Avorio – La corsa contro il tempo per salvare gli elefanti

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Avorio – La corsa contro il tempo per salvare gli elefanti ultima modifica: 2018-03-04T08:00:11+00:00 da Emanuel Trotto
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Il fatto

In Africa, negli ultimi 25 anni, sono stati uccisi centinaia di migliaia di elefanti. Oggi ne restano appena un milione e mezzo. Una mattanza dovuta al sempre più crescente desiderio, da parte di un mondo sempre più globalizzato, di avorio. Proteggere questi animali è una guerra che si combatte su più fronti. Ma bracconieri e trafficanti non sono i soli nemici…

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Il commento

Il tempo è un nemico. Lo è da sempre, da quando abbiamo incominciato a conteggiarlo. Dalla prima meridiana all’ultima volta che abbiamo controllato il cellulare. Il tempo ci è sempre stato, e sarà sempre un nemico. Essere il nemico del tempo, combatterlo, è una gara di velocità. Come quando sei nella corsia di sorpasso e cerchi di rientrare, ma il sorpassato sta accelerando. Il tempo è infido allo stesso modo. Dalle piccole alle grandi cose lui è un nemico. Sempre.

Anche il guardare un film è combattere contro il tempo. Il timore di perdere, guardando una “sola”, è sempre dietro l’angolo. Si tratta, quindi, di una battaglia per farci riflettere, in qualche modo. Questo è quello che capita alla fine della visione di Avorio – Storia di un crimine. Arrivi alla fine di quell’ora e mezza scarsa, sentendoti in colpa. Perché un minimo ti senti responsabile e ti dà, allo stesso modo, la possibilità di riflettere. Un cartello, prima dei titoli di coda, ci avverte: «Nel tempo che avete impiegato a guardare questo film, in Africa sono stati uccisi sei elefanti».

Ti senti responsabile – perché chiamato indirettamente in causa – di quelle sei morti. Ma, contemporaneamente, fa capire la drammaticità di quello che il film ha raccontato. Eppure si stava chiudendo in maniera, lieta, speranzosa, dolce. Ci si trovava alla Fondazione David Sheldrick che accoglie gli elefantini rimasti orfani, dove i visitatori possono ammirarli. Gli orfani vengono costantemente curati dai guardiani. Nello specifico, mentre uno di loro sta mettendo a dormire un cucciolo avvolgendolo con delle coperte. Un’immagine dolce, che fa commuovere, allarga il cuore. Dopo aver parlato così tanto di morte, e alla sua perpetrazione, si poteva chiudere parlando di vita.

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Avevamo già le immagini del piccolo elefante che entra nel mondo dei sogni. Veniamo nuovamente catapultati nell’incubo. Con quel cartello, per non farci dimenticare e riflettere. Perché, come il regista ci ha sottolineato più volte, dobbiamo trarre le nostre conclusioni. Lui ci ha mostrato i fatti. Non dobbiamo essere passivi, e ci tiene a ricordarlo.

Come veniamo chiamati in causa in questo film? Partendo da immagini poetiche, nobili, didascaliche. Il rapporto fra uomo e l’elefante è sempre stato di amore e odio. Simbolo di saggezza e potenza, da una parte, nemico da combattere dall’altra. Simbolo di potere spirituale che materiale, proprio grazie all’avorio. Con esso si sono sempre fabbricati amuleti, troni, crocifissi. E dove si consuma maggiormente quest’odio è l’Africa affamata. Si vede, oggi più che mai, l’elefante come cibo. Per questo molte popolazioni locali si accordano coi bracconieri in questo gioco al massacro. Massacro che vediamo nel suo compiersi (in tremende immagini di repertorio) e nei suoi risultati. L’Africa è un popolo affamato che non esita a distruggersi per nutrirsi. Anche vendere l’anima alle multinazionali cinesi, maggiori compratori di avorio. Con i Governi con gli occhi chiusi di fronte a tutto ciò.

La questione dell’avorio in Africa è una questione politica, sociologica, economica. Da una parte la popolazione che deplora i propri Governi perché investono di più nella salvaguardia degli animali selvaggi. Essi affamano la popolazione, quindi i massacri di elefanti son ben visti. Dall’altra ci sono i guardia-parco che combattono, con ogni mezzo, la mattanza. Di fronte a una giustizia inetta, spesso devono fare giustizia da sé. In alcune parti. In altre si viene incontro alle popolazioni, con aiuti ma soprattutto educando alla preziosità degli elefanti, dai bambini agli adulti.

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Per il resto del mondo l’avorio è una questione prettamente economica e di prestigio. Dalle Filippine, alla Thailandia, a Hong Kong, fino al Vaticano, l’oro bianco è prestigio. Per averlo si fanno carte false: non basta l’avorio degli elefanti asiatici morti di vecchiaia o delle tonnellate di zanne di mammuth ritrovate in Siberia. Avorio per avorio in un mucchio unico. Perché così si può farne vanto con altri, facoltosi, amici; perché è gradito dalle Divinità.

Il film mostra anche le soluzioni. Dall’inaffidabilità delle grandi ONG – che possono fare gli interessi di certi Stati – a quelle più piccole. In queste ultime risiedono la speranza e i risultati veri: dal monitoraggio degli animali, alla condanna dei trafficanti. Tutto questo perché quell’elefantino, e molti altri come lui, possano ritornare liberi e sereni. Ma dobbiamo trarre le nostre conclusioni da quello che abbiamo visto. Perché il problema non è affatto risolto, ma solo risolvibile.

Ecco il perché di quel cartello alla fine del film. Quelle parole stanno lì a dirci che tutte le soluzioni non sono altro che ramificazioni di un solo impegno e di una sola lotta. La stessa lotta che combattiamo noi, ogni giorno: quella contro il tempo. Se non lo combattiamo andremo incontro alla morte di una parte di Noi. Perché questo sono gli elefanti. Essi sono un simbolo della Nostra storia e del Nostro retaggio. Più remoto e più saggio.

Scheda film

  • Titolo originale: Ivory – A Crime Story;
  • Regia, sceneggiatura, produzione: Sergey Yastrzhembskiy;
  • Montaggio: Anastassi Yastrizhembskaya;
  • Origine: Francia, Kenya, Russia 2016;
  • Durata: 87′ ;
  • Premi: Golden Eagle Award per il Migliore Documentario 2016, Montreal Film Festival – Premio speciale della Giuria e Miglior Regia, New York City International Film Festival 2016, Première Italiana al Roma Film Festival 2016;
  • Temi: CINEMA, ANIMALI, BIODIVERSITA’.

Avorio – La corsa contro il tempo per salvare gli elefanti ultima modifica: 2018-03-04T08:00:11+00:00 da Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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