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Lettera a un futuro animalista: abbiamo intervistato Dario Martinelli

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Lettera a un futuro animalista: abbiamo intervistato Dario Martinelli ultima modifica: 2015-02-17T08:00:23+00:00 da Federica Gemma
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Tanti anni fa ho avuto l’opportunità di fare un periodo di studio all’estero, nell’ambito del progetto Erasmus, in Finlandia. Ho fatto una delle esperienze più costruttive e piene della mia vita, mi sono messa in gioco da zero e ho conosciuto molte persone significative per la mia permanenza. Il famoso e stimato semiologo Dario Martinelli è una di queste.

Avere l’opportunità e il piacere di intervistarlo a proposito del suo libro Lettera a un futuro animalista edito da Mursia è stato davvero un privilegio. A lui va davvero un sentito grazie, per essere stato disponibile, gentile, e aver scritto un grande e forte inno alla genitorialità consapevole.

 lettera a un futuro animalista

Innanzitutto grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande
Grazie a te e a voi. Mi sento onorato del vostro interesse.

Cominciamo subito allora. Tu vivi da tanti anni nel Nord Europa, cosa ti ha fatto scegliere Paesi così lontani dalla tua Bologna?
Bruce Chatwin, nel suo libro “Le vie dei canti”, dice di volersi interrogare su cosa spinga le persone a spostarsi e a viaggiare piuttosto che restare ferme in un posto. Diciamo che questa domanda mi affascina molto di più di quella Verghiana sul come mai siamo inevitabilmente attaccati alle nostre radici e incapaci di cambiare.
Come forse sai, io sono nato e vissuto in Puglia, trasferirmi a Bologna è stato un primo passo verso la comprensione che “restare a casa” non era in cima alle mie priorità, e che invece queste ultime dovevano essere la qualità della vita, la soddisfazione personale, professionale, e via così. Dopo Bologna, ho avuto questa opportunità di trasferirmi in Finlandia, per il dottorato, e anche lì mi sembrava che la qualità della vita e le prospettive fossero più importanti del rimanere in un posto cui pure mi ero affezionato molto. Poi, 12 anni dopo, lo stesso discorso è avvenuto nella scelta di trasferirmi dalla Finlandia alla Lituania, quando mi si è prospettata la possibilità di una cattedra all’Università di Kaunas e della direzione dell’International Semiotics Institute – e allo stesso tempo, la prospettiva personale di vivere nel Paese di mia moglie e per metà di mio figlio.
Il che – se posso aggiungere un inciso – mi dà l’opportunità di precisare perché mio figlio si chiama Elmis: è un nome lituano, non da figlio di calciatore.

dario e elmis
Dario Martinelli e suo figlio Elmis

Quando e come è nata la tua scelta volta a uno stile di vita più sostenibile anche dal punto di vista alimentare?
Ricordo tutto perfettamente. Era il 14 Luglio del 1994, il giorno dopo la semifinale Italia-Bulgaria dei Mondiali di calcio (per chi se la ricorda: 2-1, doppietta di Baggio). Ero già attivo in alcune associazioni animaliste, e avevo cominciato a contemplare l’idea di diventare vegetariano. Quella sera, tornai a casa abbastanza tardi ed ero affamato, e l’unica cosa che trovai di pronta consumazione fu una scatoletta di Manzotin (anche qui: per chi se la ricorda…). Per qualche motivo, non riuscii proprio a digerirla, e tutta la notte mi “tornava su”, come si suol dire. Lo presi come un segnale (io che in genere sono sempre molto materialista), e di punto in bianco decisi di smettere una volta per tutte di mangiare animali. Dicevo di essere pugliese: puoi immaginare come nel 1994 non fosse particolarmente facile essere vegetariano da quelle parti. Venivo tempestato di luoghi comuni, ogni volta che qualcuno apprendeva di questa mia scelta: “ma come fai per le proteine?”, “ma come fai per il ferro?”, “l’uomo è cacciatore per natura”, “i canini che li teniamo a fare?”, “ma perché non ti preoccupi dei problemi reali?”, e via così.
Nel libro, come sai, c’è una particolare lettera a mio figlio in cui faccio il verso al “Quelli che…” di Jannacci e Viola (o al “Tentative de description d’un dîner de têtes à Paris-France” di Prévert, per citare la vera fonte di quel pezzo), e nella quale stilo una lista di ben cento luoghi comuni inflitti agli animalisti. “Quelli che… ma come fai per le proteine?”, “Quelli che… e le piante non ti fanno pena?”, eccetera.
La maggior parte di quegli stereotipi li ho proprio accumulati nei primi anni di esperienza vegetariana.
Poi, pian piano, le cose sono diventate più semplici (e io stesso più rilassato in tal senso: all’inizio anch’io ero un gran rompiscatole!). Ho visto sempre più persone capire il signficato della parola “vegetariano”, e non suggerirmi di mangiare – chessò – un’insalata di tonno. Ho visto sempre più ristoranti avere opzioni vegetariane nel menù; ho visto persone con atteggiamento sempre meno polemico nei miei confronti; e ho visto – soddisfazione maggiore – alcune delle persone che prima mi criticavano o prendevano in giro diventare a loro volta vegetariane. E pazienza se ora si fanno belli della cosa come del risultato di una sensibilità che hanno SEMPRE avuto verso questi temi.

dario martinelli
Nel corso del tuo libro, strutturato come suggerisce il titolo, ti rivolgi a tuo figlio Elmis come interlocutore principale, con numerosi messaggi importanti sotto tutti i punti di vista. Il principale per me, è la libertà. Ci racconti qual è lo scopo/la fonte che ti ha messo la voglia di scrivere un libro come questo?

Intanto, sì, penso di essere d’accordo che uno dei temi centrali del libro sia la libertà. “Libertà” nel senso di Gaber: partecipazione. Partecipazione alla propria vita: chi è libero, “sceglie”. Preoccuparsi di certi temi, agire in tal senso, possedere consapevolezza, empatia… sono tutte “scelte”, e dunque sono manifestazioni di libertà.
Tornando alla tua domanda: il libro è nato, diciamo così, tra una piacevole incudine e un meno piacevole martello. Quando si diventa genitori, si comprende subito che ci si dovrà prendere delle responsabilità, importanti e meno importanti, verso il proprio figlio. Si capisce che si dovranno trasmettere valori, linee di comportamento, ed altro, in accordo con quello che si ritiene giusto. L’esempio che faccio spesso è quello del battesimo: pur non essendo religioso (e dunque, non avendo battezzato mio figlio), non ce l’ho affatto con quei genitori che battezzano i propri figli, perché vogliono trasmettergli qualcosa che per loro è giusto e importante. Ed è esattamente quello che fanno anche i genitori che NON battezzano: anche per loro questa azione è il risultato di un “valore”.
Ora. La piacevole incudine del caso è costituita dal fatto che a mio figlio, prima o poi, dovrò dar conto di queste mie scelte (mie e di mia moglie, naturalmente: uso la prima persona singolare, ma è ovvio che sto parlando delle scelte di DUE genitori). Specialmente se queste scelte, come il vegetarismo, lo porranno in una posizione minoritaria rispetto alla società, ai suoi compagni di scuola, ai suoi parenti. So perfettamente che ci saranno momenti difficili in cui ci chiederà come caspita ci è venuto in mente di renderlo così “diverso” dagli altri. Inizialmente, allora, e in forma privata, ho pensato di mettere giù, nero su bianco, tutte queste risposte, in modo che lui possa capire che il discorso è molto complesso, e che non è solo una questione di mangiare questo e non mangiare quello, ma è un vero e proprio modo di “stare al mondo”, che chiama in causa alimentazione, ambiente, solidarietà, economia, relazioni…
Il “meno piacevole martello” è invece proprio la società, a cominciare dai suoi membri più vicini a noi: amici e parenti. Quando si fa una scelta “minoritaria”, la società scatta immediatamente sul chi va là, e comincia a chiedere spiegazioni e a giudicarti, anche con una certa aggressività (quante volte leggiamo sui giornali che i genitori che impongono il vegetarismo ai figli sono “criminali”?). Finché porti tuo figlio ad avvelenarsi al MacDonald, nessuno ti dice niente. Hai fatto una scelta irresponsabile, nient’affatto salutare, e nient’affatto per il bene del bambino, ma hai fatto una scelta “maggioritaria”, quindi nessuno ti giudica.
Con la scelta vegetariana, invece, la società ti chiede di giustificarti, costantemente, a cominciare dalle insinuazioni degli amici e le accese discussioni con i parenti. E così, da private, queste lettere sono diventate anche pubbliche, per rispondere con calma alla società, ma anche per essere condivise con altri genitori che, come noi, hanno pensato o stanno pensando a questa scelta.
Che poi, del resto, è quello che abbiamo sempre saputo, ovvero che il privato è pubblico e il pubblico è privato. Ho cominciato a rispondere a questa domanda citando Gaber: posso chiuderla citandolo di nuovo, attraverso quel bellissimo pezzo che è “Chiedo scusa se parlo di Maria”: “È più giusto che io parli di Maria, la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam la Cambogia, Maria la realtà”.
È più giusto che parli di Elmis, perché parlando di Elmis posso parlare di vegetarismo, di società, di libertà e di valori.

Infine, e ti ringrazio per la pazienza, ti chiedo di illustrarci un tuo progetto o un tuo sogno all’insegna di una vita più sostenibile.

Ne ho tanti, come penso ne abbiano tanti tutti coloro che hanno a cuore le sorti del pianeta. Per isolarne uno, sceglierei quello che – tutto sommato – è il messaggio di fondo del libro. Gandhi, che è una delle mie più grandi fonti di ispirazione, definì l’idea di sviluppo come “tecnologia appropriata”. Il progresso di una comunità, ovvero, non si deve quantificare come qualcosa che va “avanti” o “indietro”, ma come qualcosa che va “verso”. Verso di noi, verso la qualità della vita, verso la dignità della vita. Anni dopo Gandhi, un economista di nome Ernst Schumacher definì le tecnologie appropriate come quelle innovazioni e azioni che:
1) migliorano le condizioni di vita;
2) usano con accortezza le risorse del pianeta;
3) rispettano gli equilibri della natura;
4) restituiscono alla gente il governo della “cosa pubblica”.
Ecco, io vedo la sostenibilità così. Se riuscissimo a porre queste quattro precondizioni a ogni nostra azione (almeno quelle importanti), sono sicuro che il sogno di un ambiente più sano e ospitale lo si potrebbe finalmente estrarre dal cassetto.
Sono solo quattro domande, e allo stesso tempo sono un esercizio critico (e dunque di libertà) importante.

Interrogarsi sulle condizioni di vita significa capire se qualcosa ci farà davvero “stare meglio”. Interrogarsi su un uso accorto delle risorse potrebbe farci preferire un prodotto locale a uno che ha fatto migliaia di chilometri per arrivare da noi. Interrogarsi sugli equilibri della natura potrebbe farci preferire un prodotto che non ha causato l’uccisione di animali o l’abbattimento di foreste. E infine, pensare alla gestione della cosa pubblica, significa rispondere a una domanda più sottile, ma altrettanto importante. Significa chiedersi: se faccio/compro questa cosa, è davvero una mia scelta, o sto più che altro obbedendo a leggi di mercato, mode, pubblicità e imposizioni del sistema? Ne ho davvero bisogno/voglia?

Forse, astraendo ancora di più il ragionamento, posso citare il mio motto latino preferito, che poi chiude anche il libro: “Non nobis solum, sed toti mundo nati”: non siamo nati solo per noi stessi, ma per tutto il mondo. Sarebbe bello – se mi passi il gioco di parole – non pensare al nostro ruolo nella vita in senso egoistico, ma in senso ECOistico.
Grazie a te e a tutta la redazione di eHabitat.

Buona lettura!

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Laureata in Scienze della comunicazione, con una specializzazione in sociologia ambientale, è curiosa di tutto e tutti. Tiene corsi, legge, scrive, comunica. Adora la cucina e vivere in modo sostenibile. Il suo motto è: "Ogni posto è buono per fare la raccolta differenziata, non ci sono scuse"

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