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La felicità per Carlo Petrini e Luis Sepùlveda in un libro

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La felicità per Carlo Petrini e Luis Sepùlveda in un libro ultima modifica: 2015-02-01T08:30:20+00:00 da Silvia Faletto
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Ogni essere vivente, durante la sua esistenza, cerca la felicità.

lumaca
Nella sua magnifica semplicità, il mondo animale identifica tale stato con la soddisfazione dei propri bisogni, nonostante le sfide che deve affrontare nel clima in cui si trova. Quanto più ci si ambienta, tanto maggiore sarà la felicità.
L’uomo contemporaneo difficilmente riesce ad essere felice: si carica frettolosamente di orpelli e placebo pur di non tornare ad una condizione di bisogno, vedendo in questa solo aspetti negativi e spaventosi, ben lontani dalla natura da cui effettivamente proviene.
La teologia promette la felicità in paradiso, ed il comunismo fa della rivoluzione il modo per ottenerla. In entrambi i casi, nulla viene detto del “durante”: vengono offerte regole da seguire, ma la loro pratica è legata alla cultura di cui si fa parte, e queste le rende non universalmente applicabili.

via per la felicità

Del tema in questione si occupano il famoso scrittore cileno Luis Sepùlveda e il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, che nel libro “Un’idea di felicità” tentano di darne una definizione universale e di offrire una visione dello sviluppo umano che vada aldilà delle differenze culturali, e che quindi possa essere un terreno comune da cui partire per tornare a parlare di felicità senza scontrarsi su barriere economiche ed ideologiche.

un'idea di felicità
Il romanzo, edito da Slow Food Editore, è diviso in tre partinella prima, una conversazione tra i due autori introduce al tema che verrà poi sviluppato nei due capitoli successivi.

Particolarmente interessante il concetto espresso da Carlo Petrini e condiviso da Sepulveda sul diritto alla felicità: “E’ da pretendere oggi, e su questa Terra, e partendo da quelle che apparentemente sono le piccole cose, come i semi che devono rimanere di proprietà di tutti e non soltanto di pochi che li brevettano. Piccole cose, che invece sono grandi“. (pag. 33, “Un’idea di felicità“).
In una fase di crisi climatica, sociale, economica, una felicità che parta da questa prospettiva ha la possibilità di dare una nuova luce ed entusiasmo ai processi in corso, trovando soluzioni davvero condivise e condivisibili, anche eventualmente tornando a valorizzare ciò che nella fretta dello sviluppo rischia di restare schiacciato e dimenticato.

slow food

Nel secondo capitolo, Luis Sepùlveda propone ai lettori le sue sette idee per il futuro: una di felicità, intesa come diritto ad un’esistenza piena e felice, frutto del fermarsi a riflettere prima di correre nell’abisso; una di letteratura, che opta per storie di responsabilità, tolleranza, coraggio e memoria, “punto di riferimento per capire il presente ed immaginare il futuro”; un’idea di sviluppo, che prende l’Uruguay come modello, un paese in cui i cittadini hanno scelto di diventare un paese senza povertà entro i prossimi dieci anni; si prosegue con la condivisione, per cui “la salvezza arriva attraverso il cibo”, e con il nutrimento, in cui Sepulveda ricorda che l’importanza del sedersi a tavola, in quanto il pasto è l’unione amorevole delle storie molteplici che l’hanno portato ad essere cucinato e consumato insieme.
Il capitolo si conclude con un’idea di natura ed una di politica, che ci ricorda di quanto l’ecologia sia un problema profondamente politico, con una costrizione globale a distogliere lo sguardo dalle devastazioni ambientali pur di non mettere in gioco il nostro stile di vita, e di quante menzogne atte a giustificare la massificazione della produzione alimentare ci siamo detti.

Come ampiamente dimostrato in questi ultimi anni, infatti, la produzione industriale aumenta il divario tra ricchi e poveri e nega invariabilmente il diritto all’alimentazione, al punto di non tutelare chi cerca nuovi territori per soddisfare i suoi bisogni più elementari. Non bisogna, tuttavia, perdere la speranza: nella sua esperienza, lo scrittore ha imparato che “se c’è un’idea forte è possibile vincere”.
Per terminare queste riflessioni, Sepùlveda offre il racconto “I salmoni dell’isola felice”. In quest’isola, nessuno perde mai la voglia di vincere contro le avversità, e nemmeno quando il clima è crudele si rinuncia a passare la zucca del Mate di mano in mano, intrecciando storie e realizzando una piccola di felicità.

salmone che risale la corrente
Nella terza parte, la penna passa a Carlo Petrini: tocca ora a lui esprimere le sue sette idee di futuro. Partendo ugualmente dalla felicità, che Petrini definisce come una rete di momenti dovuti alle relazioni che ognuno di noi stabilisce con il mondo intorno a sè, l’autore passa poi alla gastronomia, che da strumento diventa metodo e pretesto per raccontare la storia di Regina, una giovane intraprendente che attraverso questa scienza cerca di migliorare la realtà della Favela, che fa altresì riflettere sullo scandalo dello spreco alimentare dei nostri giorni.

Si passa poi allo sviluppo, sottolineando come sia tempo di mettere al bando la malnutrizione così com’è stato con la schiavitù, tracciando nuove vie di sviluppo e di vita, che attraverso la “lentezza” mettano in atto cambiamenti repentini e rivoluzionari. Petrini affronta poi l’idea di condivisione e di nutrimento con un elogio alla scienza delle nonne, gastronome talmente amorevoli ed esperte da saper far apprezzare ad ogni nipote la pellicina del latte bollito, il cui spirito permane ancora in Terra Madre, che conta ormai più di 100.000 soci. In entrambe le esperienze, ciò che si insegna è l’apertura mentale e la consapevolezza che il cibo è, prima di tutto, riconoscimento della dignità e della storia umana.

Infine, la natura si sposa con il cibo, in quanto questo, una volta cucinato, altro non rappresenta se non “la natura che si trasforma in cultura”. Questo cozza con l’idea di monocultura e di guadagno dall’alimentazione: in quanto esseri umani, siamo cibo e siamo energia, ma non denaro, e dobbiamo ricordarlo, tornando a vivere in armonia con ciò che ci sta intorno.

Il capitolo ed il manoscritto si conclude con l’idea di politica dell’autore, che affascina con la poesia di chi crede in ciò che fa e fa ciò che crede, senza considerare coloro che lo definiscono un “utopista”.

utopia

Poesia e politica diventano la stessa cosa, una volta cambiati gli occhiali: la poesia è politica del futuro, che oggi si esprime mettendo in azione ciò che già si combatteva negli anni Sessanta e Settanta. L’Imperialismo è diventato realtà ed è stato talmente reso pratico da rivelare il suo fallimento.

Cambiare occhiali vuol dire ribellarsi a questo sistema, non permettendo al denaro di impossessarsi della fonte primaria di felicità: il cibo.

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25 anni, vive a Torino, dove studia geografia e lavora presso la scuola del Cottolengo con bambini meno fortunati di lei. Orgogliosamente eporediese (abitante di Ivrea, per i neofiti), la battaglia delle arance è un nervo scoperto del suo carattere: a coloro che la definiscono "poco ecologista" è in grado di rispondere argomentando il contrario! Ama andare in montagna, nuotare, viaggiare, conoscere ed aiutare gli altri. Curiosa ed attenta al mondo, odia i pregiudizi ed il "è impossibile!". Ritiene che l'esperienza e il confronto siano il fondamento della civiltà e della cultura, e per questo... Fa molti errori. Ama scrivere, sorridere e prova ogni giorno a lasciare il mondo un po' migliore di come l'ha trovato. Oltre a lavorare a scuola e studiare all'università, parla 4 lingue ed è un' europrogettista. Ultimamente si sta appassionando alla fotografia. Il suo motto? "la geografia salverà il mondo!".

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