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Into the Storm: coi tornado, la Natura è in diretta

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Into the Storm: coi tornado, la Natura è in diretta ultima modifica: 2017-09-03T08:00:55+00:00 da Emanuel Trotto
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Il fatto

Sulla cittadina di Silverton si abbattono una serie di tornado senza precedenti. Una squadra di meteorologi e cacciatori di tempeste ha previsto che il peggiore deve ancora arrivare. La popolazione è alla mercé della tempesta, cercando rifugio dove possibile. Il tutto è testimoniato da numerose riprese, alcune amatoriali…

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Il commento

Può un evento naturale essere una metafora? Lo Sturm und Drung, l’impeto e la tempesta del Romanticismo aveva dato una risposta a questa domanda. Con esso la Natura divenne il centro del pensiero. Un occhio del ciclone nel quale l’uomo non può far altro che riconoscersi e restarne rapito. L’impeto e il sublime. Questo fa ripensare, ancora una volta a Caspar Van Friedrich, e al suo viandante che ammira una ignota e sconfinata distesa di nuvole. Fa ripensare a tutta una corrente di pittura in cui l’uomo è solo un soggetto minuscolo in un angolo, mentre tutto lo spazio è occupato da cieli color piombo, navi perse fra flutti che le sovrastano. Fulmini come vene varicose nel cielo.

Ogni volta che ci si trova ad osservare quei quadri, ci si domanda perché mai quegli omini non si mettono al riparo. Preferiscono stare sotto la pioggia, il vento, le sterzate delle onde a guardare. Guardare ed ammirare. Ma perché? Perché questo li tiene al sicuro, li fa stare bene. Sono esattamente dove vogliono stare. Perché è il solo modo di cogliere il sublime nel senso schilleriano del termine. Ovvero dell’ammirare la tempesta, e goderne di essa, perché ci si trova in una posizione di sicurezza rispetto ad essa. “Sublime” deriva dal greco hypsos che sta a significare un limite che si tocca o il superamento di un confine, che è in grado di generare emozione.

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Arrivare oltre il limite e godere della visione è quello che fanno i cacciatori di tornado. Gettarsi nel cuore della tempesta mentre tutti stanno fuggendo nella direzione opposta. Nel 1996 con il film Twister (Jan De Bont) si cercava di comprenderli, perché le tecnologie ultramoderne non sembrano fornire dati precisi sul loro arrivo. Invece ai personaggi di Into the Storm di Steven Quale del 2014, non hanno bisogno di comprenderli. Non gli interessa, se non relativamente. Vogliono solo arrivare a quel punto di non ritorno e oltrepassarlo. Per poter fornire immagini che salveranno vite, ma che siano prima di ogni altra cosa spettacolari.

Per questo Pete, uno dei personaggi che costruiscono questo film corale, vuole catturare il tornado perfetto. Arrivando a rischiare i propri capitali, e la vita dei suoi collaboratori. E intraprende una sua “guerra” personale contro i tornado, armandosi di un vero e proprio carro armato: il Titus. Una stazione meteorologica corazzata che si può ancorare al terreno e resistere ai venti più forti. Si tratta di un uomo della vecchia scuola di “storm chaser” (cacciatori di tempeste), che si affida all’occhio umano e all’esperienza. Ma Pete, suo malgrado, è affiancato dalla scienziata Allison Stone. La scienza e il cuore.

Negli Stati Uniti, i tornado sono cosa seria, e di recentissima attualità. Agli inizi di marzo e per tutta la primavera e l’estate si apre la stagione dei tornado. In particolare fra  le Grandi Pianure, le Montagne Rocciose e gli Appalachi. È in questa zona che ha il suo centro la così-detta “Tornado Alley”, l’autostrada dei tornado. Proprio in queste ore, la profonda depressione che sta attraversando il Paese, creata dall’aria calda del Golfo del Messico e l’aria fredda del Canada, è un terreno fertile. Prima si hanno violenti temporali, poi grandine violenta, poi raffiche di vento. È da queste ultime che possono generarsi i coni spiraliformi che puntano verso il suolo.

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Into the Storm rappresenta il punto limite del genere catastrofico a tema tornado. Si passa da coni multipli fino a un colosso con venti da 500 km/h. È anche il punto limite del POV come genere che fa dell’idea «Continua a girare!» la sua forza. Qui non si gira per un distorto riflesso della paura, ma per quel sublime piacere di vedere la tempesta. Il sublime di chi è al sicuro dalla tempesta, quindi anche di noi spettatori sulle nostre poltrone. Per chi gira è il desiderio di conoscere, di prevenire, ma soprattutto, di esserci. La sublimazione è essere nell’occhio del ciclone e non fuggirne. Questo viene rappresentato quando, ad un certo punto, la macchina da presa inquadra la quiete all’interno dell’occhio e sopra le nuvole. Prima di essere di nuovo catapultati giù. Ammirare la potenza e la bellezza di madre Natura per esserne poi schiacciati.

Per rispondere alla nostra domanda di apertura, la risposta è sì. Qui l’evento naturale, la tempesta, il tornado, diviene la metafora della voglia di guardare, di conoscere, a qualunque costo. Fine ultimo del cinema qui è quello di mostrare in tutta la sua tragica grandiosità la potenza distruttiva della Natura. Qui il «Continua a girare!» è una forma distorta di amore e ammirazione per la Natura.

Scheda film

  • Titolo originale: Into the Storm;
  • Regia: Steven Quale;
  • Sceneggiatura: John Swetnam;
  • Interpreti: Richard Armitage (Gary Fuller), Sarah Wayne Callies (Allison Stone), Nathan Kress (Trey Fuller), Arlen Escarpeta (Daryl), Matt Walsh (Pete), Max Deacon (Donnie Fuller), Alicia Debnam-Carey (Kaitlyn), Jeremy Sumpter (Jacob), Kyle Davis (Donk), Scott Lawrence (Preside Thomas Walker);
  • Origine: USA, 2014
  • Durata: 89′
  • Temi: CINEMA, NATURA, EVENTI NATURALI

Into the Storm: coi tornado, la Natura è in diretta ultima modifica: 2017-09-03T08:00:55+00:00 da Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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