La forma dell’acqua – L’Oscar alla favola ecologista dell’anno

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La forma dell’acqua – L’Oscar alla favola ecologista dell’anno ultima modifica: 2018-03-18T08:00:57+00:00 da Emanuel Trotto
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Il fatto

Baltimora, 1962. Elisa lavora assieme alla sua migliore amica, Zelda, in un laboratorio governativo. Quivi arriva una creatura anfibia umanoide proveniente dal Sud America. È stata catturata allo scopo di essere studiata per la corsa allo spazio contro i Sovietici. Quando scopre che, per questo, l’essere verrà ucciso, Elisa si metterà in gioco pur di salvarlo. Si sente, infatti, intimamente legata a lui…

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Il commento

«Vorrei dire a tutte le persone che sognano: usate questi sogni per parlare delle storie reali di questo mondo. Questa è una porta: apritela ed entrate». Con queste parole, all’alba delle sei del mattino (ora italiana), che Guillermo Del Toro chiude la novantesima edizione dei Premi Oscar. In mano ha i due premi maggiori (Miglior Film e Miglior Regia), e le lacrime agli occhi. Le stesse lacrime con le quali ha bagnato, a settembre, il Leone d’Oro a Venezia grazie al suo La forma dell’acqua – The Shape of Water.

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Con questo breve discorso, lui ha accolto la sua vittoria e ha sintetizzato che cosa si è, da sempre, prefissato, il cinema. Raccontare la realtà attraverso il filtro della fantasia: perché anche il più realistico dei film, non potrà esimersi da quel pizzico di artificiosità. Essa, paradossalmente, lo rende più reale, più efficace nella veicolazione dei messaggi. Il cinema di Del Toro ha sempre seguito, scrupolosamente, questa direttiva. Tramite la lente del fantastico e dell’orrore ha raccontato la storia della Spagna franchista (La spina del diavolo; Il labirinto del Fauno). Oppure i pericoli della manipolazione genetica (Mimic); ha affrontato la diversità e di come i mass media  la esaltino e distruggano (Hellboy; Hellboy – The Golden Army). Infine di una minacciosa biodiversità che ci mette alla prova come razza umana (Pacific Rim).

La forma dell’acqua non fa eccezione. In esso vengono raccolti la maggior parte di tutti questi temi, e li immerge in un altro elemento, onnipresente: l’acqua. Nel cinema di Del Toro l’acqua svolge funzioni precise: è un rifugio, è una fonte di vita e di morte, è una minaccia da affrontare. Come non ricordarla putrida in Mimic, come casa per il mutante Abe in Hellboy, oppure come pioggia incessante in Pacific Rim. Se, nei lavori precedenti, l’acqua aveva una funzione narrativa di contorno, qui la fa da padrona. È letteralmente personificata da una creatura anfibia umanoide. Non compresa, fonte di studio, oggetto da reprimere. Per tutti è una minaccia. Per  tutti tranne che per Elisa.

Lei sa cosa significa la repressione e la solitudine. Donna di mezza età vive a Baltimora sopra un cinema deserto. Condivide lo stabile con l’eccentrico pittore Giles. La sua vita è fatta di poche ore di sonno su uno scomodo divano, uova bollite per colazione e pranzo, la notte a lavorare. Fa le pulizie in un laboratorio governativo gestito dal sadico Strickland. Sua unica amica è la collega chiacchierona Zelda. Perché Elisa è una buona ascoltatrice: non può esprimere liberamente quello che prova. È muta, per colpa della crudeltà umana. Pochi la sanno capire: due sono Zelda e Giles. La terza è la creatura. Alla quale Elisa si sente, immediatamente, legata. Amore? Forse.

Qua l’acqua è la vera protagonista assoluta. Si presenta in tutte le forme possibili e immaginabili. Per prima è la pioggia che bagna, in maniera onnipresente le lunghe notti in viaggio per andare al lavoro di Elisa. Segue le gocce che si posano sul finestrino dell’autobus, le cerca di afferrare. La si trova nel pentolino nel quale fa bollire le uova o dove si immerge tutte le mattine nella vasca da bagno. Serve a lavare via il sangue dopo le torture alla creatura inerme; è verde e salmastra in prossimità della vasca nella quale quest’ultima è incatenata. E le onde si riflettono come bagliori in tutta la stanza.

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Elisa fa parte di questo universo immerso e ovattato, non quello compiaciuto e intollerante del 1962 in cui vive. In cui, nel nome dell’ambizione di varcare i confini terrestri, non si esita ad uccidere quanto ci circonda. La scusa è quella di poterlo studiare, ma non di capirlo. Ancora oggi c’è ancora questa scusante. Solo se si presta attenzione è possibile capire in quanta ipocrisia siamo immersi. Elisa, moderna Psiche, inconsciamente lo comprende. In tal senso, Del Toro scrive una delle più belle favole ecologiste di sempre. E scorre altra acqua, in forma di lacrime e commozione mentre scorrono i titoli di coda. «C’era una volta… e vissero felici e contenti». 

Scheda film

  • Regia: Guillermo del Toro;
  • Soggetto e sceneggiatura: Guillermo del Toro, Vanessa Taylor;
  • Interpreti : Sally Hawkins (Elisa Esposito), Michael Shannon (col.Richard Strickland), Richard Jenkins (Giles), Octavia Spencer (Zelda Fuller), Doug Jones (la creatura), Michael Stuhlbarg (dott. Robert Hoffstetler/Dimitrij), Nick Searcy (gen. Frank Hoyt), Lauren Lee Smith (Elaine Strickland);
  • Origine: USA, 2017
  • Durata: 123′
  • Premi: Premio Oscar 2018 (Miglior film, miglior regia, miglior scenografia, miglior colonna sonora originale – Alexandre Desplat); Golden Globes 2018 (Miglior regista, miglior colonna sonora originale – Alexandre Desplat); Mostra Internazione di Arte Cinematografica di Venezia, 2017 (Leone d’oro al Miglior Film)
  • Temi: CINEMA, BIODIVERSITA’

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Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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