Le proiezioni sul riscaldamento globale non segnano progressi significativi e la lotta contro il cambiamento climatico è a un punto critico, gli scenari del CAT
Dieci anni dopo lo storico Accordo di Parigi, il mondo è ancora in difficoltà nel fronteggiare efficacemente la crisi climatica, tanto che le proiezioni sul riscaldamento globale, per il quarto anno consecutivo, non registrano progressi degni di nota. Tali conclusioni derivano dal recente aggiornamento globale del Climate Action Tracker (CAT), presentato nel corso della COP30 di Belém.
Mentre resta cruciale il mantenimento dei livelli di riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C, quasi nessuno dei 40 governi analizzati dal CAT ha aggiornato il proprio obiettivo climatico (NDC, nationally determined contributions) per il 2030, né tantomeno ha definito il tipo di azioni fondamentali per cambiare rotta nei nuovi obiettivi per il 2035. “Di conseguenza, la proiezione di temperatura per il nostro ‘scenario obiettivi 2030 e 2035’, quello che stima l’impatto degli obiettivi climatici (NDC) presentati finora, rimane a 2,6°C, lo stesso dell’anno scorso. In altre parole, i NDC per il 2035 finora presentati non modificano la soglia per il mantenimento del riscaldamento globale a 1,5°C”, rivela il CAT.
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L’aggiornamento
Gli scenari delineati dal CAT in base agli impegni attuali sul clima non inducono all’ottimismo. Ulteriori attese e tentennamenti rischiano di allargare il divario tra gli obiettivi climatici ed il necessario percorso verso il mantenimento del riscaldamento globale al di sotto del fatidico 1,5°C. Si prevede addirittura che, dal 2030 al 2035, prendendo come base l’unità di misura standard per quantificare l’impatto sul clima di tutti i gas serra – ovvero i miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalenti (GtCO2e) – questo gap aumenterà di ben due miliardi di tonnellate, passando da 29 GtCO2e nel 2030 a 31 GtCO2e nel 2035.
Tra i principali emettitori di gas serra, la Cina (leader assoluta) e l’Unione europea (Ue) non sono riusciti ancora a proporre obiettivi capaci di imporre una svolta positiva, mentre hanno fatto ancora peggio gli Stati Uniti, che oltre a ritirare le politiche climatiche ed a frenare l’azione globale sul clima, hanno già annunciato il ritiro dall’Accordo di Parigi, che avverrà formalmente nel 2026.
Proprio a causa di questa ritiro è leggermente peggiorato lo scenario “impegni e obiettivi”, che include i NDC del 2030 e 2035 e gli obiettivi di zero emissioni nette presentati nell’ambito dell’Accordo di Parigi, passato da 2,1°C a 2,2°C. Spostando invece l’attenzione sul riscaldamento globale dovuto alle politiche governative ed alle azioni per il clima, ovvero allo “scenario delle politiche attuali” analizzato dal CAT, assistiamo ad un calo irrisorio (da 2,7°C a 2,6°C) dovuto principalmente ad un aggiornamento metodologico fornito dallo stesso CAT, sulla base di una rivalutazione dei percorsi di emissione della Cina fino al 2100. Non si tratta dunque di un miglioramento, seppur lievissimo, collegabile a nuove azioni politiche.
Il CAT ha delineato pure lo scenario più ottimistico, basato sull’effettiva e piena attuazione di tutti gli obiettivi annunciati, che si attesta a 1,9°C, ben al di sopra dunque del limite di riscaldamento previsto dall’Accordo di Parigi. Quest’ultimo ha sicuramento contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica globale sulla crisi climatica, innescando al contempo importanti investimenti, innovazioni tecnologiche, riforme ed azioni per arginare questo problema così urgente. L’analisi del CAT rivela però che il ritmo del cambiamento è ancora troppo lento e se è vero che alcuni Paesi stanno guidando la transizione ecologica con importanti progressi, tali sforzi sono controbilanciati dalle performance negative di altri Stati che continuano a ritardare od a ridimensionare le politiche climatiche. Il progresso globale è ancora dunque in una fase di stallo.
Combustibili fossili vs fonti pulite
Secondo gli analisti del CAT, l’inazione da parte di molti governi si deve alla continua espansione della produzione e del consumo di combustibili fossili. Negli ultimi cinque anni le emissioni di gas serra sono rimaste stabili od addirittura aumentate a causa delle attività in corso che fanno largo uso di combustibili fossili e delle infrastrutture aggiuntive consentite dai vari governi, i quali paiono sempre più sordi agli avvertimenti del mondo scientifico sull’urgenza della lotta al cambiamento climatico.
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“Nonostante gli appelli globali per ridurre l’uso di combustibili fossili, diversi paesi stanno ampliando o mantenendo il sostegno a carbone, gas fossile e petrolio. L’Australia continua ad approvare nuovi progetti sui combustibili fossili e ad aumentare i sussidi, mentre l’Argentina investe massicciamente nelle infrastrutture per il gas fossile. Cina, India e Indonesia continuano ad aggiungere nuova capacità di produzione di energia a carbone, considerando i combustibili fossili essenziali per la sicurezza energetica, mentre Arabia Saudita e Giappone cercano di affermare che il gas fossile è un combustibile di transizione, bloccando infrastrutture ad alte emissioni. Peggio ancora, gli Stati Uniti stanno rigettando i progetti eolici offshore, riducendo gli incentivi alle energie rinnovabili e le restrizioni all’inquinamento da carbonio e ampliando la produzione di petrolio e gas”, sottolineano gli autori dell’aggiornamento.
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Fortunatamente però ci sono pure segnali positivi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Nel 2025, ad esempio, per la prima volta le energie rinnovabili hanno generato più elettricità del carbone a livello globale, mentre più in generale continuiamo ad assistere ad una rapida crescita delle fonti energetiche pulite, quali il solare e l’eolico, divenute anche le più economiche in generale.
L’attuale tasso di crescita delle energie rinnovabili non è ancora allineato con l’obiettivo globale che prevede una loro triplicazione entro il 2030, ma un numero sempre più ampio di Paesi sta accelerando la transizione energetica attraverso politiche mirate ed efficaci. È il caso ad esempio del Cile, che porta avanti un piano di eliminazione graduale del carbone entro il 2035 e presenta uno dei migliori tassi di crescita delle energie rinnovabili a livello globale. Restando in America latina si sta mettendo in luce pure la Colombia, che mantiene la moratoria sulle nuove esplorazioni di petrolio e gas e continua a promuovere gli investimenti nelle rinnovabili. In Asia si segnalano invece gli investimenti record dell’India nel solare e nell’eolico, mentre in Africa l’Etiopia – già dal 2024 – ha vietato l’importazione di veicoli con motore a combustione interna, con l’obiettivo di promuovere la mobilità elettrica. Infine, nel nostro Vecchio Continente, il report del CAT segnala l’esempio virtuoso della Svizzera, che ha introdotto nel 2023 un obiettivo di zero emissioni nette legalmente vincolante, promuovendo al contempo la rapida espansione della produzione di energia rinnovabile non idroelettrica.
Le prospettive
C’è sempre meno tempo a disposizione per evitare il pericoloso sforamento del limite di 1,5°C. Le insufficienti politiche climatiche dell’ultimo decennio hanno portato ad emissioni cumulative più elevate, con infrastrutture più intensive in termini di emissioni di carbonio.
Anche supponendo la migliore condizione possibile, ovvero quella che si possano ridurre le emissioni globali del 50% entro il 2030, è altamente probabile – come indicato del sesto rapporto di valutazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) – che il riscaldamento globale raggiunga un picco di almeno 1,6°C rispetto ai livelli preindustriali.
“Senza tagli rapidi e radicali alle emissioni – oltre il 50% entro il 2030 – il superamento di 1,5°C diventa sempre più probabile, con gravi conseguenze per le persone e gli ecosistemi“, ha affermato Bill Hare CEO di Climate Analytics.
L’Accordo di Parigi ha riscritto le regole dell’azione globale per il clima e dimostrato la sua efficacia. Nel 2015 si prevedeva un riscaldamento globale di 3,6°C entro il 2100, mentre oggi le ultime proiezioni del CAT indicano una riduzione di circa 1°C di quel valore. La strada è ancora lunga, le emissioni sono in aumento ma il ritmo d’espansione delle energie rinnovabili consente oggi di ridurle molto più rapidamente di quanto si pensasse in precedenza. I governi sono dunque chiamati urgentemente a rafforzare o superare gli obiettivi del 2030, attuando politiche solide e garantendo trasparenza e responsabilità, per salvaguardare un futuro sostenibile. Stando agli esiti di ricerche recenti, l’implementazione delle opzioni più ambiziose possibili avrebbe buone probabilità, fin da ora, di limitare il picco di riscaldamento a 1,7°C. Tale percorso condurrebbe all’azzeramento delle emissioni nette di gas serra entro il 2060 ed alla significativa rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera, con conseguente calo del riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C prima del 2100.
“Ogni nuovo accordo sul gas fossile stipulato dall’UE, ogni nuova centrale a carbone costruita in Cina, ogni progetto di espansione del gas fossile in Australia, ogni barile esportato dalla Norvegia, ogni tonnellata di GNL che il Giappone spinge nei paesi asiatici confinanti, costa miliardi alle persone in altre parti del mondo, costrette ad affrontare eventi meteorologici sempre più estremi. Queste non sono scelte politiche astratte, sono realtà fisiche con conseguenze umane. L’atmosfera non negozia e non aspetta”, il commento di Sofia Gonzales-Zuñiga di Climate Analytics, principale autrice del rapporto.
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