, febbraio aveva temperature medie inferiori di circa 3,6°C rispetto a oggi. Non si tratta di una variazione marginale ma di uno spostamento strutturale del sistema climatico alpino.

Negli ultimi cinquant’anni la profondità media del manto nevoso a Cortina è diminuita di circa 15 centimetri. Sull’intero arco alpino la neve si è ridotta drasticamente: in alcune aree sud-occidentali fino al 50% in meno rispetto al secolo scorso. La durata della copertura nevosa si è accorciata di circa un mese.

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Milano-Cortina ha reso visibile tutto questo in diretta mondiale.

Neve prodotta, inverno ricostruito

Per garantire le gare sono stati prodotti circa 2,4 milioni di metri cubi di neve artificiale, con un consumo di quasi 1 milione di metri cubi d’acqua. L’Italia è oggi il Paese alpino più dipendente dall’innevamento programmato: circa il 90% delle piste è coperto da neve tecnica, specifica Legambiente.

Queste Olimpiadi hanno mostrato quanto il sistema sportivo invernale sia ormai legato a un’infrastruttura energetica e idrica permanente. Senza cannoni, bacini artificiali e consumi elettrici significativi, molte competizioni non sarebbero possibili sotto i 2000 metri.

Come scrive Repubblica: “Alcuni sport in particolare, come sci, snowboard o bob risulteranno poi sempre più compromessi. Riuscire a salvare lo spirito olimpico e le gare come le conosciamo oggi dipenderà dunque da più fattori: la nostra capacità di combattere il cambiamento climatico e ridurre le emissioni, le alternative energetiche e di risparmio idrico (necessarie per garantire la neve artificiale), la capacità di predisporre parte degli impianti al chiuso“.

Un modello sotto pressione

Il CIO, l’International Olympic Committee, sta già ragionando su Giochi anticipati a gennaio e su una rotazione tra poche sedi climaticamente affidabili. Uno studio recente stima che entro il 2080 potrebbero restare appena una trentina di località idonee a ospitare sport invernali di alto livello.

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Le Olimpiadi, nate per celebrare la natura e la performance umana in condizioni estreme, stanno diventando un test di resilienza climatica.

E non è solo una questione di neve.

Secondo lo United Nations Environment Programme, il settore edilizio e infrastrutturale è responsabile di circa il 37% delle emissioni globali legate all’energia. I mega-eventi, tra cantieri, trasporti e logistica internazionale, amplificano queste dinamiche.

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Le stime parlano di circa 930.000 tonnellate di CO₂ per Milano-Cortina, con una quota significativa legata ai viaggi di atleti, organizzatori e pubblico. Ciò significa che anche quando si riutilizzano impianti e si promettono energie rinnovabili, il nodo della mobilità resta centrale.

La pressione arriva anche dagli atleti

La crisi climatica emersa durante questi Giochi non è rimasta dunque confinata all’analisi scientifica o al dibattito pubblico. È diventata oggetto di pressione diretta all’interno dello stesso sistema degli sport invernali.

Già dall’avvio delle Olimpiadi, alcuni tra i più noti atleti del mondo outdoor hanno promosso la campagna Ski Fossil Free, che ha superato le 25.000 firme a livello globale tra professionisti, appassionati e cittadini.

L’iniziativa, lanciata dal freerider norvegese Nikolai Schirmer, chiede al CIO e alla International Ski and Snowboard Federation di interrompere progressivamente le sponsorizzazioni legate ai combustibili fossili e di adottare misure concrete e misurabili contro il cambiamento climatico.

Tra i firmatari figurano atleti di primo piano come Kilian Jornet e Markus Eder. Il 4 febbraio la petizione è stata consegnata ufficialmente ai vertici del CIO a Milano, aprendo un confronto pubblico sulla coerenza tra valori sportivi e partnership energetiche.

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La presidente del CIO Kirsty Coventry ha riconosciuto la necessità di “fare di più” sul fronte climatico, ma per i promotori l’urgenza è immediata: gli sport invernali dipendono da neve, ghiaccio e stagioni stabili, elementi sempre più vulnerabili in un pianeta che si riscalda.

La crisi climatica a Milano Cortina va in diretta mondiale

La differenza rispetto al passato non è solo quantitativa. È simbolica.

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In altre edizioni il cambiamento climatico era una nota a margine. Qui è stato un protagonista silenzioso: temperature anomale, neve instabile, dipendenza dall’innevamento artificiale.

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Milano Cortina 2026 ha trasformato l’emergenza climatica in un fatto osservabile da milioni di spettatori. Non un grafico, non una previsione futura al 2100, non uno studio scientifico astratto, ma un atleta che gareggia senza maglia a febbraio sulle Alpi.

Se lo sport è uno specchio della società, queste Olimpiadi hanno mostrato un sistema che cerca di mantenere in vita modelli novecenteschi dentro un clima e un pianeta fragile che non è più quello del Novecento. E questa volta non è stato un report a dircelo ma ce lo ha mostrato la pista.

[Foto © Greenpeace Italia]

[Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’intelligenza artificiale e revisionato dalla redazione di eHabitat]

eleonora anello

Vive a Torino. E' giornalista pubblicista, laureata in scienze della comunicazione. Vegetariana ed ecologista, è appassionata di ambiente e di come viene comunicato. Ama il sole e non potrebbe fare a meno del mare. Si sente la paladina dell'ambiente. Per fortuna nella vita privata è mamma di due splendide bimbe che la portano con i piedi per terra. Odia parlare in pubblico e per questo... scrive.

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