Con Black Ox di Tsua Tetsuichiro, presentato in Concorso al Torino Film Festival, esploriamo la ricerca di sé con la favola zen di un uomo e un bue
Le Icone del Bue, note in giapponese come jūgyūzu, costituiscono una delle rappresentazioni più celebri e profonde del cammino spirituale nel Buddhismo Zen. La serie è tradizionalmente articolata in dieci immagini accompagnate da brevi versi. Si illustra simbolicamente il percorso attraverso cui il praticante avanza verso la piena realizzazione della propria natura di Buddha. La versione più famosa delle Dieci Icone fu composta nel XII secolo dal maestro Chan Kuòān Shīyuǎn (o Kakuan Shion), intorno al 1150.

Kuòān scrisse i versi e concepì la struttura; le immagini furono in seguito aggiunte dal suo discepolo Gion. Tuttavia, fu proprio il ciclo di Kuòān a conquistare una straordinaria diffusione nel Giappone medievale, dove divenne un punto di riferimento dell’insegnamento Zen. In Occidente il ciclo divenne noto grazie alla traduzione inglese di D. T. Suzuki, nel 1927, nei suoi Saggi sul Buddhismo Zen. Le Dieci Icone descrivono, attraverso l’allegoria del pastore di buoi e del bue smarrito, l’intero percorso di costruzione della mente e di risveglio spirituale.
In esso vi è un pastore che deve ritrovare la sua vera natura attraverso la figura simbolica della mente incarnata dal bue. Quest’ultimo deriva dalla cultura indiana e buddhista di animali legati al divino. Inizialmente selvaggi, con l’addomesticamento si giunge in senso metaforico a lavorare sul sé più profondo e più vero. Una Natura illuminata che è frutto di un lavoro tramite una serie di tappe. Esse partono dalla ricerca delle tracce, nel seguirle, raggiungere l’animale, domarlo e legarsi a lui. Imparando a farne a meno per rinascere.
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Si tratta di un vero e proprio auto riconoscimento. In modo da poter finalmente accettare il mondo e non rifuggire da esso. Un senso che è stato riassunto dalla frase del maestro coreano Hyujeong (1520 –1604): «Che scherzo è quando il mandriano, cavalcando il bue, cerca ancora il bue».
Questo è il percorso del protagonista di Black Ox di Tsua Tetsuichiro presentato nel Concorso Lungometraggi al 43° Torino Film Festival. L’opera è anche una degli ultimi lavori di Ryūichi Sakamoto. Il compositore, scomparso nel 2023, è conosciuto in Occidente per le colonne sonore de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci (1987) o Revenant – Redivivo di Alejandro Gonzáles Iñarritu (2015). In Giappone ha collaborato soprattutto con Nagisa Ōshima (1932 – 2013) in particolare per Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence, 1983) o Tabù – Ghoatto (1999).
Con quest’ultimo Black Ox ne condivide l’ambientazione cioè il Giappone del periodo Meiji. È quel periodo alla fine del XIX secolo in cui il Paese si stava aprendo all’Occidente. Iniziando quel percorso di modernizzazione che lo hanno portato a diventare una delle maggiori potenze economiche mondiali. Un tempo non facile, segnato da scontri fra i fautori del nuovo ordine – che prevedeva un ritorno al potere dell’Imperatore dopo due secoli di dittatura militare – e i suoi strenui oppositori.

Noi non vediamo la Storia all’interno del film, ma la percepiamo. Testuichiro usa i toni secchi e neutri di un ideogramma su di un foglio bianco, iniziando Black Ox come una favola. Senza riferimenti spazio temporali precisi. «In un certo paese che si sta avviando alla modernità» recita la didascalia iniziale. Poi vediamo le colline illuminate dai fuochi lontani. Questa è la guerra, quella che brucia gli alberi e le foreste. È la sola nota di colore presente in quanto tutto è virato in bianco e nero. Una scelta, supportata da un formato in 4:3 che rimanda ai dipinti tradizionali. Gli incendi costringono i cacciatori, la gente delle montagne, ad abbandonarle per scendere verso la civilizzazione.
Quello che resta sono solo degli alberi bruciati. Alcuni stanno ancora bruciando. Dai tronchi emerge una figura umana dai capelli scompigliati, nuda e sporca. La seguiamo tramite un leggero movimento di camera scendere da un declivio e di raccogliere un tizzone ardente. Lo fa con il timore dei primi uomini che rimanda un po’ alla nostra mitologia e profondamente buddhista.

Vediamo poi un uomo, il nostro protagonista (Lee Kang-sheng), che viene lasciato dalla sua comunità solo con un pugnale in quanto gli altri hanno deciso di scendere dalla montagna. Lui rimane da solo in una radura dove il suono è quello di un torrente che si abbatte in una cascatella. La luce che filtra tra gli alberi crea una specie di colonnato. Più il resto del mondo scende a compromessi più lui sale sulle montagne: fra cime nascoste dalle nubi più basse, rocce impervie e arbusti che lo sovrastano. Arriva a mimetizzarsi con questi elementi grazie anche alla fotografia che lo rende parte integrante.

La sua vicenda segue con precisione quella del ciclo classico con tanto di suddivisione in dieci capitoli che corrispondono alle tappe del percorso. Cercando le tracce del bue (anche se ancora non lo sa) il nostro, si ritrova nella fattoria di una vecchia donna. Questa lo ospita in cambio di lavoro. Il mondo della donna e il suo non potrebbero essere più diversi. Erediterà la fattoria alla morte della donna. E dovrà pagarci le tasse agli ufficiali nel nuovo governo.
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Questo è uno dei pochi accenni del contesto storico. Più avanti vediamo un occidentale che, armato di macchina fotografica, immortala lui e altri contadini. Nel desiderio di catalogare la Natura per comprenderla meglio. Uno sforzo inutile secondo un vecchio monaco. Tutto è una manifestazione del Buddha, l’Illuminazione che si manifesta in tutte le forme possibili. Compreso il bue, che il protagonista cerca, insegue e riesce ad ammansire. Come il suo animo che, stagione dopo stagione, riesce finalmente a librarsi completamente. E rinascere.
