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Obsolescenza programmata, i consumatori all’assalto di un totem del capitalismo

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Obsolescenza programmata, i consumatori all’assalto di un totem del capitalismo ultima modifica: 2018-01-09T08:00:50+00:00 da Davide Mazzocco
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Teorizzata negli anni Trenta per rilanciare l’economia è la principale causa della sovrapproduzione di rifiuti elettronici che nel 2016 ha raggiunto una quota globale di 44,7 milioni di tonnellate

Lo scorso 28 dicembre il Tribunale di Nanterre ha annunciato di avere aperto un’inchiesta preliminare per “obsolescenza programmata” e “inganno” contro l’azienda produttrice di stampanti Epson. Nello scorso mese di settembre l’associazione Halte à l’obsolescence programmée (HOP) aveva sporto denuncia contro l’impresa accusandola di “programmare” la durata della vita delle cartucce di inchiostro con lo scopo di obbligare i consumatori a ricomprarle.

L’inchiesta dei servizi della Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione delle frodi (DGCCRF) dovrà chiarire se l’azienda abbia programmato il blocco delle stampe prima che l’inchiostro fosse effettivamente terminato.

Secondo il codice del consumo, queste due infrazioni sono passibili di due anni di prigione e 300mila euro di ammenda. In Francia altre denunce sono state sporte ai danni dell’americana Hp e delle giapponesi Canon e Brother, ma il tribunale di Nanterre ha aperto quella contro Epson avendo competenza sul territorio di Levallois-Perret, dove ha sede l’azienda di stampanti.

osbolescenza programmata stampanti

Negli ultimi giorni dell’anno HOP ha anche depositato una denuncia contro la Apple per inganno dopo che l’azienda di Cupertino ha ammesso di rallentare volontariamente i vecchi modelli di iPhone per spingere i consumatori ad acquistare gli smartphone di ultima generazione.

Le azioni intraprese da HOP sono un passo importante nel contrasto al fenomeno dell’obsolescenza programmata che è la principale causa dell’inquinamento da rifiuti elettronici che dilaga in tutti e cinque i continenti. Secondo i dati del Global E-Waste Monitor 2017, nel 2016 sono stati prodotti, nel mondo, 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, una quantità di materiale pari a quella necessaria per costruire 4500 Torri Eiffel. Ciò significa che, mediamente, ciascuno di noi produce 6,1 kg di rifiuti elettronici ogni anno.

Nonostante i volenterosi tentativi delle imprese che promuovono il riciclo e il riuso, le proiezioni per il futuro prossimo appaiono tutt’altro che confortanti: nel 2021 l’E-Waste dovrebbe essere di 52,2 milioni di tonnellate all’anno, praticamente un milione di tonnellate di rifiuti elettronici ogni settimana.

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La teorizzazione e la messa in pratica dell’obsolescenza programmata sono vecchie di un secolo. Se le nostre società vengono sommerse da quantità enormi di rifiuti elettronici non è per una mancanza di alternative, ma perché i grandi player del settore hanno imposto un paradigma commerciale basato sulla produzione di oggetti con un esercizio e un’efficienza limitati.

Nel 1924 il Cartello Phoebus, la lobby dei principali produttori di lampadine, decise di standardizzare la produzione delle lampadine a incandescenza limitandone la “vita” a circa 1000 ore di esercizio.

Qualche anno dopo, negli Stati Uniti della Grande Depressione, il mediatore immobiliare Bernard London propose che l’“obsolescenza pianificata” venisse imposta per legge con lo scopo di rilanciare l’economia nazionale.  Negli anni Trenta, ma soprattutto nel Secondo Dopoguerra, l’economia occidentale fu rimodellata secondo queste linee guida che, negli ultimi trent’anni, sono dilagate su scala globale con le conseguenze che i dati del Global E-Waste Monitor 2017 descrivono con grande efficacia.

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Secondo Serge Latouche, filosofo ed economista francese, l’obsolescenza programmata è uno dei tre pilastri che sostengono la società dei consumi insieme alla pubblicità e al credito.

L’obsolescenza viene programmata in modo che il guasto sia successivo all’eventuale periodo di garanzia e, inoltre, gli oggetti tecnologici vengono realizzati in modo che i costi di riparazione risultino superiori a quelli di acquisto di un nuovo modello. Messa fuori mercato la filiera dei “riparatori”, l’industria della tecnologia ha compiuto una sorta di “delitto perfetto” ai danni dei consumatori. Molti di loro, però, hanno aperto gli occhi, si sono organizzati e ora chiedono giustamente che la legge li difenda dagli abusi del tecno-capitalismo.

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Giornalista e saggista, ha scritto di ecologia, ambiente e mobilità sostenibile per numerose testate fra cui Ecoblog, La Nuova Ecologia, Terra, Narcomafie, Slow Food, Ciclismo, Alp ed ExtraTorino. Ha pubblicato numerosi saggi fra cui “Giornalismo online” e “Propaganda Pop”.

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