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Incendi zombi, cosa sono e come si sviluppano i roghi sotterranei che bruciano le foreste

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Incendi zombi, cosa sono e come si sviluppano i roghi sotterranei che bruciano le foreste ultima modifica: 2020-11-16T08:00:09+01:00 da Davide Mazzocco
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Raffaella Marzano, docente dell’Università di Torino, ci spiega come si sviluppano e per quanto permangono i cosiddetti incendi zombi, i focolai latenti di incendio sotterraneo

Da qualche tempo sui media si sente parlare di incendi zombi, ovverosia di roghi capaci di rimanere per lungo tempo in una fase di latenza sotterranea, con la possibilità di tornare in superficie e scatenare incendi radenti o, in casi estremi, di chioma. Per spiegare questo fenomeno occorre fare una premessa. Le principali tipologie di incendio sono tre:

  1. l’incendio di chioma, durante il quale brucia la chioma degli alberi (principalmente gli aghi e i piccoli rametti delle conifere),
  2. l’incendio radente, che trova il combustibile nella lettiera, negli arbusti e nell’erba secca,
  3. l’incendio sotterraneo che agisce sottoterra con una combustione senza fiamma viva.

I cosiddetti incendi zombi, zombie fires, appartengono a quest’ultima tipologia e nel linguaggio tecnico degli addetti ai lavori vengono chiamati focolai latenti di incendio sotterraneo. Questi roghi possono svilupparsi in profondità all’interno del suolo e si propagano con grande lentezza, bruciando la sostanza organica presente nel suolo stesso. La presenza di spessi strati di torba costituisce un fattore predisponente al verificarsi di questi incendi. È proprio la continuità degli strati di torba a fornire il combustibile per proseguire il loro lento cammino e quando incontrano le condizioni idonee (una radice smossa, un’apertura che aumenta la disponibilità di ossigeno…) possono tornare in superficie per trasformarsi in incendi in grado di propagarsi rapidamente su ampie superfici.

Raffaella Marzano, professoressa del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, ci aiuta a capire meglio come funzionano questi particolari incendi.

Professoressa Marzano come nasce il termine incendi zombi?

“Il termine è stato recentemente utilizzato in uno scambio di battute fra due ricercatori, Mark Parrington del Servizio di Monitoraggio Atmosferico di Copernicus, il Programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, e Thomas Smith, esperto di geografia ambientale presso la London School of Economic. Parrington, durante lo scorso mese di maggio, ha notato la presenza di diversi hotspots, anomalie termiche rilevate dal sensore MODIS a bordo del satellite TERRA della NASA, in alcune aree della Siberia settentrionale, probabilmente riconducibili ad incendi in atto. Smith ha poi rilevato come tali eventi fossero localizzati nelle stesse zone interessate lo scorso anno da incendi particolarmente estesi ed intensi. Si trattava quindi degli incendi dell’anno precedente, incendi zombi, ora nuovamente attivi? Questa terminologia non fa parte del lessico condiviso dagli scienziati, ma è sicuramente accattivante e ha fatto presa sui media, accendendo i riflettori su questo fenomeno, particolarmente diffuso in Siberia e in Canada. Il termine utilizzato in letteratura è overwintering fires, ovvero incendi in grado di “sopravvivere” agli inverni artici, freddi e umidi, all’interno del suolo e di riprendere a bruciare in superficie nella primavera successiva, non appena la neve fonde e le temperature diventano più miti, rendendo la vegetazione in superficie più disidratata e disponibile a bruciare.  Non si tratta di un fenomeno nuovo, prima sconosciuto alla comunità scientifica, ma di un particolare tipo di combustione sotterranea che interessa principalmente le torbiere”.

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Qual è la differenza nella combustione fra un incendio sotterraneo e uno superficiale?          

“L’incendio è il risultato di un processo di combustione che avviene secondo diverse fasi, dal preriscaldamento dei combustibili all’estinzione. La fase della combustione propriamente detta si può manifestare secondo tre modalità: combustione con fiamma viva, combustione smoldering (letteralmente “combustione lenta, con produzione di fumo, ma senza fiamma”) e combustione con incandescenza. . La fiamma che noi vediamo e che tipicamente associamo al fenomeno incendio è il risultato della combustione di gas infiammabili che si miscelano con l’ossigeno. Lo smoldering, così come la combustione con incandescenza, è ciò a cui assistiamo quando ciò che brucia non sono i gas, ma il combustibile solido, quale suolo organico e legno morto a terra. Durante l’incendio sotterraneo la combustione si svolge prevalentemente in fase smoldering, indicata talvolta in italiano come combustione latente. Nelle torbiere l’incendio assume queste caratteristiche, con una combustione molto lenta, che avviene in scarsità di ossigeno, altamente inefficiente, che produce fumo contenente molto particolato e libera grosse quantità di emissioni (ad esempio anidride carbonica, monossido di carbonio, metano) in atmosfera. Questi incendi possono avere un impatto elevato sugli ecosistemi interessati. Inoltre possono generare un forte inquinamento atmosferico, dovuto all’inefficienza e alla durata della combustione e alle caratteristiche del combustibile che viene consumato, nonché produrre delle foschie in grado di spostarsi su lunghe distanze, con gravi ripercussioni sulla salute pubblica, soprattutto quanto più il fumo permane vicino alla superficie”.

Quanto può durare un incendio sotterraneo?

“Giorni, settimane e addirittura anni. Se l’incendio di chioma può spostarsi di diversi chilometri all’ora, l’incendio sotterraneo si muove in media con una velocità di un millimetro al minuto, vale a dire 6 centimetri all’ora. Proprio questa lenta propagazione fa sì che l’incendio sotterraneo nelle zone artiche tenda a presentarsi nelle stesse aree percorse nella stagione precedente da incendi radenti o di chioma. Quando si creano le condizioni favorevoli per tornare in superficie, la combustione può ripartire con fiamma viva. E ciò normalmente avviene prima che incominci una nuova stagione di incendi, in cui tipicamente l’innesco è determinato dai fulmini che si manifestano in primavera inoltrata. Questo è un altro degli indizi che ci consente di individuare un incendio zombi, o meglio overwintering fire”.

Come si può arginare la propagazione di un incendio sotterraneo?

“Non è affatto facile: occorre individuare l’area interessata dalla combustione sotterranea, rilevando ad esempio alterazioni di temperatura o presenza, anche minima, di fumo e scavare delle trincee per circoscriverlo all’interno di un determinato perimetro ed arrestarne la corsa”.

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Qual è il ruolo del cambiamento climatico nel numero crescente di incendi che si sviluppano nelle regioni artiche?

“Il cambiamento climatico sta producendo in modo diretto o indiretto importanti alterazioni nel regime di tutti i disturbi naturali, e tra questi gli incendi non fanno certo eccezione. Nelle regioni artiche l’innalzamento delle temperature sembra procedere con un tasso superiore rispetto a tutte le altre aree del pianeta, provocando ad esempio la fusione del permafrost, con conseguente rilascio in atmosfera di ingenti quantità di gas serra. Un aumento delle temperature e prolungati periodi di siccità possono aumentare la probabilità di innesco e propagazione su vaste superfici degli incendi. Ad esempio gli incendi sotterranei potrebbero essere favoriti dall’abbassamento della falda acquifera e dal ridotto contenuto di umidità nel suolo. A loro volta questi incendi producono particolato, gas serra e inquinanti, con ripercussioni sul clima, e temperature tali da favorire ulteriormente la fusione del permafrost, inducendo un effetto di feedback positivo. Questi fenomeni inoltre non si sviluppano solo nelle regioni boreali, ma anche nelle torbiere delle foreste temperate e tropicali e spesso trovano nella mano dell’uomo una delle principali cause o addirittura fonti di innesco. Emblematico è il caso  dell’Indonesia dove abbiamo un tasso di deforestazione elevato e dove, oltre agli incendi di origine naturale,  per liberare spazio per vari tipi di coltura, tra cui la palma da olio, si utilizza il fuoco, che produce incendi tali da consumare le torbiere sottostanti.  È importante sottolineare che nelle torbiere è stoccato circa un terzo di tutto il carbonio presente nei suoli a livello mondiale, pertanto le emissioni prodotte come conseguenza degli incendi sotterranei in questi ambienti hanno conseguenze rilevanti sul ciclo del carbonio globale e in ultima istanza sullo stesso cambiamento climatico”.

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui La Stampa Tuttogreen, Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online”, “Propaganda Pop” e "Cronofagia".

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