The Power of the Dog – L’Uomo Naturale nel West a Venezia 78

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The Power of the Dog – L’Uomo Naturale nel West a Venezia 78 ultima modifica: 2021-09-04T17:22:18+02:00 da Emanuel Trotto
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The Power of the Dog del regista Jane Campion presentato a Venezia 78 è un Western nel quale il rapporto con la Natura e la Frontiera convivono

Per lungo tempo, da ragazzi, si è sempre avuto un concetto di virilità o di mascolinità che sono tipicamente americane. E che si riassumono con il cowboy. Non è un caso che appunto uno dei riferimenti massimi in questo senso, è stato John Wayne.  È stato una vera e propria ispirazione per molti giovani. Al di là dall’aspetto politico. Il cowboy da lui impersonato è un duro di prestanza fisica anche con l’incedere della vecchiaia.  È un modo di fare, di camminare, di approcciarsi al prossimo che lo hanno reso un’icona, prima che un divo. Questo è “The Duke”.

Il suo modo di fare ha delle radici più profonde, una variazione sul tema di colui che è stato un vero uomo del West, ossia Gary Cooper. Lui, il cui modo di camminare lievemente claudicante è derivato dalla rottura di un’anca cadendo da cavallo.  Lui che, in gioventù, viveva a stretto contatto con i veri mandriani, i veri uomini della frontiera. Da cui ha imparato tutto e grazie al quale è diventato (prima che attore), stuntman professionista nei Western degli anni venti di William S. Hart. Quest’ultimo fu portatore della bara di Wyatt Earp. Dall’icona al mito, alla leggenda.

The Power of the Dog

E poi c’è la Storia. Ovvero di quegli uomini che vivevano realmente la loro vita dietro alle mandrie di bestiame. A sbronzarsi nelle taverne, a conciare le pelli, a confezionare col cuoio il lazo. Che non avevano paura di sporcarsi. Vantandosi, anzi, di questa peculiarità.  È proprio questo tipo di virilità che porta avanti il protagonista del romanzo di Tom Savage, Il potere del cane di Phil Burbank, portatore di una virilità ostentata dall’epicità delle proprie imprese.

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Un senso di virilità, potenza e carisma che ha incarnato Benedict Cumberbatch in The Power of the Dog, l’ultimo film (dopo dodici anni) di Jane Campion, presentato in Concorso alla 78^ Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Il film sarà presentato anche al BFI London Film Festival e al Toronto International Film Festival. Successivamente sarà distribuito su Netflix a partire dall’1 dicembre 2021. Ha dichiarato la regista «I temi della mascolinità, della nostalgia e del tradimento sono un mix inebriante.  È stata la prima volta che ho lavorato con protagonisti maschili: una cosa emozionante».

Il film si ambienta in periodo crepuscolare nella storia del West. Siamo nel Montana del 1925. Phil e George Burbank sono due fratelli estremamente diversi. Tanto rude è il primo quanto posato e dimesso il secondo (Jesse Plemons). Insieme gestiscono un enorme allevamento di bestiame. Mentre spostano la mandria, i due fratelli e gli altri cowboy passano in un locale gestito dalla giovane vedova Rose (Kirsten Dunst). George si innamora di Rose e si sposano. La donna si trasferisce così nella casa di famiglia dove vive anche Phil. Quest’ultimo, ritiene un debole il fratello e disprezza la cognata, vera distruttrice a suo avviso, di un fragile equilibrio.

The Power of the Dog
Benedict Cumberbatch (a sinistra) e Jesse Plemons (a destra) sono i fratelli Burbank, i protagonisti di The Power of the Dog.

Il mito del West non vale più nulla quando si attraversano i grandi spazi e i grandi paesaggi seduti comodamente in auto. La quale percorre una strada nuova di zecca. Come a dire, che i grandi viaggi e l’epica dello stesso, sono destinati a sparire. Le imprese ad essere chiuse in una stanza oscura, a doppia mandata. Come qualcosa da dimenticare e di cui vergognarsi. Una America di provincia nei roaring twenties che sembra ferma a decenni prima. Di fronte alla desolazione dei campi e alle grandi montagne le cui cime creano ombre misteriose, immagini che solo pochi possono vedere. Un posto in cui quella prima forma di consumismo sfrenato non è ancora così potente.

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Proprio attraverso gli spazi che si definiscono i rapporti di forza dei personaggi e ne chiariscono le psicologie. Da una parte George e Rose hanno nella casa e nella macchina i loro luoghi deputati. Spazi angusti nei quali è fin troppo facile orientarsi. Phil è il contrario. La sua dimensione è l’aperto. I grandi spazi attorno alla casa padronale rappresentano luoghi di intimità. Quasi nascosto vi è un torrente, circondato da alberi rigogliosi e verdi (a differenza di un paesaggio altrimenti brullo e giallastro).

The Power of the Dog | Kirsten Dunst
Kirsten Dunst è Rose, rivoluzionatrice degli equilibri fra i due fratelli.

Questo è il rifugio di Phil, un uomo in completo contatto con la natura. Egli è una specie di nuovo Adamo generatosi dall’argilla fluviale con la quale si ricopre, spogliandosi dei suoi abiti civili. Si corica fra i cespugli, ascoltando soltanto il fruscio del vento. Dove le chiacchiere non contano più nulla. In cui ci si può abbandonare e perdere. Un senso del naturale nel quale si prende quel che serve, senza cercare di analizzarlo. Come fa invece il giovane Peter (Kodi Smit-McPhee), figlio di Rose e studioso di medicina.

In questa America proiettata verso il futuro il cowboy è diventato una sorta di nuovo nativo. I cowboy sono portatori di una filosofia ancestrale e selvaggia. Senza governi o istituzioni o etichetta. Loro ammirano il paesaggio e si lavano nudi, liberi e gioiosi nelle acque del fiume. Anche loro, in questo luogo che è più un “non luogo” sono gli ultimi uomini liberi.

The Power of the Dog – L’Uomo Naturale nel West a Venezia 78 ultima modifica: 2021-09-04T17:22:18+02:00 da Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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