Cinemambiente 2018: Ccà semu, il racconto di Lampedusa fra orgoglio e rassegnazione

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Cinemambiente 2018: Ccà semu, il racconto di Lampedusa fra orgoglio e rassegnazione ultima modifica: 2018-06-01T08:00:56+00:00 da Davide Mazzocco
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A CinemAmbiente un racconto corale dell’isola divenuta il simbolo della crisi migratoria del Mediterraneo

Lampedusa è un crocevia fra passato e presente, fra un Mediterraneo che è sempre stato un luogo di incontro, di scambio e di relazione e quello che oggi si vuole trasformare in frontiera. Ccà semu di Luca Vullo è un documentario che parla dell’incontro fra culture scegliendo un mix formale in cui le interviste sono precedute da una breve e intensa sequenza di animazione e intervallate da scene di danza e magnifiche panoramiche dall’alto.

Distante più di 200 km dalla Sicilia e oltre 100 km dalle coste tunisine Lampedusa è, come afferma uno dei protagonisti del documentario in concorso a CinemAmbiente, “una porta e una periferia d’Europa”. Negli ultimi anni i suoi 6.500 abitanti hanno dovuto fare i conti con le ondate migratorie provenienti dal Nord Africa. Con Ccà semu Vullo si pone in ascolto di queste donne e questi uomini che descrivono il loro rapporto di odio-amore con l’isola che è diventata in tutto il mondo il simbolo della crisi migratoria.

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“Ccà semu”, siamo qui, è una presa di coscienza in cui si mescolano orgoglio e rassegnazione. Fra le tante voci di questo racconto corale ci sono il medico che constata le paure dei turisti “cattivamente informati”, il sacerdote che auspica che l’isola torni a essere un crocevia dei popoli, l’anziana che sottolinea l’autonomia di pensiero degli isolani nei confronti di chi sta sulla terraferma.

Nella narrazione polifonica di Vullo a parlare sono anche una futura madre che deve raggiungere a sue spese la Sicilia per portare avanti la gravidanza e un’abitante che sottolinea la mancanza di cinema, biblioteche e servizi, ma anche donne, più o meno giovani, che raccontano il loro legame viscerale con “lo scoglio” che fa da ponte fra Europa e Africa.

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Abbiamo chiesto al regista Luca Vullo di raccontarci com’è nata l’idea di questo documentario.

“L’idea è nata dalla professoressa Michela Franceschelli che, insieme alla ricercatrice Adele Galipò, ha proposto alla UCL di Londra un progetto di ricerca universitaria su Lampedusa e i lampedusani che fosse supportato anche da un piccolo documentario. Le due ricercatrici avevano molto apprezzato i miei precedenti documentari ‘Dallo zolfo al carbone’ sull’emigrazione italiana in Belgio a seguito del patto italo-belga e ‘Influx’ sull’attuale emigrazione italiana a Londra e di certo la mia origine siciliana e l’aver lavorato sull’isola di Lampedusa per qualche mese come direttore artistico del Lampedusa In Festival nel 2011, mi ha garantito una maggiore rete di contatti sul campo. Ho accettato l’incarico, nonostante le ristrettezze di budget, perché mi piaceva la prospettiva di sguardo della ricerca e cioè poter osservare il tutto tramite gli occhi dei lampedusani”.

Nel tuo documentario c’è un grande equilibrio fra i diversi modi di percepire l’arrivo dei migranti. Quali sono state le tue scelte nell’affrontare un tema così delicato?

“Lampedusa è un microcosmo che può rappresentare meglio di qualunque altro il sentire di un’intera nazione sul tema dei migranti e per questo motivo bisognava essere il più onesti possibile, mostrando i profondi contrasti emotivi presenti tra gli abitanti dell’isola. Gli isolani hanno subito per un certo periodo un grave abbandono da parte delle istituzioni italiane ed europee oltre che un pesante calo di presenze turistiche. Per questo motivo è encomiabile la capacità di gestione e accoglienza che hanno dimostrato i lampedusani, nonostante vivessero in questa piccolissima isola votata esclusivamente alla pesca e al turismo”.

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Il regista Luca Vullo

Il tuo documentario mette in evidenza molte delle criticità del vivere in un’isola così lontana dalla “terraferma”. In tal senso ha una forte valenza politica. Che idea ti sei fatto della vita nell’isola?

“Lampedusa è un gioiellino nel Mediterraneo che, come tutti sappiamo, è diventato il centro simbolico dell’attuale crisi migratoria, ma spesso non si conoscono le quotidiane difficoltà di chi vive sull’isola tutto l’anno, affrontando problemi di altra natura legati all’isolamento. Vivere a Lampedusa, come in tutte le piccole isole, non è cosa semplice per molti aspetti, per esempio quelli sanitario e culturale, ma di certo ci sono dei vantaggi enormi nella qualità della vita rispetto al vivere in una metropoli”.

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Vuoi dirci qualcosa sull’animazione che apre il documentario e sull’ottimo lavoro fatto con la fotografia?

“Voilà Silvia è una bravissima disegnatrice catanese che ha saputo interpretare ed esprimere perfettamente quello che volevo comunicare all’inizio del documentario. Presentare al mondo questo angolo di paradiso dove convivono sentimenti contrastanti con questa leggerezza e poesia aggiunge molto al nostro lavoro di ricerca. Daniele Banzato è davvero un talento e ha collaborato a diversi miei progetti come operatore di macchina e come direttore della fotografia. In questo documentario oltre ad avere fatto immagini spettacolari è stato anche il montatore e colorist del doc. Lui è bresciano con base a Londra e visitava per la prima volta la Sicilia quindi gli ho chiesto di immortalare con poesia visiva tutto ciò che lo colpiva ed emozionava. Le immagini con il drone sono state realizzate da invece da Lampedusa Today il portale online più completo sull’isola gestita da due amici lampedusani, Luca Siragusa e Andrea Pavia, che ci hanno aiutato molto per la realizzazione del doc”.

Ccà semu verrà proiettato a Cinemambiente 2018, lunedì 4 giugno, alle ore 22.15, al Cinema Massimo di Torino in Sala 3.

[Foto Luca Vullo]

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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