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Negazionismo climatico, il grande inganno dell’industria petrolifera

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Negazionismo climatico, il grande inganno dell’industria petrolifera ultima modifica: 2018-07-16T08:00:45+00:00 da Davide Mazzocco
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L’industria petrolifera era a conoscenza dei cambiamenti climatici sin dalla fine degli anni Sessanta e ha costruito una gigantesca macchina negazionista tuttora all’opera

Mezzo secolo fa l’industria petrolifera sapeva che cosa sarebbe accaduto al nostro pianeta. Sapeva che le temperature sarebbero aumentate su scala globale e che i ghiacci artici si sarebbero sciolti provocando l’innalzamento del livello del mare. Sapeva che i fenomeni meteo sarebbero divenuti più estremi e che alluvioni, uragani e siccità sarebbero aumentati per numero, durata e intensità. L’industria petrolifera sapeva, ma non si è limitata a occultare le informazioni in suo possesso: per decenni ha inquinato il mondo accademico e scientifico con la disinformazione.

In tempi recenti il negazionismo ha trovato un illustre comandante in capo, il presidente statunitense Donald Trump, per niente impressionato dagli scenari apocalittici degli uragani e degli incendi che nel 2017 hanno imperversato negli Stati Uniti.

Alcuni giorni fa il governo della Repubblica Democratica del Congo ha dato il via libera alla trivellazione nei parchi di Virunga e Salonga, due scrigni di biodiversità in cui vivono specie come gli elefanti, i bombo, i pavoni del Congo e i gorilla di montagna. Chi dieci anni fa sperava in una progressiva sostituzione delle energie fossili a opera delle energie alternative deve ricredersi: in un contesto geopolitico in cui si riaffermano le destre supportate dalle lobby del petrolio, del carbone e del gas, una disinformazione diffusa e lautamente pagata è fondamentale per limitare le rivendicazioni di scienziati e ambientalisti.

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Nell’ultima edizione di CinemAmbiente 2018 il documentario Smoke & Fumes – The Climate Change Cover-Up di Johan von Mirbach ha raccontato come alcune grandi compagnie petrolifere come Exxon e Shell abbiano finanziato per sessant’anni campagne di disinformazione finalizzate a contrastare le crescenti informazioni riguardanti i cambiamenti climatici.

I documenti presenti sul portale del CIEL (Center for International Environmental Law) dimostrano come sin dagli anni Cinquanta l’industria petrolifera fosse a conoscenza dei danni che l’impiego su larga scala dei combustibili fossili avrebbe provocato all’ambiente.

A partire dagli anni Sessanta Exxon e Shell hanno costruito piattaforme petrolifere più alte e più robuste per prepararsi all’innalzamento del livello del mare e a fenomeni meteo sempre più violenti; nell’Artico le condutture sono state ancorate più saldamente per limitare le conseguenze dello scioglimento del permafrost.

scioglimento ghiacciai

Per screditare la ricerca scientifica e i pionieri del giornalismo ambientale i negazionisti si sono concentrati su errori e incertezze statistiche, hanno attribuito i cambiamenti climatici alle macchie solari e, naturalmente, hanno negato fenomeni come il riscaldamento globale e l’innalzamento dei mari.

Il sito Smoke and Fumes del CIEL, una ONG di Washington che si occupa di diritto ambientale, oltre alla cronostoria della disinformazione delle compagnie petrolifere, pubblica tutti i documenti che dimostrano la loro malafede.

Nel 1968 gli scienziati E. Robinson e R. C. Robbins dello Stanford Research Institute presentano all’American Petroleum Institute un report nel quale vengono previste tutte le conseguenze dei cambiamenti climatici e suggerite misure per limitare le emissioni di CO2.

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Nove anni prima, nel 1957, gli scienziati di Humble Oil (ora ExxonMobil) guidati da H.R. Brannon avevano presentato uno studio in cui veniva riconosciuto non solo l’aumento dei livelli di CO2 atmosferica, ma anche l’evidente contributo dei combustibili fossili a tale aumento.

Il rapporto Robinson del 1968, però, rappresenta un punto di svolta, un vero e proprio spartiacque perché, per la prima volta, tutti i leader del settore petrolifero vengono a conoscenza, al World Petroleum Congress, di uno studio che  riconosce un legame fra aumento di CO2 atmosferico, cambiamenti climatici e combustibili fossili.

Così com’era avvenuto, a partire dagli anni Quaranta, con gli studi sull’inquinamento atmosferico, dalla fine dei Sessanta l’industria petrolifera si organizza per finanziare una ricerca scientifica favorevole al proprio business. L’obiettivo è utilizzare la ricerca scientifica per plasmare l’opinione pubblica e prevenire normative e leggi sfavorevoli.

Ricercatori e accademici lautamente remunerati producono report in cui vengono date spiegazioni alternative sull’aumento delle temperature globali, si spiega come il plancton marino sia in grado di assorbire la CO2 o come le macchie solari siano alla base dei cambiamenti climatici. Il negazionismo, insomma, non è certo nato con Trump.

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Come accennato in precedenza, molte piattaforme costruite nel Golfo del Messico dalla fine degli anni Sessanta sono state progettate tenendo conto dell’altezza delle onde e dell’intensità di uragani sempre più violenti. Nel 1989 il New York Times aveva pubblicato un articolo in cui si faceva riferimento a una piattaforma  petrolifera della Shell Oil innalzata di sei piedi per compensare l’innalzamento del livello del mare.

C’è poi un aspetto altrettanto interessante nell’eterogeneo panorama delle ricerche messe in campo dall’industria petrolifera. Da quando si è compreso che il ghiaccio artico si sarebbe sciolto, l’industria petrolifera ha iniziato a prepararsi per l’estrazione di petrolio nelle aree più fredde del pianeta. Sono state progettate piattaforme, navi e navi cisterna idonee a muoversi nel mare artico. Tutto ciò che viene visto dagli ambientalisti come un punto di non ritorno – per esempio la “liberazione” del leggendario Passaggio a Nord Ovest – per le compagnie petrolifere altro non è che un’eccezionale opportunità di business.

Johan von Mirbach, regista di Smoke & Fumes – The Climate Change Cover-Up
Johan von Mirbach, regista di Smoke & Fumes – The Climate Change Cover-Up

Nell’ultimo decennio molti ricercatori hanno iniziato a documentare gli sforzi dell’industria petrolifera per finanziare le teorie negazioniste sui cambiamenti climatici. Colossi come la Exxon agivano con un doppio registro: da una parte usavano la scienza del clima per informare e plasmare le decisioni commerciali, dall’altra promuovevano l’incertezza scientifica e lo scetticismo sul clima tra i consumatori e fra le autorità deputate alla regolamentazione.

Negli Stati Uniti le richieste di indagine sulle attività di lobbying della Exxon sono state indirizzate alla Securities and Exchange Commission e al Federal Bureau of Investigation. Nelle Filippine le organizzazioni dei sopravvissuti del tifone Haiyan hanno chiesto alla Commissione nazionale per i diritti umani un’assunzione di responsabilità da parte delle compagnie petrolifere ree di avere violato i loro diritti. Se per decenni l’industria petrolifera ha lavorato per nascondere i rischi connessi alla propria attività è giusto che risponda nelle sedi opportune della propria condotta criminale.

Foto Pixabay

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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