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Green, un documentario ad altezza di orango

Il fatto

Green è una femmina di orango, vittima della deforestazione. Viene raccolta nel fango e portata in un centro veterinario in mezzo alla giungla. Attraverso i suoi occhi vediamo la devastazione che le multinazionali operano nella foresta dell’Indonesia, distruggendo gli alberi, i loro frutti, la loro biodiversità, per finire delle nostre pance, nei nostri capelli, sotto i nostri piedi.

Il commento

La visione di questo film di Patrick Rouxel (primo tassello di una trilogia sulla deforestazione, che prosegue con Alma e con un progetto ancora in produzione mediante una campagna di crowfounding) è tutto e niente di quanto ci si possa aspettare su di un film che tratta la distruzione delle foreste pluviali. In prodotti di questo tipo ci si aspetterebbe una storia commovente, condita con immagini indignate di distruzione e con il commento di esperti che parlano di quanto fanno le grandi compagnie che speculano sulla distruzione dei polmoni verdi, non fanno altro che eliminare ossigeno e aggiungere fantastiliardi di dollari nelle loro tasche.

Come detto tutto e, contemporaneamente, nulla di quanto ci si aspetterebbe. Perché il documentario, per prima cosa, non parla della Foresta Amazzonica, perennemente sotto i riflettori, ma quella meno conosciuta ma altrettanto importante e a rischio della giungla indonesiana (Sumatra e Borneo per precisione). I risultati di una deforestazione, sempre più aggressiva dagli anni ’50 in poi, si fanno sentire sulla fauna: particolare attenzione viene data agli oranghi, come portabandiera di una infinità di specie di scimmie che subiscono la perdita degli alberi e del loro principale rifugio e habitat naturale.

La storia comincia con il recupero di Green, un orango femmina persa e in fin di vita a causa della distruzione del suo habitat, tenuta in flebo in un ambulatorio locale. La macchina da presa di Rouxel diventa l’occhio di Green e divenendo, al contempo, la sua mente: guardando per frammenti e fotogrammi l’ambulatorio,  l’audio riporta alla foresta alla vita serena con il suo cucciolo, in simbiosi con le altre creature: dagli elefanti che si muovono lentamente nella nebbia delle paludi all’alba, ai cercopitechi che lottano per non addormentarsi sul tronco, ai gibboni che dondolano silenti e solitari, a mosche e formiche che si contendono nell’arena di una foglia lo spazio. Nella sua mente il ronzio di un tagliaerba che regola il prato vicino alla sua finestra diviene il terribile ringhio di una motosega che abbatte gli alberi, lo scricchiolio dei cingoli delle ruspe pachidermiche, che accumulano tronchi e tronchi, future tavole per parquet, mobili, panchine, o le stesse doghe del letto dove giace.

In conformità con il modo di vedere e di pensare di Green, l’audio è limitato ai suoni della foresta, o a quelli delle macchine e si passa alla musica di sottofondo solo quando viene mostrato i prodotti della deforestazione: un disperato lamento per la foresta distrutta e bruciata, un pezzo jazz indiavolato quando si tratta di mostrare la metropoli, come in una sinfonia urbana alla Walter Ruttman. Le parole sono limitate alle pochissime frasi impalpabili dei veterinari che chiacchierano fra di loro. Il film diviene il cinema puro, come susseguirsi di immagini e di suoni. Si espande divenendo pura attrazione intellettuale, come fruitore e creatore di emozioni, dubbi, riflessioni a completa disposizione dello spettatore  che ne può usufruire senza il  condizionamento di seguire un filo logico legato alla parola.

GREEn

Una serie di immagini che lavorano una come diretta conseguenza dell’altra come su un gigantesco nastro trasportatore, imitando il modo di lavorare della mente come fiume in piena. Green diviene, proprio per questa sua qualità, un vero corpo filmico che, nella sua omogeneità viene dissezionato, smontato e ricostruito dalle sue macerie; e allo stesso modo anche la foresta diviene un gigantesco corpo dalla quale viene strappata la carne e le ossa (gli alberi più grossi e poi quelli più piccoli) e poi anche il sangue, attraverso l’olio di palma che viene spremuto e sgorga fino ad entrare nei nostri stomaci, sulla nostra pelle, sui nostri capelli.  Il corpus del film è talmente vasto e potente che l’elenco dei responsabili della deforestazione diviene solo un inutile orpello: bastano già le immagini del film  (un passaggio continuo fra paradiso inferno e un altrove indefinito) che smuovono gli animi, corrodono, fanno riflettere.

Scheda film

Il regista

Patrick Rouxel, metà svedese e metà francese, nasce nel 1966 e cresce fra la Malesia e Singapore. Parla tre lingue: inglese, francese e indonesiano. Dopo aver curato gli effetti speciali di numerosi lungometraggi per dieci anni, dal 2003 si occupa, come freelance, di conservazione ambientale. Dapprima regista per la NGO, Greenpeace e il WWF, produce, gira, e monta film dedicati alla protezione delle foreste pluviali nel mondo. Esordisce con il cortometraggio Tears of Wood (Tangisan Kayu, 2004), a cui seguono  i mediometraggi Losing Tomorrow (2005) Cathedral Forest (2007), Green (2009), Alma (2011). I suoi ultimi film, sulla deforestazione del Congo e sugli orsi malesi sono attualmente in lavorazione.

Il film può essere visto per intero in copertina o al seguente link: https://vimeo.com/5409884

Green, un documentario ad altezza di orango ultima modifica: 2015-04-19T08:03:09+02:00 da Emanuel Trotto
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