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È troppo tardi per essere pessimisti: appunti per una nuova coscienza di classe ambientale

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È troppo tardi per essere pessimisti: appunti per una nuova coscienza di classe ambientale ultima modifica: 2020-06-03T12:36:37+00:00 da Giuseppe Luca Scaffidi
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È troppo tardi per essere pessimisti, l’ultima fatica letteraria di Daniel Tanuro, mostra perché restano pochi anni per adottare le misure necessarie per fermare la catastrofe ecologica, fornendo un punto di vista marxista sulla crisi ambientale e rigettando le tesi dei fautori del capitalismo verde.

 

È troppo tardi per essere pessimisti. Come fermare la catastrofe ecologica imminente, l’ultimo saggio dello studioso di ecologia belga Daniel Tanuro, recentemente pubblicato in Italia da Edizioni Alegre, casa editrice all’avanguardia nella trattazione delle grandi issues che affollano il dibattito ambientale degli ultimi anni, è in primis un intransigente atto di denuncia politica, un j’accuse radicale verso l’immobilismo che ha caratterizzato l’operato delle organizzazioni sovrannazionali sul fronte della lotta al climate change e un invito a cooperare al fine di predisporre un’alternativa al vero e proprio “nemico naturale” della natura: il sistema di produzione capitalistico.

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Il fallimento delle conferenze internazionali sul clima

È troppo tardi per essere pessimisti inizia mettendo in fila gli esiti fallimentari delle conferenze internazionali sul clima, evidenziando come, dopo il grande punto di svolta rappresentato dal Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, i governi abbiano adottato, sotto le egida delle Nazioni Unite, tre risoluzioni volte a colmare vuoti d’azione pericolosi per gli anni a venire: la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Unfccc), la Convenzione sulla diversità biologica (Cbd) e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione (Unccd).

Tuttavia, dopo oltre un quarto di secolo, quei nobili intenti fissati su carta non sono stati onorati ma, al contrario, la crisi ambientale è deflagrata: in meno di un secolo siamo passati dal dover affrontare singole calamità (come i Ddt, i rifiuti e le piogge acide) all’esperienza di una catastrofe.

In particolare, La Convenzione quadro adottata a Rio nel 1992, pur ponendo una particolare enfasi sulla necessità di agire al fine di evitare «pericolose interferenze antropiche» sul clima del pianeta, non specificò esattamente quale fosse il reale quoziente di pericolosità di tali interferenze.

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Antropocene o Capitalocene?

Dieci anni dopo il Summit di Rio, il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen coniò un concetto che, oggi, è entrato a far parte del nostro portato lessicale: Antropocene.

La sua intuizione poggiava su basi solidissime: secondo Crutzen, dato che i mutamenti innescati dalla Rivoluzione industriale – come l’innalzamento del livello degli oceani e la progressiva estinzione delle specie – sarebbero rimasti impressi per sempre nella geologia del pianeta, il periodo dell’Olocene avrebbe dovuto ritenersi sostanzialmente concluso.

Era dunque necessario individuare una nuova terminologia in grado di parlare al presente, sufficientemente forte da identificare una nuova era geologica in cui l’azione dell’essere umano (antropos) ha compiuto una trasformazione decisiva in termini di oppressione ambientale, assurgendo al grado di vera e propria forza geologica.

Dalla proposta di Crutzen scaturì un intenso dibattito dottrinale: mentre, a destra, la tendenza era quella di far risalire l’Antropocene alla comparsa dell’Homo sapiens o all’invenzione dell’agricoltura, a sinistra hanno proposto di utilizzare il termine Capitalocene per sottolineare l’origine socio-storica del passaggio d’epoca.

Il loro intento era quello di sottolineare come i semi della catastrofe fossero da ricercare non soltanto nell’attività antropica propriamente intesa, ma nell’intensificazione e nel consolidamento dei rapporti di capitale, nelle contraddizioni di quel modello  economico che, a partire dal 1989, con la caduta del Muro di Berlino e l’enorme influenza di opere seminali come The end of the history and the last man di Francis Fukuyama, si era trasformato in un leitmotiv proprio delle narrazioni politiche occidentali, l’unico in grado di perseguire gli obiettivi di benessere e stabilità delle democrazie: il neoliberismo e la conseguente marginalizzazione dell’intervento dello Stato sull’economia.

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Immobilismo politico, riscaldamento globale e specie in via d’estinzione

A prescindere dagli slittamenti semantici e dall’individuazione di un termine-contenitore sufficientemente esplicativo, a quasi tre decenni dalla Conferenza di Rio i risultati prodotti da quelle «pericolose interferenze antropiche» hanno rivelato tutto il loro potenziale distruttivo.

Secondo il più recente rapporto stilato dalla Organizzazione metereologica, il 2019 si è concluso con una temperatura media globale di 1,1° C al di sopra dei livelli preindustriali stimati, il secondo anno più caldo dal 1850.

Ben poco rassicuranti anche gli effetti che ne sono scaturiti in termini di perdita di biodiversità. Giusto per citare alcuni dati: la percentuale complessiva di specie a rischio di estinzione è intorno al 25 %. Scendendo nel particolare, il tasso è del 40% per gli anfibi, di quasi un terzo per i coralli delle barriere coralline, di oltre un terzo per gli squali e i mammiferi marini, del 25% per i mammiferi in generale, del 14% per gli uccelli.

I negazionisti del clima e l’attività di lobbying delle multinazionali

Per pervenire a un  punto di svolta è stato necessario attendere addirittura il 2015, con la Cop21 di Parigi e la conseguente adozione del primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale, che ha riconosciuto esplicitamente l’impegno delle parti a mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali.

Per Tanuro, l’indecisione politica sugli obiettivi delle conferenze sul clima non è da attribuirsi unicamente all’azione del negazionismo climatico e ai tanti “mercanti del dubbio” foraggiati dalle multinazionali dei combustibili fossili.

La responsabilità ricade anche su altri gruppi, che «pur riconoscendo la realtà di un cambiamento climatico «antropico», hanno operato per impedire che si fissasse una soglia di pericolosità con la dovuta precauzione», frutto di una politica perennemente subordinata alla legge del profitto.

La critica all’ecologia liberale

In È troppo tardi per essere pessimisti, Tanuro non risparmia una critica feroce ai portabandiera dell’ecologia liberale e del capitalismo verde, decostruendo la retorica che ci vorrebbe immersi nel migliore dei mondi possibili e la falsa convinzione che la transizione ecologica possa dispiegarsi senza intoppi in un orizzonte di libero mercato, semplicemente seguendo le direttrici della domanda e dell’offerta, adeguandosi agli obiettivi dell’accumulazione capitalistica in una logica win win win: buona per l’ambiente, buona per l’economia e buona per la società.

A questa visione dell’ecologia filomercatista ed ecocida, Tanuro contrappone un coraggioso progetto eco-socialista di segno politico opposto, volto a un radicale rovesciamento di paradigma: il fondamento di una nuova società libera dal denaro, dall’alienazione, dallo sfruttamento della manodopera, dall’accumulazione del capitale e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione.

La proposta è quella di recuperare la concezione più pura e incontaminata del termine “comunismo”, quella fornita dal Marx studioso della Comune di Parigi del 1871, che lo definiva come «la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro».

Non un ideale tacciabile di utopismo, non un socialismo “da caserma” pronto a implodere e a prestare il fianco a degenerazioni totalitarie, ma un disegno concreto e indispensabile a operare un’inversione di tendenza – non a caso, nelle pagine iniziali di È troppo tardi per essere pessimisti, Tanuro non nega le enormi responsabilità dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est Europa o della Cina nella degenerazione ambientale che stiamo vivendo.

Una prospettiva che riserva alla pianificazione ambientale un ruolo di primo piano: secondo Tanuro, tornare a riporre fiducia nella progettazione è il primo passo da compiere per invertire la rotta, e ridurre la produzione complessiva è la conditio sine qua non per il successo di un piano ecologico.

Un punto di vista marxista sulla crisi

È troppo tardi per essere pessimisti è un invito a creare i presupposti per il raggiungimento di una coscienza di classe ambientale che, per troppi anni, è stata volutamente annacquata dalla pressione delle multinazionali e dall’attività dei negazionisti a libro paga delle stesse: un tentativo di risalire la china “da sinistra” per invertire la rotta.

Le tesi di Tanuro, supportate da una bibliografia talmente minuziosa da sfociare nel patologico, forniscono una lettura precisa della congiuntura ambientale attuale: è troppo tardi per essere pessimisti, e anche per continuare a convincerci che il neoliberismo sia l’unica via percorribile.

È troppo tardi per essere pessimisti: appunti per una nuova coscienza di classe ambientale ultima modifica: 2020-06-03T12:36:37+00:00 da Giuseppe Luca Scaffidi

Giornalista freelance, scrive o ha scritto di politica, letteratura e ambiente su varie riviste, tra cui Dinamopress, The Vision, La Stampa - Tuttogreen, le edizioni italiane di Jacobin e Forbes e, di tanto in tanto, collabora con la testata brasiliana Outras Palavras. Ha conseguito una laurea in scienze diplomatiche internazionali e, non appena possibile, vorrebbe ricominciare a studiare. Nel tempo libero mangia, legge, scrive, corre e strimpella (con scarsissimi risultati) la chitarra.

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