10 Luglio 2025

Svizzera, nuovo obbligo etichette per il benessere animale

Svizzera etichette benessere animale

Dal 1° luglio 2025, la Svizzera introduce etichette obbligatorie per segnalare pratiche che violano il benessere animale nei prodotti importati.

Il 1° luglio 2025, la Svizzera introdurrà un obbligo di etichette per i prodotti di origine animale importati ottenuti tramite pratiche dolorose non anestetizzate, per salvaguardare il benessere animale. La decisione, frutto di un iter legislativo di otto anni, è stata approvata il 28 maggio 2025 dal Consiglio federale svizzero.

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L’obbligo riguarda:

  • carne bovina da animali decornati o castrati senza anestesia;
  • carne suina da animali con coda tagliata, denti resecati o castrati senza anestesia;
  • uova e carne di pollame con becco tagliato senza anestesia;
  • latte di vacche decornate senza anestesia;
  • cosce di rana ottenute senza stordimento dell’animale;
  • foie gras e carne da anatre/o­che alimentate forzatamente.

Etichette informative saranno obbligatorie sia nei negozi che nei ristoranti: una conquista per il consumatore e un segno di responsabilità verso il benessere animale.

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L’iniziativa svizzera si ispira ai principi della World Organisation for Animal Health (WOAH), in particolare all’articolo 7.1.2 che sancisce il diritto degli animali a vivere «liberi da dolore, lesioni e malattie». Tuttavia, per evitare tensioni con gli accordi commerciali internazionali e il rischio di violare norme WTO (World Trade Organisation), la Svizzera ha optato per un sistema di etichettatura obbligatoria piuttosto che per un divieto d’importazione, ritenuto eccessivamente restrittivo.

La Svizzera dispone già una legislazione avanzata, ma le importazioni da paesi con standard inferiori generavano una spaccatura: da qui la necessità della nuova etichettatura, che allinea etica e commercio.

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Etichette per il benessere animale e ambientale: un contesto normativo in evoluzione

Nel contesto europeo, l’Italia ha scelto una strada opposta. Il 12 aprile 2024, il Consiglio Ecofin dell’UE ha approvato la revisione della direttiva sulle emissioni industriali, includendo gli allevamenti intensivi di suini e pollame sotto regolamentazione ambientale, con obbligo di autorizzazione basata sulle migliori tecniche disponibili e sanzioni fino al 3% del fatturato. L’Italia e pochi altri paesi hanno espresso riserve, evidenziando le tensioni tra esigenze produttive e tutela ambientale.

La crudeltà dell’allevamento intensivo

Le riflessioni legislative svizzere si inseriscono in un dibattito più ampio: la crudeltà degli allevamenti intensivi, dove pratiche mutilanti (taglio code, becco, decornazione senza anestesia) rispondono a carenze strutturali dovute a spazio limitato, sovraffollamento, isolamento sociale, regimi luminosi innaturali, svezzamento precoce, ambiente privo di stimoli. Tutti elementi che causano stress, dolore, frustrazione, malattie fisiche e comportamentali.

Secondo lo storico Yuval Noah Harari, gli animali sono le principali vittime della storia. Se la rivoluzione agricola ha dato il via alla domesticazione, trasformando individui senzienti in strumenti, la rivoluzione industriale ha portato questo processo all’estremo: oggi polli, maiali e mucche sono ridotti a macchine da produzione, sopravvivono grazie ad antibiotici e manipolazioni genetiche, ma vivono in condizioni di dolore cronico e deprivazione emotiva.

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Specismo, il pregiudizio alla radice

A monte della violenza istituzionalizzata sugli animali c’è un paradigma ideologico: lo specismo. Il termine indica un pregiudizio che legittima la superiorità degli umani e la sottomissione delle altre specie. Questo pensiero è radicato nella cultura e nella scienza, e produce giustificazioni morali e giuridiche per l’uso degli animali in ogni ambito: alimentazione, ricerca, abbigliamento, intrattenimento.

Studi recenti dimostrano come lo specismo non solo giustifichi l’oppressione degli animali, ma sia associato ad altri bias sociali (razzismo, sessismo, autoritarismo). Una mentalità gerarchica che consolida il dominio su chi è percepito come “inferiore”.

Secondo i biologi Brent Mishler e Brian Swartz, lo specismo affonda le sue radici in due errori concettuali: l’idea che le specie siano entità reali (e non categorie umane arbitrarie) e che alcune specie siano naturalmente superiori. Questa visione giustifica il dominio assoluto degli umani sul pianeta.

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Ma in un’epoca di crisi climatica, perdita di biodiversità e collasso degli ecosistemi, continuare a pensare che la Terra ci appartenga è suicida. Come sostiene Mishler, non siamo i padroni di casa, siamo coinquilini in una casa fragile. Riconoscere la dignità e il valore intrinseco di tutte le forme di vita non è solo un dovere morale, ma una strategia di sopravvivenza.

[Foto di Diego San @Unsplash]

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