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Radioattività nei cinghiali e crudeltà degli allevamenti: realtà da considerare

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Radioattività nei cinghiali e crudeltà degli allevamenti: realtà da considerare ultima modifica: 2017-08-11T08:00:23+00:00 da Daniela Zora
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Ormai è noto che gli oncologi consiglino diete prive di carne e un uso ristretto di altri derivati animali a chi affetto da patologia oncologica. Anche l’AIRC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) l’ha inserita nella lista delle sostanze che possono provocare il cancro. Purtroppo, i ritmi industriali cui oggi sono sottoposti gli allevamenti non garantiscono la qualità dei prodotti, tantomeno il benessere per gli animali, che all’opposto versano in condizioni estreme.

Anche le carni derivanti dalla lavorazione di animali selvatici non si salvano. Studi condotti in Germania, hanno rilevato che i cinghiali sono gli animali che più di altri hanno subìto le conseguenze dell’incidente nucleare di Chernobyl e, dunque, presentano un elevato tasso di radioattività al cesio-137.

Ne sono venuta a conoscenza nel corso della mia intervista a Giancarlo Galli, il fondatore nel 2003 del Rifugio Animali Felici Onlus. Il rifugio si occupa di salvare le vite di animali feriti e maltrattati, a Brissago Valtravaglia, nel Ticino.

Sai cosa metti nel piatto?

Forse è il caso di riflettere seriamente sul nostro consumo di derivati animali. In seguito all’annuncio dell’OMS (Organismo Mondiale della Sanità) sulla cancerogenicità delle carni rosse lavorate, l’attenzione si era accentuata. Col passare del tempo, l’allarme sembra essere cessato con minime ripercussioni sulle coscienze o con un’impropria deviazione sulle carni bianche, che però arrivano dalla medesima trasformazione di tipo industriale.

Il signor Giancarlo, purtroppo, conosce bene come vengono allevati vitelli, tacchini, mucche e galline. Mi ha raccontato di come, sempre più spesso. sono stipati in luoghi angusti, costretti ad ingozzarsi per raggiungere un peso che van ben oltre quello naturale, imbottiti di antibiotici per evitare ogni tipo di malattia, anche lieve, che potrebbe mandare in fumo migliaia di capi e quindi gli affari. Un quadro piuttosto avvilente di come gli allevamenti, soprattutto intensivi, non tengano conto degli animali come esseri viventi, ma di come li considerino semplicemente oggetti.

polli a confronto

Cinghiali radioattivi anche in Italia

A distanza di 31 anni dall’incidente al reattore nucleare di Chernobyl in Ucraina, ancora oggi le radiazioni sono radicate nel sottosuolo anche qui in Italia, a più di 2000 km dal luogo del disastro. Da allora, sono stati condotti diversi monitoraggi della radioattività, soprattutto nei territori in cui si sono verificate le prime piogge nei giorni subito successivi all’esplosione.

Lo scorso 10 marzo 2017 si è tenuto un convegno nazionale nella sede torinese dell’Istituto Zooprofilattico del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta proprio per discutere di quest’argomento.

Già nel 2013 era stato denunciato il riscontro di cinghiali radioattivi al cesio-137: dopo un anno di studi risalivano già a 166 su 1.441 i cinghiali con radioattività superiore al limite imposto dall’Unione Europea (fissato a 600 Bq/kg). Lo studio si è concluso esaminando un totale di 3.000 cinghiali in 5 anni e riscontrando la presenza di Cesio 137 nel 5% degli animali, con picchi del 44% in alcune zone montuose del Verbano e della Val Sesia.

Le zone a rischio e interessate da questo fenomeno sono, infatti, in particolare le zone Nord del Piemonte, l’area tra i due bracci del lago di Como in Lombardia e le zone montane in cui si concentrano maggiormente le precipitazioni sia nel Friuli che nel Veneto. Sconfinando, la Baviera e alcuni tratti del Tirolo in Austria sono noti per un’elevata concentrazione di animali selvatici carichi di radiazioni. Qui, i rilievi hanno stimato un tasso di radiazioni superiore alla norma: ben 2.700 becquerel al chilogrammo (Bq/kg).

Rischi per la salute dei consumatori

Una ricerca bavarese, condotta tra il 2007 e il 2012 ha considerato che su 2.077 cinghiali, 732 di questi hanno riportato livelli di radioattività superiori al limite consentito, arrivando a toccare anche il triste record di 9.836 Bq/kg. I veterinari dell’Agenzia Austriaca per la Salute e la Sicurezza Alimentare (AGES) in Baviera hanno quindi subito ammonito: un cinghiale su due non può essere destinato al settore alimentare e le carcasse vanno debitamente eliminate.

In Italia, come abbiamo visto, la situazione riporta numeri meno elevati, ma la questione non ha minor importanza. E’ fondamentale la collaborazione dei cacciatori che spesso, invece, eludono i controlli sulla radioattività e sono responsabili di ciò che finisce in tavola. Si valuta che solo il 50% della cacciagione sia effettivamente sottoposta ad analisi prima di essere avviata al consumo alimentare.

radioattività nei funghi

Non solo cinghiali

Una realtà che riguarda non solo i cinghiali, ma si estende a tutti gli animali selvatici che si cibano abitualmente di ghiande, germogli, muschi e soprattutto funghi, come per esempio i cervidi.

Di fatto, la radioattività del cesio-137 si dimezza ogni 30 anni, ma a mantenerne ancora alti i livelli sono fattori secondari. Infatti, la maggior causa di radioattività di questi animali, non risiede soltanto nel fatto che siano a stretto contatto con il terreno, ma riguarda le loro abitudini alimentari. I funghi essendo privi di radici, non si nutrono delle essenze del terreno, ma di pulviscolo. Risentono, quindi, per primi della contaminazione dell’atmosfera e ne assorbono le sostanze radioattive.  Per questo motivo, è molto importante non abusare di questi vegetali, per evitare di sovraccaricare e danneggiare i nostri reni. Inoltre, non è da trascurare la questione del piombo presente nella selvaggina, conseguenza del deposito di sostanze derivanti dalle munizioni usate dai cacciatori per colpire l’animale. Infatti, le carni di cinghiale, capriolo e cervo sono ai primi posti tra gli alimenti a più elevato contenuto di piombo.

Ecco perché l’invito è, se non a eliminare, quantomeno a limitare il consumo sia di selvaggina sia di funghi, germogli e, ahimè, frutti di bosco, verificando siano stati eseguiti i corretti controlli e ponendo attenzione alla loro provenienza.

[Fonti: repubblica.it, corriere.it, lastampa.it]

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Sensibile e curiosa per natura, animalista e attratta dalle tematiche ecologiche fin dall'infanzia. A 16 anni diventa vegetariana. Si definisce "un'appassionata" perchè mette tutta se stessa nelle cose di cui si occupa e non riesce a restare indifferente a nulla. Laureata in Scienze dell'Educazione, sempre attenta ai più piccoli e al più delicato degli esseri viventi, adora la natura, ama leggere libri in mezzo al verde e ha la valigia sempre pronta per qualche viaggio (anche immaginario). La scrittura è il suo rifugio, tratta e dialoga con le parole come fossero amiche. Con questa collaborazione raggiunge uno dei suoi piccoli grandi sogni: scrivere per un giornale!

1 Commento

  1. Cara Daniela, articolo interessante e ricco di spunti. Volevo segnalarti due imprecisioni: i funghi non sono vegetali e a differenza dei vegetali, che si procurano nutrimento in modo indipendente con la fotosintesi clorofilliana, ricavano il nutrimento dalle sostanze morte presenti nel terreno contribuendo alla loro decomposizione. Dire che si nutrono di pulviscolo è errato. Non conosco la modalità di assorbimento delle radiazioni da parte dei funghi ma sicuramente la loro fonte di energia per vivere non è il pulviscolo.

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