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Il ritorno naturale del lupo sulle Alpi, parla l’antropologa alpina Irene Borgna

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Il ritorno naturale del lupo sulle Alpi, parla l’antropologa alpina Irene Borgna ultima modifica: 2019-08-19T08:00:00+00:00 da Davide Mazzocco
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Al festival Il richiamo della foresta di Estoul, Irene Borgna, comunicatrice del progetto europeo LIFE WolfAlps, ha spiegato tempi e dinamiche del ritorno naturale dei lupi in atto da circa vent’anni sull’arco alpino

In Italia il declino del lupo è iniziato nella seconda metà del Settecento ed è continuato fino agli anni Settanta del secolo scorso, con la totale estinzione della specie sulle Alpi negli anni Venti e la sopravvivenza di circa 150 esemplari nel Centrosud della Penisola. Durante gli ultimi quarant’anni si è però assistito a un’inversione di tendenza: il recupero naturale della specie è avvenuto prima nelle zone montane dell’Appennino tosco-emiliano e ligure, poi, a partire dal 1996-1997, nelle Alpi Occidentali, con i primi branchi nelle Valli Pesio, Stura e Susa.

A Il richiamo della foresta, il festival culturale svoltosi a Estoul (Ao) nel mese di luglio, l’antropologa e guida naturalistica Irene Borgna ha raccontato quello che è accaduto negli ultimi vent’anni sulle nostre montagne: “Dal punto di vista biologico il ritorno del lupo è un’ottima notizia: fa la sua ricomparsa un tassello importante dell’ecosistema alpino. Il lupo è infatti un predatore apicale che caccia soprattutto ungulati selvatici – caprioli, cervi, cinghiali, camosci –  regolandone le popolazioni. Anche chi abita in città e il lupo non lo incontrerà mai, di solito accoglie la notizia con entusiasmo: il lupo è uno degli otto animali totemici d’Europa, un animale diventato simbolo di wilderness e libertà che troviamo su tantissime magliette, un logo da appiccicare ai prodotti più vari per esser sicuro di venderli bene.

Completamente diverso è il punto di vista di chi in montagna vive e lavora come pastore. Da vent’anni a questa parte gli allevatori delle Alpi sud occidentali piemontesi, soprattutto chi alleva capre e pecore, si è dovuto organizzare per far fronte alla presenza del predatore. Il ritorno del lupo ha stravolto la vita di queste persone che – loro malgrado – hanno dovuto iniziare a utilizzare le recinzioni elettrificate, a munirsi di cani da difesa del bestiame, a organizzare diversamente la gestione dell’alpeggio sotto molti aspetti, per esempio evitando i parti in quota, che rendono gli animali più vulnerabili.

Per i pastori il ritorno del lupo ha significato una trasformazione drastica – e non in meglio – del lavoro e della vita, perché con il lupo nei paraggi l’alpeggio deve essere sempre presidiato dall’allevatore, notte e giorno”.

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Il ritorno del lupo ha imposto grandi cambiamenti a chi lavora in quota: “La vita del pastore è molto cambiata e sicuramente è diventata ancora più faticosa e appesantita da costi aggiuntivi: acquistare, trasportare e installare le recinzioni oppure acquistare, sfamare e gestire i cani da protezione sono solo alcuni esempi delle nuove incombenze che toccano loro.

Va detto che anche prima del ritorno del lupo i problemi della pastorizia di montagna erano molti e molto seri. Quali? Per esempio il prezzo di vendita troppo basso di carne e latte a causa della concorrenza di prodotti di minor qualità da allevamenti intensivi oppure il costo eccessivo degli affitti degli alpeggi e lo stato delle strutture d’alpeggio, talvolta fatiscenti. Un altro problema enorme è la politica di contributi europei, che è stata sfruttata da alcuni allevatori disonesti per truffe di centinaia di migliaia di euro, che vanno ai danni dei colleghi onesti. Per la serie “ci mancava solo lui”, in questo contesto già compromesso è arrivato il lupo ed è finito subito sotto ai riflettori.

Perché i problemi appena elencati purtroppo sono tanto importanti quanto davvero complicati da capire per chi non è del mestiere: invece richiamando l’attenzione sulle predazioni, che colpiscono l’attenzione e la sensibilità di tutti, per lo meno gli allevatori hanno la possibilità di far arrivare la loro voce sui giornali, sperando che prima o poi la politica si ricordi di loro”.

Irene Borgna ha collaborato con il progetto LIFE WolfAlps (concluso nel 2018) e conosce molto bene i numerosi stereotipi (sia positivi che negativi) che questo animale porta con sé e i fattori che ne hanno favorito il progressivo ritorno naturale sulle Alpi: “Solitamente siamo abituati a interpretare le cose che non ci piacciono come delle punizioni o dei complotti. Si pensa che il lupo sia stato portato dagli ambientalisti o dai Parchi naturali. Lo assicuro: collaboro con un’area protetta e non conosco nessuno di così masochista! Il lupo è un animale estremamente conflittuale e complesso da gestire: nessuno in Europa è stato così temerario da andarsi a cercare una ‘grana’ del genere. I lupi erano diffusi in tutta Europa, prima che iniziassimo a sterminarli in modo sistematico: sulle Alpi c’erano e sono stati annientati intorno agli anni ’20 del Novecento. In tutta Italia, si stima che negli anni ’70 ne fossero rimasti circa 150, distribuiti in zone remote dell’Appennino Centro Meridionale.

Quarant’anni fa, sono successe tre cose che hanno favorito il recupero della popolazione di lupo. Per prima cosa ci si è accorti che il lupo, insieme ad altri animali considerati “nocivi” come la volpe, il tasso, la faina e altri carnivori – aveva un’importante funzione ecologica, come regolatore delle popolazioni di ungulati selvatici. Si è quindi smesso di dare ricompense a chi li uccideva e, anzi, ne è stata vietata la caccia e il lupo è diventato una specie protetta. Il secondo fattore che ha facilitato l’impresa di ricolonizzazione del lupo è stato lo spopolamento delle terre alte, Appennini e Alpi. Dopo avere abitato, coltivato, disboscato, pascolato ogni centimetro utile delle montagne, gli italiani all’inizio del Novecento iniziano ad abbandonarle, emigrando nelle pianure, nelle città o all’estero. I boschi avanzano, si riprendono pascoli, prati e coltivi, invadono le borgate in rovina. Si crea un deserto verde, vuoto di persone e sempre più popolato da animali.

Irene Borgna
Irene Borgna

Perché c’è un terzo elemento che avvantaggia i lupi: vengono reintrodotte a scopo venatorio in montagna e in collina proprio quelle specie che sono le prede naturali del lupo, come cinghiali, caprioli, cervi, daini, mufloni. Per i lupi si crea una nuova situazione: nessuno può più ucciderli – almeno legalmente – e l’Appennino si trasforma in un corridoio boscato e poco abitato dove sono state reimmesse le loro prede naturali. Una situazione ideale, una vera pacchia per una specie che l’espansione ce l’ha nel Dna..

Così, in  quarant’anni, generazione dopo generazione, il lupo ha ricolonizzato prima l’Appennino settentrionale, quindi le Alpi Occidentali attraverso l’Appennino ligure. Oggi il ritorno naturale del lupo sulle Alpi è un fenomeno in evoluzione: se nelle Alpi Occidentali la presenza della specie è ormai vecchia di vent’anni e consolidata, in alcune zone delle Alpi Centrali e Orientali il lupo è ancora una scomoda novità cui far fronte. Di solito, il momento più critico è proprio quello che segue il ritorno dei primi branchi: gli allevatori, impreparati alla presenza del predatore, subiscono danni pesanti e – giustamente – protestano; si risvegliano nell’opinione pubblica paure insensate, di solito fomentate da una stampa troppo spesso sedotta dal sensazionalismo (tipicissima è la dichiarazione: “Ora che c’è il lupo, non siamo più tranquilli a sapere i nostri bambini da soli alla fermata dell’autobus”; i politici hanno la pessima abitudine di iniziare a gridare proclami irrealizzabili (“Uccideremo tutti i lupi”, “Chiuderemo i lupi nei recinti”, “Li porteremo lontano”) invece che dedicarsi a porre le basi per una convivenza economicamente e socialmente sostenibile.

Un bosco con il lupo è diverso da un bosco senza il lupo. Il lupo in qualche modo ci fa toccare con mano che non siamo i padroni della montagna, rintuzza le nostre manie di onnipotenza, ci rimette al nostro posto. E’ vero e documentato che si sono verificati  incidenti con le persone in passato, anche mortali: in Italia risalgono ai tempi in cui la montagna e le campagne erano abitate come formicai e ai lupi non avevamo lasciato né boschi per nascondersi né prede selvatiche per sfamarsi. Oggi il contesto è radicalmente cambiato: con tutte le specie che il lupo può cacciare, non ci considera delle prede, piuttosto dei potenziali pericoli da evitare. Detto questo, il lupo è un selvatico e come tutti i selvatici va osservato alla giusta distanza: non va avvicinato, né sfamato, né abituato alla presenza delle persone. Un lupo confidente è un lupo morto. E chi dà confidenza a un lupo (come peraltro a qualsiasi selvatico), si espone a dei grossi rischi. Con la differenza che la marmotta cui si sporge una carota può rifilare al massimo un morso doloroso, un incidente diplomatico con un lupo potrebbe avere conseguenze più serie. Abbiamo un’idea della natura disneyana e cerchiamo approcci con i selvatici (tentando goffamente di accarezzarli o, peggio ancora, di sfamarli) che fanno male a loro e mettono in pericolo noi”.

La presenza del lupo in Italia: i numeri

Veniamo ai numeri. Nel 2013 è stato finanziato il progetto europeo LIFE WolfAlps (conclusosi nel 2018), che ha messo in campo azioni coordinate  per la conservazione del lupo sulle Alpi italiane e slovene. Conservare il lupo significa, fra le altre cose, supportare la convivenza uomo-lupo, perché il suo nemico principale siamo ancora noi e solo lavorando per abbassare il livello di conflitto si possono garantire le condizioni per una sopravvivenza a lungo termine della specie. Questo progetto ha previsto diverse stagioni di monitoraggio della specie: sapere quanti sono i lupi e come sono distribuiti è essenziale per poter mettere in atto una gestione efficace della specie.

Secondo la stima più recente (2017-2018), la popolazione è attualmente di 46 branchi e 5 coppie per un totale di 51 unità riproduttive documentate. In Piemonte è stimata la presenza di almeno 33 branchi e 2 coppie, per un totale di minimo 195 lupi: 19 branchi e 1 coppia in provincia di Cuneo, e 13 branchi e 1 coppia in provincia di Torino, ed un nuovo branco in provincia di Biella. Nelle restanti regioni dell’arco alpino la distribuzione è la seguente: 4 branchi e una coppia in Valle d’Aosta, 7 branchi tra Veneto, provincia di Trento e Bolzano (6 in Veneto, 4 condivisi, uno esclusivamente in Trentino), un branco tra Bolzano e Trento, una nuova coppia in provincia di Trento e una in Friuli Venezia Giulia, ed il branco transfrontaliero in Lombardia tra la provincia di Como e la Svizzera. Un individuo solitario è stato identificato in Lombardia. Altri avvistamenti sporadici vengono registrati in modo crescente nel resto delle Alpi centro-orientali e nelle Alpi occidentali anche nelle zone collinari pedemontane.

Verosimilmente, in un futuro molto prossimo, l’intero arco alpino e anche le zone pedemontane e collinari d’Europa dovranno confrontarsi con il progressivo ritorno del lupo.

[Foto Pixabay]

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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