Capo e croce-Le ragioni dei pastori: un soffio di speranza

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Capo e croce-Le ragioni dei pastori: un soffio di speranza ultima modifica: 2015-05-07T08:00:06+00:00 da Emanuel Trotto
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Nel 2010 migliaia di pastori provenienti da tutta la Sardegna si uniscono nel Movimento Pastori Sardi, e muovono pacificamente da Cagliari verso Roma, tentando di portare le loro ragioni fino a Bruxelles. Il loro obiettivo: ottenere tutela sui loro prodotti sempre osteggiati e declassati dai beni di importazione, far valere la predominanza di quanto hanno di più prezioso.

Qual è il primo pensiero che passa per la testa quando si parla di Sardegna? L’interrogato più prosaico immagina subito località turistiche, spiagge candide e acqua cristallina. Il più attento, alla parola “Sardegna” pensa ai grandi pascoli nei quali si muovono enormi greggi di pecore e, in seconda battuta, a quanto è buono il pecorino sardo.

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Il più delle volte si ritiene che la vera fonte di guadagno per la Sardegna derivi dal turismo delle località balneari, attraverso una visione dell’isola cartolinistica e macchiettistica: la realtà è che la vera ricchezza di questa regione non sono solo le spiagge o il pane carasau ma è, soprattutto, il latte e il formaggio prodotto da decine e decine di pastori. Sono loro il motore dell’economia e della vita in Sardegna: è con il loro lavoro che mandano i figli a scuola, all’università, nelle grandi città, a farli divenire la classe dirigente che darà un soffio di speranza alla brulla terra sarda.

Perché di speranza hanno bisogno i pastori che vedono, da decenni, il loro lavoro declassato dall’introduzione sul mercato di merci estere– soprattutto spagnole e tedesche- spacciate per sarde, la mancanza di contributi da parte della Comunità Europea (i pochi che arrivano si bloccano spesso nella Giunta Regionale), e l’assenza di una tutela sul loro bene più prezioso: il latte, per l’appunto. Qualche pastore suggerisce, come gesto estremo, quello di buttare il latte prodotto ai piedi dell’Amministrazione regionale per vedere se, gettando via il bene più prezioso dell’isola, gli animi di chi sta al potere vengano smossi, o perlomeno il loro portafoglio.

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Un gesto estremo in nome di una lotta che va avanti da oramai vent’anni, culminata con l’occupazione, il 19 ottobre 2010, da parte del Movimento Pastori Sardi, del Consiglio Regionale a Cagliari e, nel dicembre dello stesso anno, il tentativo di approdare a Roma per esporre le proprie ragioni in Parlamento. Più di duecento pastori sono stati bloccati da un imponente schieramento di forze di polizia al porto di Civitavecchia, negando loro il diritto costituzionale di circolare liberamente nel territorio nazionale. Tra questi “pericolosi sovversivi”, arrestati e picchiati da celerini rimasti impuniti, c’è Tore, c’è Giovanni, c’è Priamo, c’è Dino, c’è Felice: gente semplice, senza peli sulla lingua, innamorata del proprio lavoro. Costoro devono far fronte alle elevate spese di produzione del mantenimento di animali di allevamento, che rischiano di non essere più una fonte di guadagno come una volta, ma di debito perenne.

Una vita, una lotta che l’obbiettivo di Carboni e Pani – il loro lavoro “Capo e Croce-Le ragioni dei pastori” è il miglior documentario Italiano al 17mo Festival CinemAmbiente, membro della rete Green Film Network – raccoglie senza farne un’opera di denuncia. La pellicola è inoltre candidata, in rappresentanza del festival italiano, all’attribuzione del Green Film Network Award, che si terrà nei prossimi giorni a Saragozza nell’ambito del Festival Ecozine.

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La macchina da presa si sofferma più che sugli eventi, sui volti, sui gesti di queste persone, creando uno spaccato reale in cui i protagonisti raccontano una storia resa ancora più vivida ed intensa dall’utilizzo del bianco e nero, che uniforma i mille sguardi catturati da diversi supporti (videocamere, macchine fotografiche, cellulari) in uno solo. Un documentario quanto di più lontano esista dall’estetica con cui viene, il più delle volte, dipinta la Sardegna. Il suo scopo, prima di tutto, è eliminare la contraddizione che avvolge non solo l’isola, ma anche chi ci abita, compresi i pastori stessi.

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«Capo e Croce», ci racconta Pani, «già nel suo titolo, racconta una storia fatta di contrasti forti. Ispirandosi al “testa o croce” richiama un gioco di fortuna e sfortuna che, nel caso della vita dei pastori sardi, si traduce in una buona annata e serenità oppure nel crollo del prezzo dei loro prodotti, mesi passati in agitazione o addirittura il carcere per una condanna per resistenza a pubblico ufficiale rimediata in una manifestazione. Il bianco e nero [serve] per sottolineare e rendere ancor più evidenti questi contrasti, togliendo alla Sardegna, per una volta, quel tipo di bellezza che i rotocalchi vacanzieri, le immagini di Villa Certosa e della Costa Smeralda e le riviste di promozione turistica sono soliti proporci.». Priamo, che ha abbandonato il liceo in quarta ragioneria, fa un’osservazione acuta e per nulla scontata: “… bisogna fermarsi un pochino e pensare: dobbiamo soddisfare il nostro bisogno alimentare e basta? E non più confondere i desideri con i bisogni? Perché è quello che ci ha fatto in modo di dare soldi…si è convinti che i vizi sono dei bisogni. No, è tutto sbagliato.

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Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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