Cosa succede davvero ai vestiti usati e donati e perché la moda circolare, oggi, è più marketing e greenwashing che sostenibilità
Nell’epoca in cui la sostenibilità è diventata un ottimo argomento di marketing, la moda cerca disperatamente di reinventarsi come “circolare”. I brand ci invitano a donare, rivendere o riciclare i nostri vestiti, promettendo una seconda vita a ognuno di essi. Ma dietro questa narrazione patinata si nasconde una verità scomoda: la moda circolare, oggi, è tutt’altro che veramente circolare.
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Molti donano i propri abiti pensando di fare del bene agli altri o all’ambiente. In realtà, solo una piccolissima parte dei vestiti donati viene rimessa in circolo localmente. Secondo dati raccolti da centri di riciclo tessile internazionali, tra il 60% e il 90% delle donazioni viene esportato nei Paesi del Sud globale, dove spesso invade i mercati locali distruggendo l’economia tessile domestica, oppure viene trasformato in stracci, isolanti o addirittura incenerito o buttato in discarica.
Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Cities, che ha analizzato il trattamento dei tessili usati in città come Amsterdam, Toronto e Melbourne, ha rilevato che fino al 97% dei capi donati non torna mai nei guardaroba locali. Il problema non è solo la sovrapproduzione: mancano infrastrutture adeguate per trattare i tessili in modo davvero sostenibile.
Nel frattempo, il mercato del second-hand è esploso. Piattaforme social e digitali nate come spazi alternativi e accessibili, sono diventate giganti del business dell’usato. Il vintage, in particolare se firmato, è stato trasformato in lusso, venduto a prezzi gonfiati e spesso inaccessibili, ben lontani dall’idea originale di riuso democratico.
Il paradosso? Alcuni capi venduti come “vintage” provengono proprio dalle donazioni destinate, almeno in teoria, a persone in difficoltà.
Questa commercializzazione del second-hand alimenta l’illusione di una moda etica e sostenibile, ma non riduce affatto la produzione globale. Anzi, sempre più marchi fast fashion aprono sezioni “resell” o “vintage” per ripulire la propria immagine, ma si tratta spesso di greenwashing, mentre la quantità di nuovi capi continua ad aumentare.
Solo l’1% di tutti i tessili prodotti viene effettivamente riciclato in nuovi indumenti. Il resto finisce spostato da un luogo all’altro, venduto come nuovo in un altro mercato, o degradato.
Una vera moda circolare richiederebbe un cambiamento radicale: tessuti progettati per essere smontati e riutilizzati, sistemi efficienti di raccolta e trasformazione, e soprattutto una riduzione drastica della produzione e del consumo. Alcuni marchi stanno sperimentando modelli virtuosi. Ma si tratta ancora di eccezioni, non della norma.
La moda circolare, oggi, è ancora lineare nella sostanza. Ci chiede di continuare a comprare, offrendo in cambio un’illusione rassicurante: quella che gettare un capo, ora, sia etico. Ma finché il sistema non passerà da “comprare di più ma riciclato” a “comprare meno e meglio”, il cerchio resterà spezzato.
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Come consumatori, non possiamo rendere sostenibile un’intera industria con un sacco di abiti dati in beneficienza. Ma possiamo iniziare a farci domande più scomode, non solo su dove finiscono i nostri vestiti, ma perché ne abbiamo sempre bisogno di nuovi.
