16 Febbraio 2026

Cambiamo aria, i dati confermano lo smog come principale rischio per la salute in Italia

Cambiamo aria

Cambiamo aria è il dossier redatto da Isde Italia che ribadisce la criticità dell’inquinamento atmosferico quale principale rischio ambientale per la salute pubblica

Nonostante alcuni segnali di lieve miglioramento delle medie annuali in singoli contesti, l’esposizione cronica della popolazione urbana a livelli di inquinanti nocivi resta elevata e largamente incompatibile con la tutela della salute pubblica: giunge a questa conclusione il progetto nazionale Cambiamo aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane, promosso da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio mobilità urbana sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che ha analizzato i dati del 2025 sulla qualità dell’aria nelle città italiane.

Il metodo del dossier Isde Cambiamo aria

Questo progetto si fonda sui dati ufficiali delle reti regionali di monitoraggio delle Arpa/Appa ed ha confrontato le concentrazioni degli inquinanti in base ai limiti normativi attuali (decreto legislativo 13/8/2010 n. 155 in attuazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria ambiente), con quelli ben più stringenti fissati sia dalla recente direttiva (Ue) 2024/2881 – che mira all’ambizioso obiettivo inquinamento zero entro il 2050-, sia dalle note Linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) del 2021.

Qualità dell’aria, approvata la nuova direttiva Ue

Nel dossier Cambiamo Aria si ritrovano dunque  i dati relativi a 57 stazioni di monitoraggio (di traffico e di fondo) in 27 città italiane,  “sono stati prodotti complessivamente quasi 500 grafici e tabelle interattive, rendendo disponibili tutte le informazioni raccolte in modo riepilogativo complessivo, per inquinante, per mese dell’anno e per città; da ciascun tabella/grafico è possibile scaricare i dati per eventuali rielaborazioni ed approfondimenti”, chiarisce Isde Italia. Tale lavoro di analisi punta a fornire uno strumento di conoscenza e di pressione civica a tutela della salute pubblica.

“Il confronto tra i dati rilevati nel 2025, i limiti della nuova Direttiva europea e le Linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mostra un ritardo preoccupante. I nuovi standard non sono un traguardo lontano, ma il minimo indispensabile per proteggere la salute. Ricordiamo che gli inquinanti hanno effetti dannosi anche a concentrazioni molto basse e che non esiste una soglia al di sotto della quale l’esposizione possa essere considerata sicura per la totalità della popolazione. Senza interventi strutturali su traffico, riscaldamento e organizzazione delle città, questi limiti resteranno fuori portata. Il divario tra la situazione attuale e gli standard sanitari europei e internazionali non può essere affrontato con misure marginali. Servono azioni immediate e coordinate, in grado di produrre benefici misurabili già nei prossimi anni”, ha dichiarato il responsabile del progetto Paolo Bortolotti (Isde Italia).

Il contesto

Quale responsabile dell’aumento di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e  neurologiche, con effetti negativi pure su salute riproduttiva e sviluppo infantile, l’inquinamento atmosferico è considerato il principale rischio ambientale per la salute pubblica in Europa e in Italia. Le cause sono ben note: trasporto stradale e marittimo, attività industriali ed agricole, allevamenti intensivi ed uso dei combustibili fossili per gli impianti di riscaldamento, tutti fattori all’origine pure dell’emissione di gas climalteranti.

A livello globale, l’Oms stima che l’inquinamento atmosferico sia la causa della morte prematura di sette milioni di persone ogni anno. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria, pubblicata a fine 2024, stabilisce nuovi e più stringenti limiti per gli inquinanti nocivi a partire dal 2030, cercando di allinearsi alle linee guida dell’Oms. Per recepirla i Paesi Ue hanno tempo fino a dicembre 2026.

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L’analisi

“L’analisi complessiva dei dati mostra che neppure la normativa attuale è rispettata in tutte le città: una città supera i valori massimi per la media annua di PM10, sette per il numero dei giorni di superamento del limite giornaliero; quattro città superano il limite annuale per il biossido di azoto.  Considerando i limiti previsti dalla nuova Direttiva UE, per quanto riguarda la media annuale21 li superano per il PM1025 per il PM2,524 per il biossido di azoto. Per quanto riguarda i limiti giornalieri, tra le 27 città monitorate 16 li superano per il PM1019 per il PM2,511 per il biossido di azoto e 17 per l’ozono. Solo tre città (Trieste, Bari e Reggio Calabria) non registrano più di 18 superamenti dei limiti giornalieri stabiliti dalla Direttiva UE per uno di questi quattro inquinanti”, chiarisce Isde sugli esiti del progetto.

I dati 2025 confermano dunque che l’inquinamento atmosferico nelle città italiane è a tutti gli effetti un’emergenza sanitaria strutturale: come ha sottolineato il presidente di Isde Italia, Roberto Romizi, “non siamo di fronte a episodi occasionali, ma a un’esposizione cronica che incide ogni giorno sulla salute dei cittadini, in particolare di bambini, anziani e persone fragili. Rimandare ancora l’adozione di politiche efficaci significa accettare un carico evitabile di malattie e di morti premature, le sue parole.

Le soluzioni le ha indicate invece Francesco Ferrante, vicepresidente Kyoto Club, “procedere rapidamente sulla strada della decarbonizzazione, puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili e togliere veicoli inquinanti dalle nostre strade, trasformando in profondità il modo in cui ci muoviamo, è una condizione indispensabile per affrontare insieme l’emergenza sanitaria dell’inquinamento atmosferico e la crisi climatica. Come Kyoto Club denunciamo la grave incoerenza rappresentata dalla Legge di Bilancio 2026, che sottrae risorse alla mobilità sostenibile, al trasporto pubblico locale e alla transizione ecologica, privilegiando investimenti che non contribuiscono né alla riduzione delle emissioni né alla tutela della salute. Questa scelta contraddice apertamente gli obiettivi europei sulla qualità dell’aria e ignora le evidenze scientifiche sul legame tra inquinamento atmosferico, malattia e mortalità prematura. Continuare su questa strada significa accettare consapevolmente costi sanitari, sociali ed economici evitabili, che ricadranno sulle città e sulle generazioni future”.

Gli inquinanti

Il particolato fine (PM2,5), definito pure frazione respirabile, è l’inquinante più pericoloso per la salute perché può penetrare pure la barriera emato-encefalica, alterando la connessione tra neuroni e rallentando lo sviluppo celebrale, con rischi di ritardi cognitivi a lungo termine. I dati 2025 su inquinamento e popolazione nelle 27 città rilevano come, su oltre 8 milioni di residenti di età pari o superiore a 30 anni, 6.731 cause di morte siano correlate a malattie attribuibili all’esposizione al PM2,5 (tra 5.048 e 7.572 considerando l’incertezza della stima).

“Nel complesso, questo sovraccarico di mortalità rappresenta ben l’8% della mortalità per tutte le cause non traumatiche nella popolazione adulta.  L’impatto sulla mortalità, che dipende dalla entità della popolazione, dal livello di inquinamento presente e della mortalità caratteristica del comune considerato, è molto differenziato tra le città: maggiore incidenza (proporzione di morti dovuti a PM2,5) a  Milano (14%), Torino e Padova (12%), Vicenza, e Brescia (11%), Venezia, Verona, Parma e Modena (10%), Napoli e Terni (9%), ma anche città con peso relativo inferiore registrano centinaia di morti dovute al PM2,5 o oltre 1.000 nel caso di Roma”, chiarisce l’Isde. Tutte le città monitorate presentano medie annuali di PM2,5 superiori ai valori raccomandati dall’Oms.

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Anche il PM10, definito frazione toracica per la sua capacità di raggiungere il primo tratto dell’apparato respiratorio, rappresenta ancora un problema strutturale, con Palermo, Napoli e  Milano che superano addirittura i limiti di legge attuali. In 26 città, 54 stazioni di monitoraggio su 58 oltrepassano i valori raccomandati dall’Oms.

Infine, anche il biossido di azoto, derivato principalmente dal traffico stradale e marittimo, contribuisce a peggiorare la qualità dell’aria in modo significativo, in particolare anche nei centri urbani del meridione. Le città di Napoli, Genova, Palermo e Catania superano pure le medie annuali previste dalla legge vigente, mentre i valori giornalieri raccomandati dall’Oms sono oltrepassati in quasi tutte le stazioni monitorate.

Le raccomandazioni

Le associazioni promotrici del progetto concordano nel considerare l’inquinamento atmosferico come la più grande epidemia prevedibile e non prevenuta, un fattore di rischio evitabile “che causa un onere elevato per la società con un elevato numero di decessi, malattie, disabilità ed enormi costi socioeconomici”.

Per Isde Italia, Kyoto Club e Clean Cities si può parlare di mancata prevenzione perché, per giustificare l’inazione delle autorità competenti, i dati continuano ad essere confrontati con i limiti previsti dalla normativa del 2010 (lontanissimi da quelli previsti dall’Oms per l’effettiva tutela della salute), mentre al contempo viene posta troppa enfasi sulla diminuzione nel tempo delle concentrazioni di inquinanti, senza considerare però che quegli stessi miglioramenti non riescono a salvaguardare la salute delle persone e soprattutto delle fasce di popolazione più fragili.

Al governo italiano viene dunque chiesto di  recepire al più presto la direttiva Ue 2024/2881 e di aggiornare il Piano nazionale aria, stanziando al contempo risorse economiche adeguate per finanziare il trasporto pubblico locale (incremento di tre miliardi per il Fondo nazionale trasporti), la mobilità attiva (almeno 500 milioni all’anno per sette anni per il rifinanziamento del fondo per la ciclabilità urbana), l’aggiornamento del parco veicolare privato verso mezzi a zero emissioni, l’efficientamento energetico degli edifici e la riconversione degli allevamenti intensivi.

Un quarto dell’inquinamento atmosferico in Lombardia dipende dagli allevamenti

Rivolgendosi alle Regioni, le tre associazioni invocano la necessità di aggiornare i Piani regionali aria, tenendo conto dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel 2030, mentre alle Arpa/Appa chiedono sia di accelerare la realizzazione del portale unico per la pubblicazione dei dati del monitoraggio della qualità dell’aria, sia di pubblicare le medie giornaliere del biossido di azoto, indicando pure i limiti previsti dalla nuova direttiva europea e dalle linee guida dell’Oms.

Infine, i promotori del progetto chiamano in causa pure le amministrazioni comunali, invitandole a ridurre il traffico motorizzato privato ed a promuovere il trasporto pubblico locale e la mobilità attiva e condivisa, oltre che a potenziare il verde urbano, elettrificare le banchine dei porti  ed intervenire in modo strutturale sul riscaldamento degli edifici, attraverso ad esempio l’efficientamento energetico, la sostituzione degli impianti più inquinanti, l’elettrificazione e l’uso di fonti rinnovabili.

L’ultimo appello è all’Ordine dei medici ed alle società scientifiche mediche: spetta a loro la promozione di iniziative per sensibilizzare e responsabilizzare gli operatori sanitari sui pericoli dell’inquinamento atmosferico.

[Credits foto: shogun su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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