21 Gennaio 2026

Estinzione da estrazione, il rapporto di Amnesty International sui danni dell’industria fossile

Estinzione da estrazione

Estinzione da estrazione è il rapporto di Amnesty International che dimostra gli enormi danni causati dall’industria fossile alla salute, al clima e agli ecosistemi

Le infrastrutture dell’energia fossile creano rischi per la salute ed i mezzi di sussistenza di almeno due miliardi di persone, circa un quarto della popolazione mondiale: descrive questa intollerabile situazione del mondo odierno il rapporto “Estinzione da estrazione”, realizzato da Amnesty International e dal Better Planet Laboratory (Bpl) dell’Università del Colorado (Usa).

Grazie a questo lavoro, per la prima volta è stata realizzata una mappatura tesa a valutare la potenziale scala del rischio globale derivante dai siti esistenti e futuri per la produzione di energia fossile. Vivere in prossimità di queste infrastrutture comporta rischi maggiori di cancro e di malattie cardiovascolari, effetti avversi nella riproduzione ed altri pericoli per la salute.

“L’industria del fossile, sempre in espansione, sta danneggiando miliardi di vite umane e alterando in modo irreversibile il sistema climatico. Finora non c’era mai stata una stima globale del numero delle persone che vivono nei pressi delle infrastrutture dell’energia fossile. Lavorando insieme a Bpl abbiano rivelato la dimensione degli enormi rischi posti dai combustibili fossili lungo tutto il loro ciclo vitale: carbone, petrolio e gas stanno provocando un caos climatico e danneggiando le persone e la natura. Il nostro rapporto fornisce ancora ulteriori prove di quanto sia imperativo, per gli stati e le imprese, ‘defossilizzare’ l’economia globale per mitigare gli effetti peggiori della crisi climatica sui diritti umani. L’età del fossile deve finire ora”, ha dichiarato Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

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Il contesto

È ormai un dato di fatto consolidato che le emissioni di gas serra dovute alla combustione dei combustibili fossili sia la principale causa attuale e storica della crisi climatica che sta affliggendo l’umanità. I record di cui non andar fieri sono sotto gli occhi di tutti: il 2024 è stato il primo anno in cui la temperatura media globale ha superato di 1,5°C i livelli preindustriali. Gli impegni internazionali sul clima sono importanti ma ancora insufficienti: le reali azioni dei governi per limitare la produzione e l’utilizzo delle energie fossili sono infatti inadeguate.

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Nel frattempo, l’industria ha intensificato gli sforzi per bloccare i profitti, disinformare ed esercitare un’influenza indebita nei forum di politica climatica. Senza un’azione urgente per stabilizzare e ridurre le emissioni di gas serra, il riscaldamento globale accelererà drasticamente, rendendo gli eventi meteorologici estremi e i disastri naturali più intensi e probabili, con gravi implicazioni per i diritti umani di miliardi di persone e per gli ecosistemi critici da cui dipendiamo”, si legge nel rapporto.

Questo importante lavoro di ricerca dimostra che l’intero ciclo di vita dei combustibili fossili non solo altera il clima, ma distrugge ecosistemi naturali critici e soprattutto mina i diritti umani delle comunità che vivono in prossimità di queste infrastrutture energetiche, alimentando modelli sistemici di esclusione anche attraverso la privazione dei diritti degli attivisti ambientali, se non con il silenzio assoluto, l’intimidazione o la violenza.

Estinzione da estrazione, il metodo

Il rapporto documenta i danni climatici ed ai diritti umani causati dall’estrazione, lavorazione, trasporto e dismissione di combustibili fossili nelle comunità isolate e negli ecosistemi critici. Questo lavoro di ricerca ha adottato un approccio multi-giurisdizionale e si è basato su testimonianze dirette di individui e gruppi interessati da progetti sui combustibili fossili nelle Americhe e nell’Africa occidentale. Per la comprensione dell’interazione tra impatti globali e locali, sono stati combinati metodi qualitativi e quantitativi grazie alla collaborazione con gli scienziati dei dati del Bpl e della Smith Family Human Rights Clinic della Columbia Law School. Tre siti sono stati individuati come casi di studio con ricerche sul campo, quali esempi di un problema globale, ovvero: Baia di Guanabara (Brasile), Territorio di Wet’suvet’en (Canada) e Delta del Saloum (Senegal).

Nel complesso, Amnesty International ed i suoi partner hanno realizzato 91 interviste per raccogliere testimonianze di rappresentanti delle comunità locali, attivisti ambientali, accademici, giornalisti, dirigenti d’impresa ed autorità di governo. Queste conclusioni ed i dati provenienti da fonti aperte e telerilevamenti sono stati poi confrontati con gli esiti di precedenti ricerche di Amnesty International sulle compagnie petrolifere e del gas in Ecuador, Colombia e Nigeria.

La mappatura globale

Basandosi su ricerche e calcoli globali, Bpl ha mappato i livelli di esposizione alle infrastrutture dell’energia fossile sovrapponendo dati sui siti noti a quelli relativi alla popolazione, agli indicatori di ecosistemi fondamentali, alle emissioni quotidiane e ai terreni delle popolazioni native. Le conclusioni sono probabilmente sottostimate a causa di discrepanze nella documentazione sui progetti relativi al fossile e a carenze nei censimenti della popolazione in vari stati”, chiarisce Amnesty International.

Almeno due miliardi di persone, tra cui oltre 520 milioni di bambini, vivono entro cinque chilometri dai 18.273 siti di infrastrutture per combustibili fossili attualmente operativi. Nel raggio di un chilometro si ritrovano invece almeno 463 milioni di individui, comprendenti 124 milioni di bambini. Sono questi gli esiti tutt’altro che rassicuranti della mappatura realizzata dal Bpl, perché “la vicinanza alle infrastrutture dei combustibili fossili è stata associata a rischi elevati di cancro, malattie cardiovascolari, bronchite, asma, esiti riproduttivi avversi (anomalie congenite, basso peso alla nascita, parto pretermine) e ansia e depressione, tra gli effetti negativi sulla salute, specifica il rapporto.

Bpl ha inoltre rilevato che il 16,1% delle infrastrutture globali note per i combustibili fossili si trova in territori indigeni  e che vi sono altri 3.507 siti in fase di sviluppo od in costruzione a livello globale, pronti a mettere a rischio la salute di circa 135 milioni di persone residenti entro un chilometro di distanza.

Non di minor importanza il fatto che almeno il 32% dei siti di combustibili fossili mappati si sovrapponga ad uno o più ecosistemi critici, ovvero aree ricche di biodiversità, cruciali per il sequestro del carbonio e/o in cui il continuo degrado ambientale (con disastri al seguito) può provocare collassi a catena di ecosistemi.

Mentre l’industria dei combustibili fossili e i suoi sponsor statali sostengono da decenni che lo sviluppo umano richieda combustibili fossili, è vero il contrario. Data la natura globalizzata dell’economia dei combustibili fossili e il fatto che l’atmosfera, la biosfera e gli oceani sono un bene pubblico globale, l’azione multilaterale è essenziale per proteggere i diritti umani e lo sviluppo sostenibile dal caos climatico e dalle infrastrutture inquinanti”, sostiene il rapporto.

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Il costo umano e la distruzione degli ecosistemi

Amnesty International sottolinea che alcuni dei gruppi intervistati descrivono i processi estrattivi come una forma di saccheggio economico e culturale, condotta da attori economici attraverso intimidazioni e coercizioni, “tutte le persone native che difendono i diritti dell’ambiente e della terra intervistate da Amnesty International hanno subito rischi per la loro incolumità e la loro sicurezza, spesso derivanti da contrasti con imprese le cui attività minacciano i tradizionali stili di vita e l’integrità degli ecosistemi. Oltre alle minacce fisiche e online, gli stati e le imprese si basano sulla strumentalizzazione delle leggi e su azioni giudiziarie spesso di tipo penale per ridurre al silenzio, criminalizzare e intimidire le persone che difendono i diritti umani”. 

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Bruno Alves de Vega, un pescatore  brasiliano di Rio de Janeiro, ha dichiarato: “Non andiamo a caccia di denaro, vogliamo solo quello che è nostro. Vogliamo pescare nella baia di Guanabara, è un nostro diritto. Ma questo diritto ce lo stanno portando via”. Non diverso il discorso delle comunità indigene che vivono nel territorio wet’suwet’en in Canada, “quando agiamo per difendere lo Yin’tah (NdA, il territorio wet’suwet’en) veniamo criminalizzati. Le ingiunzioni di natura amministrativa sono un’arma legale di tipo coloniale usata per militarizzare le nostre comunità e criminalizzare i nostri popoli e, da parte delle imprese, per portare avanti le loro distruttive attività estrattive senza il consenso dei popoli nativi”. 

A loro volta, le popolazioni che vivono lungo il delta del fiume Saloum (Senegal) hanno espresso preoccupazione per la scarsità di informazioni sui potenziali rischi del progetto Sangomar, gestito dal governo e da Woodside, una grande impresa australiana del carbone.

“Gli stati devono indagare sulle minacce, fisiche e online, alle persone che difendono i diritti umani e porre in essere programmi di protezione efficaci per assicurare che coloro che chiedono un’urgente ed equa transizione energetica possano svolgere le loro azioni in modo sicuro e concreto”, ha commentato Candy Ofime, ricercatrice e consulente legale di Amnesty International sulla giustizia climatica.

Per quanto riguarda la distruzione di ecosistemi naturali insostituibili, il rapporto ha evidenziato che la maggior parte dei progetti esaminati ha creato concentrazioni di inquinamento, trasformando ecosistemi fondamentali in “zone di sacrificio”, ovvero aree altamente contaminate dove vivono comunità marginalizzate, a basso reddito ed esposte in modo sproporzionato all’inquinamento ed alle sostanze tossiche.

Ancora oggi i combustibili fossili rappresentano l’80 per cento delle forniture di energia primaria, con le imprese impegnate in attività di lobbying per ostacolare la transizione energetica. “Contro la politica globale, economica e insieme repressiva del fossile, è nostro dovere resistere collettivamente e pretendere che i leader del mondo rispettino i loro obblighi e impegni. L’umanità deve vincere”, la conclusione di Callamard

[Credits foto: stevepb su Pixabay]

Marco Grilli

Laureato in Lettere moderne, giornalista pubblicista e ricercatore in storia contemporanea, è consigliere dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea. Nei suoi studi si è occupato di Resistenza, stragi nazifasciste e fascismi locali, tra le sue pubblicazioni il volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia”. Da sempre appassionato di tematiche ambientali, ha collaborato con varie testate online che trattano tali aspetti. Vegetariano, ama gli animali e la natura, si sposta rigorosamente in mountain bike, tra i suoi hobby la corsa (e lo sport in generale), il cinema, la lettura, andar per mostre e la musica rock.

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