We are the Tide: l’Uomo di fronte alla Natura al Torino Film Festival

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We are the Tide: l’Uomo di fronte alla Natura al Torino Film Festival ultima modifica: 2016-12-04T08:30:58+00:00 da Emanuel Trotto
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Il fatto

Quindici anni fa, in un paese costiero il mare si è ritirato. Una marea che non è più tornata indietro. Come tutti i bambini abitanti che scomparvero nello stesso momento. Due fisici da Berlino vi si recano a cercare delle risposte allo strano fenomeno naturale…

Il commento

Può un evento naturale essere una metafora di qualcosa di più grande? Riformuliamo meglio la domanda. Qualcosa di grande ed incontrollabile come la Natura può sintetizzare al suo interno un messaggio più grande? E che questo trascenda pure l’evento Naturale in sé, trasformandolo in un pretesto? I banchi di scuola nelle ore di filosofia e i corsi universitari ce lo hanno insegnato. Lo Sturm und Drung, l’impeto e la tempesta del Romanticismo. Una cultura che ha portato nel XIX secolo a rivoluzioni politiche e culturali. Una cultura che ha portato la Natura, quella incomprensibile, insondabile, inspiegabile, al centro del pensiero. Un occhio del ciclone nel quale l’uomo non può far altro che riconoscersi e restarne rapito. L’impeto e il sublime. Che ha parlato soprattutto tedesco.

Una clip di "We are the tide"
Una clip di “We are the Tide”

Dalla Germania arriva un film in cui questo conubbio sembra ritornare. We are the Tide (Wir sind die Flut, 2016) di Sebastian Hinger. Il film è stato in concorso al 34° Torino Film Festival nella competizione ufficiale. Non ha vinto la manifestazione, ma si è portato a casa un (meritatissimo) premio del pubblico. In esso si riconosce il fascino del quadro di Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, per associazione di idee.

Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich
Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich

Perché? Partiamo dalla storia. In un villaggio costiero tedesco la marea si ritrae, improvvisamente, e con essa scompaiono tutti i bambini della cittadina. Quindici anni dopo la marea non accenna a rientrare e i bambini sembrano spariti nel nulla. Un giovane dottorando in fisica ha elaborato una teoria che può spiegarne il perché della marea. Ostacolato dai suoi professori, deciderà comunque di recarsi in loco con una sua ex compagna di corso. Il posto è sorvegliato dai militari e dovranno fare i conti con l’ostracismo di chi è rimasto.

Le maree sono un fenomeno spiegabilissimo. In occidente si è sempre fatto riferimento, fin dall’antichità, al ciclo lunare per spiegare questo fenomeno. Altro non è che l’annullamento fra la centrifuga provocata dal moto terrestre e l’attrazione gravitazionale della Luna sulla Terra. Calcoli e teoremi confermano questa teoria. Perché questa marea, invece, non accenna a tornare? Perché c’è tutto questo mistero attorno questo fenomeno? Più inspiegabile è l’ostilità di molti locali, con ancora la perdita dei figli e nipoti come ferita aperta.

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Molte sono le domande che il film pone, anche attraverso gli occhi dei suoi protagonisti. Sono scienziati e cercano di capire questo fenomeno oggettivamente. Forse è anche questo il problema dello spettatore più esigente che lo ha visto al Festival. Gli scivoloni narrativi, le incongruenze, gli argomenti esposti son veramente tanti e non hanno una spiegazione soddisfacente. Quindi il solo modo per poter interpretare e spiegare questo film è un altro.

Proprio qui che entra in gioco il Romanticismo nel rapporto fra uomo e Natura. Essa, nella sua bellezza, causa nell’Uomo sentimenti contrastanti che lo spaventano e, allo stesso tempo, lo rasserenano. Il protagonista della nostra storia non capisce perciò, inconsciamente, è spaventato. Ma è attratto, come una mosca sul miele, a quella battigia melmosa. Là dove prima c’era il mare. La Natura, più che mai qui viene vista come espressione di un Assoluto. Un Assoluto di fronte al quale si trovano i due giovani scienziati, in un percorso di formazione.

Questo serve loro per migliorarsi come persone. Vengono messi di fronte a tutti i loro limiti e alla loro impotenza come scienziati. Emblematica un’inquadratura dove, su di un traliccio di segnalazione urlano la propria sfida di fronte all’orizzonte e alla riva di un mare infinito ancora più in là. Non ne sono coscienti, ma quel cambiamento naturale sta cambiando anche loro. Ritorna il Viandante di Friedrich: nel quadro è un banco di nebbia indistinguibile. Nel film un orizzonte infinito.

C’è, per la prima volta, nei loro occhi una sfida. Ma anche un’ammissione di umiltà di fronte all’infinito. Sembra di cogliere pure il sublime, ovvero lo sgomento e piacere di essere di fronte alla grandiosità della Natura. Essa si incarna in una metafora più grande ancora. Manifesta il rapporto che l’uomo instaura con lei di dipendenza, che non è solo puramente biologico. Oppure sì: si parla infatti, anche del tempo che passa, come una marea, che si porta via le persone. Ma ne lascia anche altre, il futuro vero, quelle che possono cambiarsi e cambiare ciò che li circonda. Di certo è questo il messaggio più importante di questo film. La Natura, nella sua ciclicità, ci dà un’infinità di possibilità. Sta soltanto a Noi saperle cogliere.

Scheda tecnica

  • Titolo originale: Wir sind die Flut;
  • Regia: Sebastian Hinger;
  • Sceneggiatura: Nandine Gottman;
  • Interpreti: Lana Cooper, Max Herbretcher, Max Mauff, Roland Koch, Swantje Kohlhof, Waldemar Hooge;
  • Origine: Germania, 2016;
  • Durata: 84′

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Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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