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Bosco Bene Comune: riflessioni su uomo, foreste e cambiamenti climatici

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Bosco Bene Comune: riflessioni su uomo, foreste e cambiamenti climatici ultima modifica: 2018-11-12T08:00:44+00:00 da Davide Mazzocco
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Luca Mercalli, Elisa Cozzarini, Enrico Camanni, Fabio Toncelli e Giorgio Vacchiano sono stati i protagonisti della conferenza che ha aperto il calendario di eventi off del IV Congresso Nazionale di Selvicoltura

Lunedì 5 novembre la Cavallerizza Reale di Torino ha ospitato la conferenza d’apertura di Bosco Bene Comune, un evento aperto al pubblico e inserito nel più ampio calendario del IV Congresso Nazionale di Selvicoltura.

Al cospetto di un folto pubblico, Luca Mercalli, Elisa Cozzarini, Enrico Camanni, Fabio Toncelli e Giorgio Vacchiano hanno parlato delle foreste cercando di far piazza pulita di molti luoghi comuni riguardanti i boschi. Nel corso dell’incontro sono stati proiettati due cortometraggi: l’inedito Il capolavoro del bosco di Fabio Toncelli e Feu del collettivo R-Eact, presentato in anteprima nell’ultima edizione di CinemAmbiente.

Negli ultimi 50 anni, in Italia, la superficie di area boschiva è raddoppiata. Questa crescita smisurata delle foreste ha avuto inevitabili conseguenze sull’antropizzazione delle aree rurali e montane. La visione spesso idilliaca di chi abita in città è molto spesso distante da chi abita a ridosso dei boschi e deve convivere con le loro problematiche. Le devastazioni causate dal maltempo fra ottobre e novembre hanno portato alla ribalta il tema della gestione delle aree forestali. Cinquant’anni fa una forbice ha iniziato ad allargarsi: da una parte si è assistito all’aumento delle aree boschive e dall’altra all’inurbamento della popolazione e all’abbandono delle aree forestali. A questo contesto si è sommato il fenomeno dei cambiamenti climatici che hanno provocato fenomeni meteo sempre più estremi.

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Giorgio Vacchiano, Fabio Toncelli, Enrico Camanni e Luca Mercalli durante la conferenza d’apertura di Bosco Bene Comune

“Il bosco ha una sua sacralità – ha spiegato Luca Mercalli -, ma occorre anche pensare a quelle che sono le sue funzioni in relazione all’uomo. Come si conciliano i valori estetici del bosco con quelli monetari? Da una parte la foresta è una straordinaria risorsa turistica, dall’altra serve per produrre legname, per scaldarci e per ‘bloccare’ la CO2”.

Il ricercatore Giorgio Vacchiano ha sottolineato due aspetti spesso trascurati dalla divulgazione scientifica: “La gestione della foresta richiede una profonda riflessione su due aspetti che riguardano lo spazio e il tempo. Noi quando facciamo ricerca lavoriamo molto sulle teleconnessioni ovvero su come quello che accade in un posto influenza ciò che accade in un posto molto lontano. Per esempio il mais coltivato negli Stati Uniti beneficia della Foresta Amazzonica a causa delle correnti climatiche che questa genera in virtù della sua umidità. L’altra considerazione riguarda il tempo. Bisogna pensare che il bosco ha un tempo diverso da quello dell’uomo: nella fase della pianificazione noi ricercatori, gli amministratori e i tecnici lavoriamo pensando a come il bosco sarà fra 50 o 100 anni. Quando si fa divulgazione sul tema delle foreste, quindi, è fondamentale collegare luoghi e tempi molto distanti fra di loro”. 

La scrittrice e giornalista Elisa Cozzarini ha spiegato l’importanza di divulgare le tematiche scientifiche nel modo più semplice possibile, senza dimenticare l’aspetto emozionale, la chiave per riuscire a comunicare le questioni ambientali a un pubblico il più vasto possibile: “Pensiamo a quanto è accaduto negli scorsi giorni nelle foreste del Nord Est…. Le devastazioni prodotte dal vento e dal maltempo devono essere raccontate anche attraverso le storie dei boschi con i quali, per esempio, è stata costruita la città di Venezia”.

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Le foreste sono fondamentali nella mitigazione delle conseguenze dei cambiamenti climatici

Foreste e cambiamenti climatici

Nella seconda parte della conferenza l’attenzione si è spostata su cambiamenti climatici e riscaldamento globale. Il primo a prendere la parola è stato Vacchiano: “Quando parliamo del rapporto fra foreste e cambiamenti climatici chiamiamo in causa due dimensioni: una è quella di mitigazione (come le foreste possono aiutarci a neutralizzare o a ridurre gli effetti negativi dei cambiamenti climatici), l’altra è quella di adattamento (cosa succede alle foreste che subiscono i cambiamenti climatici e come fare per tamponare eventuali effetti negativi che si ripercuotono sull’ambiente e sull’uomo).

Le foreste sono anche l’unica arma che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici perché un bosco che cresce immagazzina carbonio con la fotosintesi. Questa è la ragione per cui le foreste sono state messe al centro dell’accordo di Parigi. Dal punto di vista dell’adattamento occorre valutare come gestire boschi che dovranno fronteggiare eventi meteo estremi sempre più intensi e frequenti. Temperature più alte e siccità creeranno nuovi ecosistemi. Lo abbiamo visto in tempi recenti con la diffusione di ailanto, robinia e ciliegio tardivo”.

Successivamente Mercalli ha citato un po’ di dati: “Le estati del 2003 e del 2017, con temperature di 30° C anche alle alte quote, non hanno eguali nel periodo dei rilevamenti e il combinato di queste temperature con fenomeni di prolungata siccità creano nuovi stress. Se dovessero verificarsi sequenze di 3-4 estati come quelle dei due anni citati i nostri boschi inizierebbero a deperire e verrebbero sostituiti da altre specie arboricole. Le proiezioni sugli scenari climatici del nostro Paese non sono affatto confortanti. Qualora si riuscissero a rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi avremo una crescita di 1° C su scala globale che si tradurrà in un +4°C o +5° C in Italia. Se, invece, dovesse saltare l’accordo della COP21 l’aumento globale sarà di 5° C con un +8° C in Italia. Lo scenario climatico dell’Italia diverrebbe, quindi, simile a quello dell’attuale Pakistan. Le conseguenze più evidenti sarebbero una “appenninizzazione” delle Alpi e una desertificazione degli Appennini”.

Il bosco di Mompantero dopo l'incendio dell'ottobre 2017
Il bosco di Mompantero dopo l’incendio dell’ottobre 2017

Il meteorologo ha poi parlato del fallimento della comunicazione ambientale: “La scienza ha fallito perché in quarant’anni non è riuscita a trasmettere al grande pubblico i pericoli dei cambiamenti climatici e la loro origine antropogenica. Dobbiamo saper raccontare, ma fare in modo che sotto il racconto ci siano i dati”.

L’ultima interessante riflessione è venuta da Fabio Toncelli: “Non bisogna cedere all’allarmismo e far passare al pubblico l’idea che non si possa più fare nulla. Inoltre bisogna sconfiggere l’idea che la gestione del bosco alteri la natura in maniera irrimediabile perché non è affatto così: anche gli animali, come l’uomo, devono alterare il bosco per adattarsi a esso. L’essere umano, a differenza degli animali, ha la tecnologia per fare in modo che questo adattamento avvenga nel migliore dei modi”. 

Foto Davide Mazzocco e Pixabay

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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