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Giorgio Vacchiano: ‘La diversità è la forza e la ricchezza delle foreste’

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Giorgio Vacchiano: ‘La diversità è la forza e la ricchezza delle foreste’ ultima modifica: 2018-10-17T08:00:17+00:00 da Davide Mazzocco
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Il ricercatore torinese segnalato da Nature studia l’utilizzo di modelli matematici per la pianificazione e la gestione delle aree forestali

A settembre la rivista Nature ha segnalato 11 ricercatori emergenti in diversi campi della scienza. Uno dei due italiani nominati in questa selezione è Giorgio Vacchiano, 38enne torinese che, dopo essere stato Scientific Project Officer al JRC di Ispra, lavora come ricercatore in gestione e pianificazione forestale al Dipartimento Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università di Milano. Noi di eHabitat lo abbiamo intervistato per parlare di foreste, cambiamenti climatici e sostenibilità.

La rivista Nature l’ha inserita in una lista di 11 ricercatori emergenti grazie ai suoi lavori sulla gestione forestale. Può spiegarci come è stata effettuata la selezione?

“Nature ha voluto segnalare un gruppo di ricercatori il cui lavoro in alcuni campi strategici (ambiente, salute, energie, biochimica…) si sta distinguendo per quantità, qualità e utilità dei risultati scientifici. La rivista, con il suo supplemento Nature Index, ha utilizzato per questa selezione diversi criteri. Il primo era aver pubblicato almeno un lavoro nel corso del 2017 su una delle 82 riviste monitorate da Nature come “eccellenti” nel panorama scientifico mondiale. Tra gli autori di questi lavori, sono stati evidenziati coloro che, lavorando da meno di 20 anni, si sono contraddistinti per numero di pubblicazioni (anche su altre riviste scientifiche), numero di citazioni (che nella ricerca indicano quanto venga utilizzata, e quindi quanto sia utile, una pubblicazione scientifica), ma anche numero di collaborazioni internazionali e influenza sui social media.

Come ha dichiarato in questi giorni la prof.ssa Silvia Marchesan dell’Università di Trieste, anche lei selezionata da Nature, si tratta di un messaggio potente per la ricerca di oggi: i risultati migliori della scienza oggi si ottengono con la collaborazione, anche al di là dei confini nazionali, con l’apertura a idee e punti di vista diversi e con la disponibilità a raccontare alla società civile il proprio lavoro e le sue conseguenze per i cittadini”.

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Qual è l’impatto dei cambiamenti climatici sulle foreste e come le foreste possono aiutarci a mitigarne gli effetti?

“I cambiamenti climatici hanno forti effetti sugli ecosistemi forestali. Non si tratta tanto del riscaldamento delle temperature medie, che pure ha la sua importanza, ad esempio nell’aumentare la produttività delle grandi foreste boreali, quanto piuttosto perché i cambiamenti climatici portano con sé un aumento della frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi. Tempeste di vento, uragani, incendi boschivi, pullulazioni di insetti che si nutrono del legno o delle foglie hanno sempre fatto parte della natura, e spesso possono aiutare addirittura una foresta a rigenerarsi. Ma se in pochi decenni la frequenza con cui avvengono raddoppia o triplica, le foreste (e l’uomo!) non sono “attrezzate” per rispondere adeguatamente, e possono perdere funzionalità, o addirittura scomparire.

È il caso degli incendi boschivi: il passaggio di un incendio, anche intenso, crea diversi problemi, ma entro qualche anno la foresta è in grado di rigenerarsi da sola, anche se magari con specie diverse da quelle presenti prima dell’evento. Se però la stessa area brucia intensamente più volte nel giro di pochi anni, o se un grave incendio è seguito ben presto da una forte siccità, gli alberi potrebbero non fare in tempo a svilupparsi prima che il suolo venga eroso dalle piogge o dal vento e si impoverisca di sostanze nutritive. Quella foresta potrebbe allora trasformarsi in una steppa. Sono i cosiddetti “tipping points”, i punti di instabilità: catene di eventi estremi che, combinandosi tra loro, possono superare la capacità di adattamento dell’ecosistema e modificarne a lungo termine le caratteristiche essenziali.

Questo è un pericolo ancora più serio se si pensa che le foreste sono in realtà l’unica “arma” a nostra disposizione per contrastare gli stessi cambiamenti climatici. Con la fotosintesi, gli alberi sottraggono un terzo di tutta l’anidride carbonica in eccesso che emettiamo in atmosfera con le nostre attività produttive, l’agricoltura, e i trasporti. In media, un ettaro di foresta può neutralizzare le emissioni di carbonio di un cittadino medio di questo pianeta. Ma non è tutto: se gestiamo la foresta in modo da ricavare un prodotto legnoso di lunga durata, otteniamo un triplo vantaggio: da un lato, la gestione forestale sostenibile mira innanzitutto alla rinnovazione della foresta, che quindi non scompare ma si rigenera, ed è pronta ad assorbire nuovo carbonio.

In secondo luogo, il carbonio “bloccato” nel legno può rimanervi a lungo, potenzialmente centinaia di anni, senza ritornare in atmosfera. Infine, usando legno come materiale edilizio o fonte di energia evitiamo di utilizzare materiali a più alto tasso di emissioni di carbonio, come il cemento armato, o che libererebbero istantaneamente riserve di carbonio che hanno impiegato milioni di anni ad accumularsi, come i combustibili fossili.

Un articolo  pubblicato qualche giorno fa su Nature sottolinea come, rispettando gli accordi di Parigi, gli incendi boschivi aumenteranno “solo” del 40%, mentre se ciò non dovesse accadere l’incremento potrà essere fino al 100% in più rispetto a oggi”.

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Quali sono le applicazioni pratiche dei suoi modelli matematici? Come possono contribuire al miglioramento della qualità delle foreste?

“La capacità di prevedere come si comporteranno le foreste in futuro è il requisito di base della pianificazione forestale, che purtroppo interessa ancora una parte molto limitata delle foreste italiane (15% circa), ma che è l’unico strumento con cui possiamo  “programmare” l’uso sostenibile del legno e fare in modo che non entri in conflitto con la permanenza della foresta e delle sue altre funzioni. Oggi la velocità dei cambiamenti climatici rende molto incerte le nostre previsioni sulla futura struttura delle foreste e sulla loro capacità di fornire benefici all’uomo – non solo il legno, ma anche la protezione dal rischio idrogeologico, la biodiversità, la regolazione dell’acqua. In altre parole, non possiamo più basarci sull’esperienza passata per capire cosa succederà in futuro e per anticipare come una foresta potrebbe rispondere ai nostri interventi gestionali.

Ad esempio, la strategia di aprire un “varco” in una foresta per facilitare l’ingresso della luce al suolo e quindi lo sviluppo delle piccole piantine, fino a ieri efficace, potrebbe rivelarsi controproducente con l’aumento delle ondate di siccità un domani, perché nelle nuove condizioni climatiche il suolo potrebbe riscaldarsi e inaridirsi troppo. Se traduciamo in equazioni matematiche i rapporti tra clima, foresta e selvicoltura, possiamo applicare queste equazioni cambiando i fattori in ingresso, ed esplorare cosa succederebbe alla foresta in situazioni climatiche che non si sono ancora verificate, fornendo indicazioni utili a chi deve decidere quale gestione adottare nei territori di cui è responsabile”.

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California, Portogallo, Grecia, ma anche la Groenlandia e la Lapponia. Nelle ultime due estati boreali sono bruciati centinaia di migliaia di ettari di foreste, anche a latitudini finora inedite. A che cosa è dovuto e che cosa si può fare?

Parlando di incendi boschivi, poco sopra, ho citato il cambiamento climatico come principale responsabile. Ho volutamente omesso la causa di accensione perché, che si tratti di incendio doloso oppure accidentale, quello che ci interessa di più è se e come si propaga una volta che sia stato innescato. Da questo punto di vista bisogna considerare il cosiddetto “triangolo del fuoco”: la propagazione delle fiamme è possibile solo in presenza di una fonte di calore (l’accensione), un comburente (l’ossigeno), e un combustibile pronto a bruciare.

È il combustibile, cioè la vegetazione, che sta attraversando i cambiamenti più veloci, al punto da farci assistere a fenomeni di intensità e dimensioni senza precedenti. Da un lato, le ondate di calore e siccità rendono il combustibile più secco, quindi più pronto a bruciare con alta intensità energetica – come sa chiunque possieda un caminetto. È il caso degli incendi in centro e nord Europa dell’estate 2018, contemporanei a una delle più gravi siccità registrate nell’ultimo secolo e oltre, che per questo motivo hanno colpito regioni dove solitamente le temperature e l’umidità della vegetazione non sono tali da poter condurre la fiamma (come le faggete). Nel caso della California, ad una siccità pluriennale di gravissime proporzioni si è unito il fatto che gli insediamenti e le attività umane si stanno espandendo velocemente, entrando sempre più spesso “in contatto” con la foresta e esponendo al pericolo una maggiore quantità di persone e di infrastrutture.

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Nel caso del Portogallo (2017) e della Grecia (2018), pur in assenza di gravi episodi di siccità, il fattore determinante è stato proprio l’estensione incontrollata di queste zone di “interfaccia”, unitamente a condizioni meteorologiche di forte vento, che ha reso la velocità e l’intensità delle fiamme così elevate da essere quasi impossibili da contrastare, anche con grande dispiegamento di mezzi aerei.

Come per altri gravi problemi della società, la strada più sicura ed economica è la prevenzione. Tanti parlano di lotta al crimine e certamente un controllo del territorio più intenso (ma quanto e a che costo?) e pene più severe ridurrebbero ulteriormente il numero di incendi. Ma il fuoco fa parte dell’ecosistema, è quasi impossibile eliminare del tutto le cause di accensione (ad esempio quelle accidentali, che sono almeno il 30%) e anche se lo si facesse si andrebbe incontro ad un pericolo ulteriore.

È il “paradosso del fuoco”, studiato negli Stati Uniti in occasione dei grandi incendi al Parco nazionale di Yellowstone del 1988: la lotta senza quartiere e l’eliminazione totale del fuoco in un ecosistema che è adattato a sperimentarlo, almeno periodicamente, farà aumentare velocemente la vegetazione del sottobosco e il materiale morto fine, che come la “carta” di un caminetto, rischierà di facilitare la propagazione di incendi particolarmente intensi e distruttivi  in presenza di condizioni ambientali particolarmente predisponenti (come le ondate di calore che sperimenteremo presto),  inducendo le eventuali fiamme a “salire” sulle chiome degli alberi anziché passare radenti ad altezza suolo.

Per questi motivi, la prevenzione efficace è fatta di interventi localizzati che mirano a rendere il bosco più “impermeabile” al fuoco in punti strategici, per ottenere un abbassamento dell’intensità e della velocità delle fiamme che un futuro incendio potrebbe sviluppare, ad esempio eliminando quella “carta” con opportuni interventi di gestione della vegetazione. Infine, per evitare altre tragedie come quella greca o portoghese, è indispensabile ripensare la pianificazione urbanistica, imparando e insegnando a riconoscere per tempo le situazioni di pericolo (un resort nel folto di una pineta mediterranea con molto sottobosco) e praticando una manutenzione di base della vegetazione in “fasce di rispetto”  intorno alle abitazioni e alle infrastrutture più a rischio”.

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La monocoltura forestale è un problema globale che non trova spazio sui media. Quali sono le conseguenze di uno sfruttamento eccessivo delle risorse forestali e quali, secondo lei, le zone del mondo in cui sono maggiori i rischi di una desertificazione ambientale e sociale?

“Come per la società, anche per le foreste è la diversità a dare forza e ricchezza. Un bosco fatto di una sola specie, specialmente se impiantato dall’uomo e non sviluppatasi per via naturale, è meno resiliente, cioè è predisposto a subire gravi danni non appena si verifichi un problema in grado di mettere quella specie in difficoltà. È il caso ad esempio delle pullulazioni di insetti scolitidi che hanno colpito negli ultimi anni le foreste bavaresi, al confine tra Germania e Repubblica Ceca, fino a ieri il regno  incontrastato dell’abete rosso, e oggi in una fase di delicata e lenta transizione dopo un’ondata di mortalità estesissima dovuta a questi coleotteri mangiatori di legno.

La presenza di diverse specie fa sì che, quando una abbia un problema, le altre possano continuare a prosperare, mantenendo il suolo protetto, ospitando flora e fauna, e garantendo il funzionamento dell’ecosistema. Anche fuori dal bosco, nelle pianure dove gli alberi vengono coltivati per produrre legno di pregio, si sta arrivando a realizzare spesso impianti multispecifici, in cui l’utilizzo di specie con caratteristiche complementari può portare addirittura a aumenti di produzione (ad esempio, utilizzando alberi che arricchiscono il terreno di azoto e crescono velocemente in piena luce insieme ad altri ad accrescimento più lento e maggiormente tolleranti l’ombra)”.

 

Qual è lo stato di salute delle foreste italiane? Che cosa si può fare per migliorarne la gestione? Come le foreste possono contribuire a limitare le croniche conseguenze del dissesto idrogeologico nel nostro Paese?

“Le foreste italiane sono in rapido aumento, al contrario di quanto avviene in altre parti del mondo.  Negli ultimi 50 anni la superficie forestale è quasi raddoppiata. Perché i boschi ritornano spontaneamente nei territori rurali e montani che sempre più vengono abbandonati. Questo processo è certamente positivo (un esempio su tutti è il ritorno del lupo sulle Alpi), ma ha alcuni aspetti critici.  Per esempio, se aumenta la continuità della vegetazione è più probabile che si propaghino incendi nelle zone a rischio. Al tempo stesso, l’Italia ha mobilifici di eccellenza mondiale, ma importa dall’estero i quattro quinti del legno che consuma, anche da paesi ricchi di foreste primarie che vengono tagliate illegalmente o insostenibilmente. Sviluppare il settore forestale in Italia può generare occupazione e conciliare i 3 pilastri della sostenibilità: economico, ecologico e sociale”.

Foto Giorgio Vacchiano e Pixabay

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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