WaterLANDS, uno studio nell’ambito di questo progetto europeo che mira a ripristinare le aree umide mostra le minacce della crisi climatica per le torbiere
Le torbiere sono ecosistemi fondamentali sempre più minacciati dalla crisi climatica. A dimostrarlo è uno studio, condotto dall’Università olandese di Wageningen nell’ambito del progetto WaterLANDS, secondo cui in Europa è rimasto intatto solamente il 7% della superficie originaria di queste importantissime aree umide.
“Le zone umide trattengono e purificano l’acqua, rimuovono gli inquinanti e i nutrienti in eccesso, immagazzinano carbonio atmosferico, mitigano le inondazioni e le tempeste costiere, sostengono un’immensa varietà di fauna selvatica e offrono benefici ricreativi, economici e di benessere alle comunità circostanti. Se mal gestite, queste funzioni essenziali per i paesaggi e la società vanno perse. Ampliare il ripristino delle zone umide isolate può contribuire a ripristinare i paesaggi umidi preesistenti e a creare nuove opportunità per le comunità locali”, spiegano i promotori del progetto.
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Il progetto
Finanziato tramite il bando Green Deal 7.1 dell’Ue Horizon 2020, WaterLANDS è coordinato dall’University College di Dublino e riunisce ben 32 partner di vari settori in 14 Paesi europei, con l’obiettivo di ripristinare su larga scala le zone umide danneggiate dalle attività antropiche. Il progetto, lanciato nel dicembre 2021, può contare su un budget totale di 23,6 milioni di euro e terminerà nel mese di novembre dell’anno in corso.
“I precedenti tentativi di ripristino delle zone umide sono stati spesso troppo localizzati o frammentati per apportare un cambiamento significativo al ripristino di ecosistemi e specie. Il nostro obiettivo è co-creare un ripristino più efficace che tenga conto degli aspetti ecologici, sociali, di governance e finanziari, per collegare habitat e comunità in tutta Europa, garantendone la prosperità per molte generazioni a venire”, ha dichiarato il coordinatore del progetto Craig Bullock (University College di Dublino).
I 32 partner, che includono organizzazioni provenienti dai settori della ricerca, dell’industria, delle istituzioni e del non-profit, hanno unito i loro sforzi per garantire la salute e resilienza degli habitat delle zone umide e delle comunità coinvolte. Tra i risultati attesi, oltre alla dimostrazione del ripristino delle aree umide su larga scala, vi sono: l’individuazione degli ostacoli al restauro e lo sviluppo di soluzioni integrate e co-progettate attraverso una collaborazione interdisciplinare; il mantenimento dello stoccaggio del carbonio nelle zone umide ed il miglioramento dei servizi naturali di sequestro del carbonio; l’applicazione di un paradigma guidato dalle comunità nella progettazione congiunta del restauro e nella riconnessione con la natura; la fornitura di piani di ripristino e finanziari personalizzati per ogni sito, orientati dalle conoscenze acquisite da altri progetti o dai “siti di conoscenza”, ed infine la messa a disposizione di linee guida, strumenti, informazioni e conoscenze per supportare le azioni di ripristino su scala continentale.
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“Le comunità dovrebbero continuare a far parte dei paesaggi che stiamo cercando di proteggere e ripristinare. In molti casi, utilizzano queste aree da generazioni e non è ragionevole da parte nostra presumere che questo cesserà improvvisamente. Dobbiamo aiutare le comunità ad abbandonare le pratiche del passato e ad adottare pratiche più sostenibili per il futuro”, ha dichiarato Shane McGuinness, vice coordinatore del progetto.
WaterLANDS è strutturato in nove pacchetti di lavoro ed i risultati, già disponibili in parte, saranno ulteriormente resi disponibili sul sito ufficiale del progetto tramite documenti, pubblicazioni, report e dati ad accesso aperto. In generale, si tratta di un lavoro articolato in sei siti d’azione (tra cui la laguna di Venezia in Italia) e 15 siti di conoscenza (ovvero luoghi dove gli interventi di ripristino hanno avuto successo), chiamati a mettere in comune idee, strategie e risorse.
Per i siti d’azione, il progetto ha cercato di fornire soluzioni finanziarie e risorse personalizzate, instaurando all’occorrenza rapporti con comunità, Ong, enti pubblici e autorità locali. Lo scopo è quello che tali aree fungano presto da esempi di buone pratiche di ripristino, dimostrando al contempo la possibile espansione di queste esperienze a livello regionale e nazionale.
Per la laguna di Venezia, la più grande zona umida costiera italiana, il progetto ha lavorato soprattutto per la rivegetazione rigenerativa (un’azione che sarebbe rimasta priva di sostegni finanziari pubblici), cercando di migliorare il processo di colonizzazione da parte di specie di palude salmastra adatte a massimizzare le prestazioni ecologiche.
Lo studio
Le torbiere sono aree di accumulo lento e continuo di residui organici (prevalentemente vegetali), localizzate in depressioni del terreno dove si raccoglie l’acqua. Si tratta di ecosistemi fragili e rari, tipici di aree fredde ed umide, fondamentali per la biodiversità, la regolazione del ciclo dell’acqua e soprattutto lo stoccaggio del carbonio, quindi anche per la regolazione climatica.
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Sebbene occupino solo il 3% della superficie terrestre, le torbiere accumulano una quantità doppia di carbonio sotterraneo rispetto alla biomassa forestale globale. “La salvaguardia di questo carbonio sotterraneo dipende dal mantenimento di condizioni fresche e umide che rallentano la decomposizione microbica”, si legge nello studio condotto dall’Università di Wageningen all’interno del progetto WaterLANDS, “comprendere le condizioni climatiche in cui le torbiere mantengono il loro funzionamento è fondamentale per anticipare gli impatti dei cambiamenti climatici e formulare strategie per la loro conservazione. Qui esploriamo i confini climatici per tutte le torbiere europee e utilizziamo scenari di cambiamento climatico per prevedere come la funzionalità delle torbiere potrebbe cambiare in risposta alle future condizioni climatiche su scala continentale”.
Secondo lo studio, circa il 93% dei terreni torbosi europei non presenta più ecosistemi di torbiere ecologicamente funzionali. Stiamo dunque assistendo ad una perdita massiccia dovuta in gran parte all’estrazione della torba ed alla conversione agricola, due fattori che hanno contribuito alla prosperità economica nelle pianure centrali del continente, come ha ben spiegato l’autore principale dello studio, Enahu Tahitu.
La maggior parte delle torbiere funzionali – ovvero di quelle che attualmente hanno una copertura ecosistemica delle zone umide che potenzialmente supporta la vegetazione che forma la torba – si trova alle latitudini settentrionali superiori a 60° N in Scandinavia, nei Paesi baltici, in Scozia ed in Irlanda, mentre le torbiere non funzionali si trovano principalmente nelle pianure dell’Europa centrale e meridionale.
Questo lavoro di ricerca ha poi messo in relazione le ubicazioni attuali delle torbiere con i modelli climatici, analizzando i cambiamenti futuri in base a due diversi scenari: il primo in linea con l’Accordo di Parigi (+1,6° C entro il 2050), il secondo con un riscaldamento globale di 3° C entro il 2050. “I nostri risultati mostrano che la probabilità di presenza di torbiere attualmente funzionali diminuirà del 92% con un riscaldamento di 3 gradi entro il 2050. Inoltre, per il 15% delle torbiere attualmente funzionali la probabilità di presenza scenderà al di sotto del 50%, portando probabilmente a significativi cambiamenti di areale nella distribuzione delle torbiere funzionali nei prossimi decenni. Le condizioni climatiche per la presenza di torbiere potrebbero rimanere migliori nella Scandinavia settentrionale, nelle isole occidentali e alle altitudini più elevate dell’Europa continentale. Al contrario, l’idoneità climatica delle torbiere diminuirà significativamente nella maggior parte dell’Europa meridionale, centrale e orientale”, gli esiti poco rassicuranti dello studio.
Le aree con un alto rischio di degrado delle torbiere risultano soggette alla perdita di funzioni ecosistemiche, con conseguenze negative per la biodiversità e la qualità dell’acqua potabile ed il possibile aumento degli incendi boschivi. “Conservare e ripristinare le torbiere rimaste è una questione urgente, non solo per il nostro clima, ma anche per le comunità locali. Le torbiere degradate sono vulnerabili alla siccità, agli incendi e all’erosione, che avranno un impatto diretto sulla qualità dell’aria e dell’acqua, nonché sulle future riserve idriche per gli esseri umani”, ha commentato Juul Limpens, coautrice dello studio.
Se da una parte il rafforzamento e l’espansione delle torbiere è di fondamentale importanza per la mitigazione dei cambiamenti climatici, dall’altra siamo costretti a notare che, ad oggi, solo il 28% delle torbiere funzionali risulta protetto dalla legislazione europea. Lo studio ha identificato le zone prioritarie per la protezione e il ripristino delle torbiere in Europa. Vi sono, ad esempio, estese torbiere funzionali non protette in Scandinavia, nelle Isole Ebridi, nella regione baltica ed in alcune parti dell’Europa centro-orientale, laddove l’idoneità climatica resta elevata. È stato inoltre identificato un piccolo ma critico sottoinsieme di torbiere che potrebbe rimanere funzionale anche nello scenario climatico più pessimistico. Tale sottoinsieme comprende solo il 2,4% del campione dello studio e per l’82% è attualmente non protetto. Secondo lo studio, le aree che rimangono relativamente stabili in entrambi gli scenari climatici rappresentano torbiere resilienti al clima e ad alta priorità di conservazione, perché hanno la capacità di prevenire un ulteriore riscaldamento.
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“Dare priorità alla protezione delle torbiere in condizioni climatiche favorevoli sosterrebbe direttamente gli impegni dell’UE in materia di riduzione dei gas serra previsti dal regolamento sull’uso del suolo, sui cambiamenti di uso del suolo e sulla silvicoltura (LULUCF) e contribuirebbe agli obiettivi vincolanti della legge sul ripristino della natura per il ripristino dei suoli organici drenati attraverso la riumidificazione. I nostri risultati aiutano a definire in modo più esplicito gli obiettivi di ripristino e la probabilità di successo a livello europeo. In questo modo, ‘esplorare prima di ripristinare’, contribuisce all’efficace adattamento dell’ecosistema ai cambiamenti climatici”, conclude lo studio.
[Credits foto: Marisa04 su Pixabay]
