La grande abbuffata

Mangiare con gli occhi: l’abbuffata insapore

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Mangiare con gli occhi: l’abbuffata insapore ultima modifica: 2015-10-18T09:00:09+00:00 da Emanuel Trotto
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«Mangiare, mangiare, mangiare! Siete grotteschi! Non fate altro che mangiare! Se non avete fame, perché mangiate?». Lo sfogo, disperato ed isterico, di una prostituta longilinea, di fronte a una tavola imbandita di prima mattina e saccheggiata senza pietà da quattro benestanti anfitrioni. Un primo piano, il volto bianco rigato dalle lacrime su cui si sofferma la macchina da presa, per accentuarne la drammaticità della battuta e la solitudine morale di colei che la pronuncia. Su questa inquadratura de La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri termina il video che chiude la seconda giornata di studi dedicata al rapporto fra cibo e audiovisivi del 7 ottobre 2015 (la prima si è tenuta a Milano il 23 di giugno). Una giornata che si è dedicata alla contemporaneità, partendo da quegli anni Cinquanta italiani, dove i programmi di cucina non erano dei one (or three) chef show ma erano attenti, prima di ogni altra cosa, ai baluardi della cucina primigenia. Non solo quella tradizionale, ma quella della mamma.

Immagine del Cibo, poster

Forse, lavorando sulla falsariga del capolavoro di Ferreri, si può tracciare un ulteriore fil rouge dei seminari di Mangiare con gli occhi – Il cibo nel cinema e nei media, dagli anni Cinquanta alla contemporaneità (Immagine del cibo-Cinema, Media, Cultura Gastronomica), secondo EcoTalk del 18°Festival CinemAmbiente – tenutosi  proprio il 7 ottobre dalle 9.30 alle 19.00 presso la Bibliomediateca Mario Gromo – promosso e patrocinato dal Dams dell’Università di Torino, dal Museo Nazionale del Cinema e dalla Città del Gusto di Torino. Aperta, introdotta e conclusa dal professor Gabriele Rigola e presieduta dalla professoressa Giulia Carluccio e Franco Prono, la giornata ha visto gli interventi più disparati riguardanti, principalmente, il rapporto dell’immagine che viene data al cibo dal cinema, dalla televisione, dalla fotografia e dal web.

Mangiare con gli occhi pic 2

Si è partiti da un intervento di Giuliana Galvagno riguardante il dialogo fra la Rai e la gastronomia; la rete divenne, dagli anni ’50 agli anni ’70, mediatrice fra la tradizione culinaria regionale e l’avvento, durante il boom, dei cibi surgelati. Si è passati allo studio filologico di Gabriele Rigola su Ugo Tognazzi come autore di libri di cucina e direttore della rivista “Nuova cucina e paladino di una certa gastronomia, promotore di una cucina lontana dai cibi surgelati, incoraggiando un ritorno al mangiare sano e naturale. Mariapaola Pierini ha affrontato, fra dubbi e sorrisi, la problematicità dell’attore hollywoodiano usato all’interno delle campagne pubblicitarie di prodotti alimentari di uso comune (“Mulino Bianco” con Antonio Banderas per intendersi). La prima parte della giornata si è conclusa dopo il tema della rappresentazione del cibo (e del mangiare) come forme di seduzione e metafore dell’amplesso all’interno dei film – da Chocolat (2000) a 9 settimane 1/2 (1986), a La vita di Adele (2013) – di Simona Stano.

Dopo la pausa pranzo si è proseguito con la presentazione di Nicola Perullo (professore all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo) sul cibo in fotografia, dalle origini come mezzo commerciale, fino all’avvento dei social network e delle vere e proprie follie riguardanti la pratica del selfie con il piatto. Giaime Alonge ha parlato del cinema di animazione contemporaneo come polemica della gastronomia come qualcosa di raffinato e d’elite (Boxtrolls- Le scatole magiche, 2014): un buon piatto può essere preparato da tutti (Ratatouille, 2007). Questo assioma viene completamente ribaltato nell’esposizione di Marta Martina (Università IULM di Milano), che si è espressa sui cooking show di oggi come puro spettacolo affidato a codici cinematografici riconoscibili (da “duelli western” a “cotture all’ultimo minuto”): qui fanno da mattatori gli chef, che si trasformano in stand up comedians, mentre la preparazione dei piatti diviene qualcosa di superficiale e, in molti casi, irraggiungibile.

Carlo Cracco Hell's Kitchen

Alla luce di un programma così eterogeneo, perché il film di Ferreri potrebbe essere un trait d’union? Perché quel film è una metafora chiara e cristallina della società consumistica che divora se stessa a colpi di cambiamenti climatici e ambientali, ma che lo fa anche a colpi di una estetizzazione dell’essenziale: il cibo diviene puro oggetto, quasi onanistico. Il mangiare e la sua preparazione vengono soffocati da ricette complicate, da inutili spettacolarizzazioni televisive, dalla “preghiera laica” di fotografare un bel piatto prima di divorarlo, e scattarne i resti. Si dà, insomma, una immagine ideale e artistica alla soddisfazione dei bisogni primari.

Da qui la necessità di parlare davvero di cibo e di come viene rappresentato. Non solo in occasione di una Fiera Universale sul viale del tramonto, ma anche perché si è raggiunta una tale bulimia mediatica, nella quale uno dei grandi protagonisti della cultura contemporanea è, in maniera paradossale, pure il grande assente. Soprattutto in una società (la Nostra) che ha fatto della buona tavola un vero paradigma.

Mangiare con gli occhi: l’abbuffata insapore ultima modifica: 2015-10-18T09:00:09+00:00 da Emanuel Trotto
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Mangiare con gli occhi: l’abbuffata insapore ultima modifica: 2015-10-18T09:00:09+00:00 da Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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