Transition Towns: le città che puntano alla transizione green

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Transition Towns: le città che puntano alla transizione green ultima modifica: 2017-05-01T08:30:28+00:00 da Alessandra Varotto
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Cibo locale, autosufficienza energetica e riduzione dello spreco come risposta alla duplice minaccia costituita dal cambiamento climatico e dal picco del petrolio. Nella convinzione che l’unione fa la forza, e vedendo un’opportunità positiva di cambiamento, dove la maggior parte delle persone vede soltanto un pericolo.

Questi, in sintesi, i concetti chiave alla base del concetto di Transition Towns (o città di transizione), un movimento che è stato fondato nel 2005 da Rob Hopkins, 43enne inglese esperto di permacultura – cioè il metodo di progettazione agricola di insediamenti umani che imitano gli ecosistemi naturali – e che ha oggi al suo attivo quasi duemila iniziative in quarantatré Paesi diversi, fra cui America, Giappone, Brasile e Italia.

Ma cosa sono, di preciso, le Transition Towns? Utilizzando le parole di Rob Hopkins si potrebbe dire che «sono un movimento apartitico e nascono da un’esigenza di risposte concrete a molti problemi globali come il picco del petrolio o lo smaltimento dei rifiuti. Problemi che hanno un impatto gravissimo sia sul pianeta che sulla società. Essendo il nostro sistema attuale saturo ed inamovibile si è cercato di pensarne un altro che tenesse conto delle esperienze positive di tutti i movimenti ambientalisti del passato»

Rob Hopkins, fondatore nel 2005 del movimento delle Transition Towns.
Rob Hopkins, fondatore nel 2005 del movimento delle Transition Towns.

L’idea è quella di creare delle comunità che abbiano come obiettivo condiviso il raggiungimento del maggiore grado possibile di autonomia – dalla produzione di cibo all’autonomia energetica – sfruttando le ricchezze del territorio locale e divenendo capaci di affrontare le minacce che gravano sul nostro pianeta, come il pericolo sempre più concreto costituito dal verificarsi di disastri ambientali in conseguenza ai cambiamenti climatici e al surriscaldamento globale, o il fatto che, inevitabilmente, un domani il petrolio e i suoi derivati – dai quali viviamo circondati – diverranno scarsi e molto costosi, costringendoci a ripensare il nostro attuale modello di vita e consumo.

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Il movimento di transizione punta sull’azione comunitaria (dalle comunità cittadine a quelle di quartiere) per realizzare un nuovo modello sociale sostenibile, indipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza. Il termine resilienza, in una delle sue accezioni originarie, significa risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare. Oggi viene utilizzato in ambiti diversi, indicando, in generale, la capacità di reagire ad una situazione avversa e, in ambito ecologico, la capacità di un ecosistema di contrastare situazioni di squilibrio e superare eventuali minacce senza subire danni eccessivi.

Nel docu-film In Transition 1.0, dedicato al movimento delle città di transizione e che potete vedere in apertura di questo articolo, Rob Hopkins afferma: «Come possiamo integrare nelle nostre città, nei nostri paesi, la possibilità di adattarci, di rispondere rapidamente ai cambiamenti che ci circondano? Rispondere a questi problemi potrebbe dar luogo ad un rinascimento culturale, sociale ed economico». Hopkins, attraverso il suo progetto, propone di unire le forze e di lavorare tutti insieme per prepararci a un domani senza petrolio, per mitigare gli effetti del riscaldamento globale e resistergli nel migliore dei modi, dando risonanza alla responsabilità che c’è dietro ogni nostro gesto e abitudine quotidiana.

transition-townsViene pertanto incentivata l’attuazione di cambiamenti pratici, che possono andare dal piantare nuovi alberi alla costruzione di orti urbani, fino all’attivazione di imprese o progetti di tipo economico realizzati attraverso la collaborazione con le amministrazioni locali.

Nel sito italiano delle Transition Towns vengono delineati 12 passi fondamentali per dare inizio al processo di transizione. Di solito si comincia dall’ambito alimentare, promuovendo il consumo di alimenti prodotti da aziende locali o di frutta e verdura di stagione, con lo scopo di incentivare un modello di acquisto basato sulla filiera corta. Tuttavia non esiste un piano d’azione uguale per tutti, in quanto le attività poste in essere risultano essere variabili a seconda delle caratteristiche e delle esigenze tanto del singolo territorio, che della comunità che ne fa parte. In pratica, gruppi diversi mettono in atto strategie di transizione differenti e, se un’idea funziona, attraverso il movimento si diffonde successivamente in luoghi diversi.

Chiunque ne abbia voglia può andare a curiosare nella città o comunità di transizione più vicina a casa: in Italia se ne contano circa una trentina attive (qui la mappa), concentrate soprattutto al nord e in particolare in Emilia Romagna.

Transition Towns: le città che puntano alla transizione green ultima modifica: 2017-05-01T08:30:28+00:00 da Alessandra Varotto
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Classe 1985, si è laureata in psicologia sociale e della comunicazione presso l’Università di Padova, dove attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca volto allo studio e alla promozione di pratiche sostenibili quotidiane fra i cittadini. Nel tempo libero ama visitare luoghi nuovi vicini e distanti, dove fare lunghe passeggiate all’aria aperta godendo della gioia e della meraviglia che la natura è in grado di suscitare. Le piace mangiare bene (possibilmente bio e a km zero) in buona compagnia. Adora leggere ed elogia la lentezza come stile di vita più sano e sostenibile.

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