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I nostri abiti sono belli, puliti e giusti? Un progetto per riflettere

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I nostri abiti sono belli, puliti e giusti? Un progetto per riflettere ultima modifica: 2017-06-09T08:00:40+00:00 da Sara Panarella
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Buono, pulito e giusto: queste le parole di Carlo Petrini diventate quasi lo slogan di Slow Food a proposito del cibo. Nonostante siano ancora una meta da raggiungere indicano una destinazione in cui sempre più persone si riconoscono. Possiamo dire lo stesso anche per gli abiti che indossiamo? Quanto sono “buoni, puliti e giusti”?

Sara Conforti artista, attivista e curatrice di progetti che legano la moda ed il costume a pratiche sociali e partecipate.
Sara Conforti artista, attivista e curatrice di progetti che legano la moda ed il costume a pratiche sociali e partecipate.

Ci aiuta a rispondere a queste domande Sara Conforti, presidentessa dell’Associazione culturale Hoferlab e fondatrice dell’anticasartoriaerranteproject – laboratori nomadi per una moda sostenibile, progetto dedicato alla didattica per l’autoproduzione. Per l’Earth Think Festival ha ideato il progetto Riflessioni circolari, una serie di incontri informativi e manuali insieme proprio per ripensare a quali siano gli impatti ambientali, sociali e sanitari della produzione tessile.

Quanto sono “giusti” i nostri abiti?

Il discorso con Sara procede a ritroso rispetto alle parole chiave di Petrini dunque incontriamo prima il “giusto”. Subito appare chiaro che nel tessile molte situazioni giuste non lo sono affatto. Non esiste più il mondo dell’abito buono da usare di domenica. Compriamo spesso e a poco prezzo, molto più di quanto occorra. Riempiamo i guardaroba di magliette e pantaloni convinti di aver fatto un affare. Ma cosa c’è dietro questi abiti apparentemente così convenienti?

Il Rana Plaza dopo il crollo. Foto: counterfire.org
Il Rana Plaza dopo il crollo. Foto: counterfire.org

Sara ci pone di fronte ad una realtà drammatica ma presto dimenticata come quella che quattro anni fa portò alla morte ben 1.138 persone e ne ferì altre 2500. Il più grande incidente dell’industria dell’abbigliamento: in Bangladesh il 24 aprile del 2013, il Rana Plaza, un palazzo di 8 piani più seminterrato collassò su se stesso schiacciando gli operai e le operaie che in quel momento erano al lavoro, chiusi dentro dall’inizio alla fine del turno nonostante ci fossero segnali che indicavano nel palazzo una situazione di pericolo.

Nel Rana Plaza, tra l’altro non progettato per ospitare i pesanti macchinari dell’industria tessile e per contenere un così elevato numero di addetti, avevano trovato sede 5 ditte e tutte lavoravano per grandi e noti marchi del settore abbigliamento. Marchi di cui però non era pubblico il nome. In alcuni casi fu necessario ricorrere alla ricerca fra le macerie per ritrovare le etichette.

Lavoratrice del tessile in Bangladesh. Foto: iodonna.it
Lavoratrice del tessile in Bangladesh. Foto: iodonna.it

Ecco perché la Campagna Abiti puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, organizzazione di cui Sara Conforti è collaboratrice, istituì il donor trust found. Scopo era avere il risarcimento per le vittime del Rana Plaza ottenuto poi due anni dopo in collaborazione con ILO e ONU per una cifra di 40 milioni di dollari. Organizzazione che si è mossa e continua a farlo per avere anche una indicazione di filiera trasparente così come avviene per il cibo.

Questa tracciabilità permetterebbe a noi consumatori di conoscere dove e come è stato prodotto un determinato capo di abbigliamento. Conoscere è il primo passo per migliorare le condizioni di lavoro delle persone impiegate in un determinato stabilimento. Se migliorano queste condizioni non può che giovarne anche il modo di produzione rendendo forse la catena di produzione tessile meno impattante anche sull’ambiente.

Quanto sono “puliti” i nostri abiti?

Passiamo al “pulito”. Purtroppo anche in questo caso la situazione non è bella. Dal sito dell’Associazione Tessile e salute, nata nel 2001 proprio per monitorare e migliorare la qualità dei prodotti tessili in commercio, apprendiamo che attualmente l’8% delle malattie dermatologiche è originata dal contatto con sostanze chimiche pericolose rilasciate dai tessuti con cui veniamo in contatto.

Spesso e volentieri si tratta di abiti importati, e il valore di queste importazioni arriva a circa 12 miliardi di euro. Merce che non subisce gli stessi controlli e le stesse limitazioni di quanto avviene per ciò che è prodotto in Europa dove esiste un Regolamento europeo, il Reach che impone divieti e limitazioni.

Foto: lapam.eu
Foto: lapam.eu

Dunque ciò che è vietato sul territorio europeo a livello di produzione arriva lo stesso nei nostri abiti come importazione e, cosa molto triste, noi consumatori non lo sappiamo. La semplice etichetta non è sufficiente anche perché non sempre riporta indicazioni veritiere. Anche il Made in… che, non a caso Sara Conforti ha usato come titolo per i momenti informativi del progetto Riflessioni Circolari, può portarci fuori strada. E’ sufficiente aver cucito un’etichetta in Italia per avere il Made in Italy anche se il prodotto è stato confezionato quasi interamente altrove.

abiti
Foto: matichon.co.th

Secondo alcune ricerche effettuate in passato dall’Associazione Tessile e Salute sono risultati presenti in alcuni capi d’abbigliamento ammine aromatiche cancerogene, coloranti allergenici, metalli pesanti e formaldeide.

Quanto sono “buoni” i nostri abiti?

Con la formaldeide, arriviamo al buono o visto che si tratta di abiti, al bello. Quando acquistiamo un abito ad esempio lo vediamo appeso e sembra appunto bello, ben pulito e stirato. Sara Conforti ci avvisa: “purtroppo per tenere la piega a volte si usa la formaldeide, che è una sostanza cancerogena. In realtà non basta un solo lavaggio, ne servono almeno sei per eliminarla. E purtroppo a volte la qualità è talmente bassa che dopo questi lavaggi il capo si è così rovinato da sembrare uno straccio”.

depositphotos.com
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Ma potremmo declinarlo anche come buono per l’ambiente. In che caso lo è? Il cotone è una fibra naturale, sicuramente. Purtroppo le coltivazioni di questa pianta sono fortemente impattanti sull’ambiente sia per la quantità di acqua necessaria alla loro crescita sia per il pesante utilizzo di pesticidi utilizzati. Potrebbe il cotone biologico, essere una risposta a questo problema? Sara Conforti ci mette in guardia “solo l’1% del cotone coltivato è biologico, se ci pensiamo una quantità davvero piccola”.

Cotone. Foto: coltivarefacile.it
Cotone. Foto: coltivarefacile.it

La situazione, nonostante alcune note positive è comunque abbastanza preoccupante. Considerando che la pelle è il nostro organo più esteso e che il nostro modo di vestire rappresenta il modo in cui ci presentiamo agli altri, merita senza dubbio dedicare agli abiti e a come li scegliamo la stessa attenzione che mettiamo nel cibo che consumiamo.

Riflessioni circolari vedrà il suo momento conclusivo domenica 11 giugno dalle 18 in poi presso il Centro Incontro di corso Belgio 91. Dopo la presentazione della collezione capi ideata con la cittadinanza che ha partecipato al progetto avrà luogo l’ultimo “Madein?” che vedrà Sara Conforti dialogare con il direttore dell’Associazione Tessile e Salute Mauro Rossetti su “Sistema tessile. Impatti chimici e ambientali”.

Il progetto Riflessioni circolari e’ patrocinato da CNA Federmoda ed in collaborazione con l’Associazione Tessile e Salute e il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

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Vive a Torino, bibliotecaria. Si laurea in Filosofia interessandosi di bambini e multiculturalità e si avvicina alla psicoanalisi e alla cura del pensiero. Ha poi quattro bimbi e un cane che insieme a tanta effervescenza aggiungono interessi nuovi, maggior attenzione per l’ambiente e gli antichi mestieri e saperi, lavorazione dell’argilla, uncinetto, raccolta e utilizzo delle erbe. Una moderna “Strega in famiglia”!

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