Vento di soave, al Torino Film Festival un documentario contro l’ipocrisia ecologica

Il fatto

Brindisi è sempre stata, da secoli, uno dei più importanti porti del Mediterraneo, citata più volte da Dante nella Divina Commedia. Oggi possiede ancora questo primato portuale. Oltre che essere sede di una delle più grandi basi del settore petrolchimico e del carbone d’Europa. Ma dietro un’apparenza di lavorazioni sostenibili, la realtà della gente che ci vive vicino è ben diversa…

locandina

Il commento

Prima c’è il porto di Brindisi. C’è una camera fissata sulla poppa di un peschereccio che, all’alba, lascia il porto. La camera sembra muoversi di vita propria, nel dinamismo dato dal suo essere ferma su di una struttura in movimento. Movimento che descrive un’alba come tante, una panoramica suo malgrado del porto. Un porto marittimo apparentemente come tanti altri. Addirittura suggestivo, baciato dalle luci del sole rossastre. Un posto turistico, la parte interna, costituito da due insenature che affondano nel cuore del Centro Storico della città: “seno di ponente” e “seno di levante”.

Così si apre il documentario Vento di soave di Corrado Punzi. Il film, presentato al 35° Torino Film Festival nella sezione TFFDOC – Italiana Doc. e vincitore del Premio Cipputi, racconta il porto di Brindisi. Lo stesso porto della stessa città che fece da attracco per i Crociati in Terra Santa. Dalla prima (1096) alla Sesta Crociata (1227) organizzata dall’Imperatore Federico II di Svevia. Ricordata soprattutto per una tremenda epidemia scoppiata fra quelle banchine. Da allora fino all’apertura del canale di Suez, il porto ha avuto alterne fortune e alterne tragedie ed epidemie. Epidemie che proseguono tutt’ora, più infide e silenziose.

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Anche queste nuove epidemie hanno la loro culla nel porto, quello esterno in particolare: la grande striscia della Costa Morena. In essa vengono scaricati prodotti per l’alimentazione delle grandi centrali elettriche Enel. L’epidemia ha colpito le coltivazioni. L’uva, i carciofi e le angurie coltivate vicino alla centrale Enel sono irrimediabilmente danneggiate. L’azienda era a conoscenza di questi danni ma ha proseguito ad utilizzare il carbone senza prendere le necessarie precauzioni, nemmeno quando è stato coperto il carbonile. Apparentemente erano disinteressati alla continua dispersione di sostanze tossiche. Sono state loro a sporcare i campi e non un atto doloso dei contadini, come hanno cercato di sostenere gli avvocati dell’Enel quando l’azienda è stata chiamata a giudizio.

Il film racconta soprattutto questo: il processo contro l’Enel intentato da agricoltori e pescatori di Cerano conclusosi nel febbraio 2017 con una condanna per inezia ai danni della compagnia. Un sostanzioso risarcimento e condanne detentive per i responsabili della filiera del carbone. Un processo raccontato attraverso le storie di un agricoltore, di un pescatore e di un giovane ricercatore. Tutti a dimostrare un solo, incontrovertibile, fatto: che l’Enel aveva e ha molti scheletri nell’armadio. Scheletri che hanno causato non solo danni alle coltivazioni, ma anche alla fauna marina e alla popolazione. Pesci senza spina dorsale e uomini con un futuro contato dalle emissioni. 

Il film racconta anche dell’Enel come Istituzione. Non è solo un cupo skyline che domina il porto, ma sostiene anche la locale squadra di basket. È impegnata in associazioni benefiche ed educative quali reparti pediatrici, e gite scolastiche. In esse l’aziensa si foggia di ecologismo con ciminiere filtranti per pulire i fumi e carboni ecologici tenuti sotto chiave.

Vento di Soave

C’è un onnipresente responsabile dei rapporti col pubblico che sbandiera questa idea. Di un’energia pulita e attenta a ogni problematica, nel nome di un benessere che è rimasto immutato dagli anni ’70. Ancora oggi è così. Enel è un grande stabilimento come tanti di quelli costruiti allora, con tanto di caseggiati ai lavoratori. Lavoratori che si possono permettere la macchina e tutti gli elettrodomestici. Soprattutto contadini e pescatori che, in quello che facevano, non vedevano un futuro. E hanno deciso di fuggire. Consumando un futuro, a loro insaputa, per molti di loro che hanno deciso di continuare a fare ciò che hanno sempre fatto, per generazioni. Generazioni di carciofi che sfidano il vento. Generazioni di pescherecci che abbandonano il porto.

Nonostante le apparenze, non si sta puntando il dito, non è un documentario a tesi schiacciante. Si mostrano solo i fatti e le eventuali ipocrisie, discretamente e senza clamori. Non è retorico, ma fa di certo riflettere e la sua posizione è chiara. Punzi in questo senso centra il punto. Si fa narratore imparziale e invisibile. A chi guarda tocca giudicare.

Scheda film

  • Regia: Corrado Punzi;
  • Soggetto e sceneggiatura: Corrado Punzi, Francesco Lefons;
  • Interpreti: Antonio Suma, Oronzo Suma, Paolo Celeste, Ivano Medici, Piera Marra, Santa Costantini, Massimo Brento, Antonio Terlizzi, Amerigo Vernardi, Franco Cellie (loro stessi);
  • Origine: Italia, 2017
  • Durata: 77′
  • Temi: CINEMA, SALUTE, INQUINAMENTO
Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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