Krill Wars 2026 è la missione della CPWF in Antartide per la tutela dei crostacei alla base della catena alimentare della fauna antartica
L’ecosistema dell’Antartide è in grande pericolo ma in troppi fanno finta di non accorgersene. I piccoli crostacei (krill) simili a gamberetti che svolgono un ruolo cruciale nella catena alimentare antartica, garantendo il sostentamento di balene, foche, pinguini, uccelli marini e molti altri animali del Polo Sud, sono sempre più minacciati dalla pesca intensiva. Il krill, molto importante anche per la mitigazione climatica quale rilevante pozzo di carbonio, è infatti ampiamente richiesto dall’industria per la realizzazione sia di mangimi destinati agli altamente inquinanti allevamenti intensivi di salmone, sia di integratori alimentari per il consumo umano.
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Ad inizio 2026 la Captain Paul Watson Foundation – in collaborazione con Sea Shepherd France – solcherà le acque delle aree a rischio dell’Oceano Antartico con due sue imbarcazioni, la John Paul DeJoria e la MV Bandero, per cercare di frenare il saccheggio di questa preziosa risorsa alimentare ed ambientale da parte dei sempre più numerosi pescherecci industriali di vari Paesi, attratti da un business tanto redditizio quanto pericoloso.
La missione
La CPWF scrive che la scorsa stagione le flotte hanno pescato l’intera quota di 620mila tonnellate di krill in tempi record, assicurandosi così il raccolto più rapido della storia.
“La pesca del krill è stata a lungo dominata dalla norvegese AKER Biomarine, ma negli ultimi anni la Cina ha rapidamente ampliato la sua flotta, a cui si sono aggiunte navi provenienti da Corea del Sud, Cile e Ucraina. Il risultato è una corsa sempre più serrata per accaparrarsi la quota maggiore possibile, il più velocemente possibile prima che l’oceano abbia la possibilità di riprendersi. Il costo di questo sfruttamento è devastante. Il krill non è solo cibo per le balene, ma è anche un importante pozzo di carbonio, assorbendo e immagazzinando circa 12 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno. La sua perdita accelera sia il collasso ecologico che il degrado climatico. Con la scomparsa del krill, scompariranno anche le balene e la capacità del pianeta di regolare il proprio clima”, commenta la CPWF.
Il 64% del totale del pescato di krill nella scorsa stagione si deve alla Aker BioMarine. Allo stato odierno la CPWF mette in guardia sul rischio dell’iniziativa norvegese, sostenuta da Russia e Cina, che punta a raddoppiare il limite di cattura per giungere così a 1,2 milioni di tonnellate di krill, una quantità ritenuta sufficiente a sfamare 1.100 megattere, ottomila balenottere minori o dieci milioni di pinguini di Adelia.
La situazione è sempre più preoccupante, basti pensare che la Cina negli ultimi tre anni ha notevolmente ampliato la sua flotta peschereccia, mentre la Russia nello scorso settembre è giunta perfino ad arrestare un noto biologo marino ucraino, Leonid Pshenichnov, accusato di alto tradimento per le sue proposte di creare aree marine protette in Antartide e porre un freno alla pesca industriale del krill.
Non pare ci sia più tempo da perdere, le due navi della CPWF destinate a raggiungere le acque dell’Antartico sono pronte a svolgere la loro missione che punta a: documentare la pesca eccessiva del krill; condurre azioni non violente per salvaguardare le aree vitali di alimentazione per la fauna antartica; collaborare con scienziati indipendenti per rafforzare la protezione di balene, pinguini e krill, nonché promuovere ricorsi legali in forum internazionali, al fine di limitare questa pericolosa condotta di pesca che saccheggia le risorse oceaniche.
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In questa fase la CPWF sta compiendo il massimo sforzo per l’opera di raccolta fondi, con il ricchissimo imprenditore americano e filantropo John Paul DeJoria ancora in prima linea, che promette di intervenire in modo sostanzioso rafforzando le singole donazioni. Ogni tipo di contributo è prezioso per questa importante missione a difesa dell’ecosistema antartico che dovrà sostenere forti spese. La CPWF fa presente, ad esempio, che occorrono 35 dollari per il pattugliamento di un miglio nautico, 250 dollari per un’ora di comunicazioni satellitari correlate alla raccolta di prove in tempo reale, mille dollari per finanziare i voli con droni destinati a monitorare i pescherecci che catturano krill, 25mila dollari per un’intera giornata di operazioni in mare.
“I krill sono il sangue del mare. Senza di loro, balene, pinguini, pesci e uccelli moriranno di fame e l’oceano tacerà”, ha aggiunto il capitano Paul Watson, il celebre attivista ambientale e fondatore dell’organizzazione omonima, che nel 2024 è stato detenuto per ben cinque mesi in Groenlandia, sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso dal Giappone e riguardante un fatto del 2010, quando il capitano conduceva la campagna contro le baleniere del Sol Levante. Alla fine la Danimarca ha negato la richiesta di estradizione e l’Interpol ha perfino cancellato la Red Notice nei confronti di Watson, riconoscendo la natura politica delle accuse da parte del Giappone.
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Il Trattato sull’Alto Mare
Dopo la ratifica da parte di 60 Paesi (non c’è ancora l’Italia), a gennaio 2026 entrerà finalmente in vigore il Trattato sull’Alto Mare, che s’inquadra nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e mira alla conservazione ed all’uso sostenibile della biodiversità marina in acque internazionali. Riguardando aree marine che corrispondono a circa due terzi della superficie degli oceani ed al 90% del loro volume, è facilmente intuibile che siamo a fronte di uno strumento normativo di importanza storica, legalmente vincolante e destinato sia a fornire un quadro giuridico per l’istituzione delle aree marine protette, sia ad applicare misure di conservazione per tutti quei siti minacciati dalla pesca intensiva e dall’estrazione mineraria in acque profonde (deep sea mining).
“L’UE e i suoi Stati membri si sono impegnati in particolare a favore di una procedura ambiziosa ed efficace per la creazione di aree marine protette. In assenza di aree marine protette in alto mare e nei fondali marini, l’obiettivo di proteggere il 30% degli oceani entro il 2030 non sarà mai raggiunto”, il commento del Consiglio dell’Unione europea.
Più in dettaglio, questo accordo improntato alla cooperazione internazionale e mirato ad assumere la gestione dell’oceano per conto delle generazioni presenti e future, si concentra sulla conservazione, il ripristino ed il mantenimento della diversità biologica e degli ecosistemi, focalizzandosi sull’istituzione delle aree marine protette, sulle necessarie valutazioni di impatto ambientale preventive per l’autorizzazione di qualsiasi attività in mare, sulla lotta all’inquinamento ed al cambiamento climatico, sulla gestione sostenibile degli stock ittici, sull’uso e l’accesso alle risorse genetiche marine (compresa l’equa distribuzione dei benefici), nonché sullo sviluppo ed il trasferimento delle tecnologie marine.
“Con l’entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare nel 2026, il mondo si trova a un punto di svolta. Questo trattato offre speranza, ma senza la sua applicazione non ha senso. Ecco perché la Captain Paul Watson Foundation e Sea Shepherd France stanno intervenendo per chiedere conto alle nazioni e difendere le fondamenta dell’Antartide”, commenta la CPWF.
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Sulla questione è intervenuto pure il capitano Paul Watson, “il nostro scopo è quello di sostenere il diritto internazionale sulla conservazione, di agire quando i governi si rifiutano di agire, di contestare il disprezzo per le leggi e di stabilire un precedente legale per l’intervento nel Trattato sull’alto mare per la protezione della biodiversità oltre le giurisdizioni nazionali”, le sue parole.
Salvare il krill è il primo passo per tutelare la biodiversità e la salute dell’Oceano Antartico.
[Credits foto © mikkelwejdemann su Pixabay]
