Captain Fantastic: viaggio d’iniziazione dalla foresta alla Vita

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Captain Fantastic: viaggio d’iniziazione dalla foresta alla Vita ultima modifica: 2017-01-08T08:30:37+00:00 da Emanuel Trotto
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Il fatto

Ben assieme al Leslie hanno deciso di crescere i loro figli nel cuore dei boschi dello Stato di Washington, secondo uno stile di vita alternativo, a contatto con gli elementi naturali, per affrontare le difficoltà della vita. Un idillio “rotto” dal suicidio di Leslie, malata da anni di disturbo bipolare…

Il commento

Voglio cominciare questo pezzo con delle domande. È possibile, al giorno d’oggi, vivere senza le comodità della civiltà? In realtà, la domanda corretta, sarebbe: sarebbe giusto educare i propri figli in modo da poter affrontare le “civili” difficoltà della vita, lontano dalla civiltà? E con lontananza intendo “quasi assoluta assenza” di civiltà. Per ultima: il migliore dei mondi possibili, è possibile ritagliarlo da qualche parte? Forse sono troppe domande, per così poche righe, ma mi è risultato semplicemente impossibile non farle. Soprattutto dopo la visione di un film intenso e pregno di tematiche come Captain Fantastic di Matt Ross.

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Il film è uscito nei cinema italiani il 7 di dicembre 2016, ma è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. È stato beniamino di numerosi festival internazionali come il Festival Cinematografico internazionale di Mosca e il Festival del cinema americano di Deauville.

Premettiamo che la storia è molto, molto semplice. Ben e Leslie decidono di crescere i loro sei figli nel cuore della foresta, lontano da qualsiasi forma di civiltà. Gli si impartisce loro un’educazione rigorosa e inconsueta. Sono abituati a leggere testi di sociologia e fisica fin dalla più tenera età. Non vanno a scuola, ma sono “addestrati” ad affrontare le difficoltà della sopravvivenza. Un’educazione laica, anticonsumista, a contatto con la Natura. Un evento traumatico mette in subbuglio questo piccolo e delicato mondo e l’unità famigliare rischia di sfaldarsi. Il cinema ha insegnato che le storie più semplici son quelle più efficaci. Questo film non fa eccezione.

Qui si tratta, sostanzialmente di un viaggio di formazione, una storia di un padre e dei suoi figli. Il viaggio che intraprendono è qualcosa di davvero più ampio. Infatti è proprio il caso di dirlo, un percorso evolutivo: da nomadi a sedentari. Evocativo in questo senso è la scena d’apertura: una caccia al cervo, fatta di silenzi, mimetizzazione, brutalità, unità della tribù/famiglia. Una brutalità che è un rito ancestrale di iniziazione, nel quale il figlio maggiore, Bo, passa da essere un ragazzo a un uomo. Ha raggiunto lo Zenith di una crescita che lo porterà altrove. Un’educazione che gli permetterà, essendo il soggetto zero di un esperimento possibile, di affrontare con maturità l’esistenza.

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Egli ha completato la fase iniziale di un rituale tribale aggiornato all’oggi. Ovvero, una cultura umanistica fuori dai canoni tradizionali (anziché il Natale festeggiano il compleanno del filosofo e linguista Noam Chomsky). Non solo letture, ma anche autodifesa, meditazione, corse fra sentieri impervi, scalata di pareti rocciose, resistenza alle intemperie climatiche. Viste nell’ottica di una metafora dell’esistenza dura, votata per quanto possibile, all’individualismo. Infatti Ben, a un certo punto, dice a uno dei suoi figli, sospeso nel vuoto: « Nessuno può venire ad aiutarti in questo momento!»

Per rispondere all’ultima delle mie domande (un po’ a tutte, a dir il vero) la risposta è sì. È possibile creare un ritaglio nella civiltà in cui si crea un mondo migliore, utopico, magari. Ma, mi rivolgo idealmente a tutti i genitori che leggono, quale genitore non crea uno dei migliori mondi possibili per i suoi figli? In Captain Fantastic arriviamo all’assolutismo di questo ideale che, in quanto tale, possiede le sue pecche. Il messaggio che veicola questo film è che, fra il consumismo e il ritorno alla Natura, non sono ammessi assolutismi. Perché nel mondo deve esistere una scala di grigi. Bisogna avere la maturità e l’intelligenza per comprenderla e saperla creare. E non è un compito facile. L’inquadratura fissa che chiude il film, leggermente traballante, vale più di mille parole a spiegarlo.

Scheda film

  • Regia, soggetto, sceneggiatura: Matt Ross;
  • Interpreti: Viggo Mortensen (Ben Cash), George MacKay (Bo Cash), Samantha Isler (Kielyr Cash), Annalise Basso (Vespyr Cash), Nicholas Hamilton (Rellian Cash), Shree Crooks (Zaja Cash), Charlie Shotwell (Nai Cash), Trin Miller (Leslie Abigail Cash), Frank Langella (Jack)
  • Origini: USA, 2016
  • Durata: 118′

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Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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