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Foodsharing Torino: quando le persone fanno la differenza

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Foodsharing Torino: quando le persone fanno la differenza ultima modifica: 2014-12-20T08:30:16+00:00 da Veronica Ottria
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C’era una volta un gruppo di persone che spiava il contenuto dei cassonetti di un quartiere. Scoprirono un giorno che la maggior parte di quel contenuto era cibo.

«Com’è possibile?», si chiesero. Il cibo è vita, ce lo dona la terra e alla terra deve tornare. Il cibo è sostanza, ma è anche spirito: non può essere rifiuto. Che fare allora?

Quel cassonetto era così pieno di alimenti ancora utili al consumo: come erano finiti lì? Chi li aveva gettati? E perchè poi?

Alzarono gli occhi, al di là del cassonetto, e videro un negozio. Un negozio che, guarda caso, vendeva proprio quegli alimenti gettati. «Che si fa?», chiese uno di loro. «Adesso entriamo e rimproveriamo il negoziante!», disse un altro. «Sì, dài, facciamogli vedere che ha sbagliato!», «Insegnamogli come si fa!», fecero in coro in molti. «No, ragazzi, aspettate: entriamo e parliamo con quella persona, capiamo cos’ha da dirci, le sue motivazioni, collaboriamo con lui!».

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Sembra una fiaba, ma è la realtà: ecco com’è nato il progetto Foodsharing Torino.

Sai che novità, direte voi. Di progetti di recupero e condivisione dello scarto alimentare ne è pieno il mondo. In Germania e in particolare a Berlino hanno una rete talmente vasta ed organizzata da cui c’è solo da imparare, penserete. È vero, non avete tutti i torti. Ma quello che fa la differenza nel Foodsharing a Torino sono le PERSONE. Il commerciante che mette a disposizione il suo scarto, così come il ragazzo che lo raccoglie, la signora che lo trasforma e lo fa ritornare alimento, le bariste che mettono a disposizione il locale per fare una cena a costo zero, l’impiegato che confessa la ricetta della nonna per cucinare la tal cosa.

Quelle persone da cui è partito tutto ciò, quelle che hanno voluto cercare il dialogo e la collaborazione col commerciante invece di additarlo, quelle che lo stanno portando avanti e facendo crescere, quelle persone lì hanno teste e cuori, sono vive. Non offrono un semplice modello entro cui inserirsi, nè sono un gruppo a tutti gli effetti. Quelle persone vivono. Quelle persone SONO il foodsharing.

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È vero, esiste una pagina Facebook, e la tecnologia senza dubbio aiuta molto nel coordinamento e nella rapidità del reperimento, smistamento e trasformazione del cibo. Ma, ripeto, sono le persone a fare la differenza: risulta inutile e sterile creare supporti digitali, se i singoli non riescono ad essere autonomi.

Il foodsharing, per lo meno così come lo si vede a Torino, è occasione di ritorno a se stessi, agevolati nella socialità: interagendo con gli altri, possono avvenire cose “magiche”, che in realtà null’altro sono se non la vita stessa.

Una frase per sintetizzare il concetto? «Se tu lo partecipi, accade». E’ decisamente preferibile vivere le esperienze in prima persona, perché se qualcuno te le racconta non sarà mai la stessa cosa. Non esiste un “decalogo del foodsharer”, nè delle regole da seguire o delle situazioni da evitare: viene lasciata ai singoli ampia libertà, nei tempi e nei modi di sperimentazione del concetto.

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I foodsharer torinesi non hanno quel tipico senso di appartenenza ideologico che caratterizza quasi ogni aspetto della nostra società: la decisione di appartenere al gruppo (se così lo possiamo chiamare) nasce dal fare.

Quello che da mesi era nella pancia delle persone che hanno fatto timidamente nascere il progetto, con i primi recuperi di banane ammaccate del supermarket di quartiere e di patate cotte del ristorante là dietro, è esploso quando hanno avuto la fortuna di conoscere di persona Raphael Fellmer, che da quattro anni ha fatto del foodsharing la sua ragione di vita, grazie alla quale riesce a vivere senza interagire col denaro. Si è trattato di un incontro molto informale di fine estate al parco del Valentino: quella è stata l’occasione che ha messo in moto cuori e menti e che ha reso consci delle enormi potenzialità del progetto, facendolo diventare quello che è oggi e che sarà in futuro.

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Finalmente si sta tentando di non andare “contro” ad un processo che non piace, ma si prova ad andare “verso” la realtà che piacerebbe. Forse è una delle prime volte, per lo meno in epoche recenti, che la più citata frase al mondo di Gandhi («Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo») è capita e messa in pratica. Nel piccolo, partendo dal basso. Come meglio esprimere il concetto di Glocal (Think Global, Act Local)?

Il foodsharing a Torino non riceve aiuti economici nè finanziamenti di alcun tipo: semplicemente si autofinanzia, saltando il passaggio del denaro. Un ritorno allo scambio, se così vogliamo vederlo: non si è mai sentito di qualcuno che trangugiasse soldi per riempirsi la pancia!

Condividere il cibo, in questa ottica, è un dono. Regaliamo un po’ di tempo a noi stessi, regalando la nostra presenza a noi stessi. Il foodsharer rallenta, non perchè è costretto a farlo, ma perchè lo vuole fare. E rallentando ricomincia ad ascoltarsi.

Definitemi romantica, sognatrice o semplicemente fricchettona, ma quando sento storie come queste ritorno ad avere fiducia nel genere umano!

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Laureata in Comunicazione, un Master in Comunicazione per la Sostenibilità, una dose infinita di dilemmi etici. Con i bambini piccolissimi ha trovato la sua dimensione: baby-sitter da sempre ed educatrice di prima infanzia da poco. Bacchettona della raccolta differenziata, fissata con la cosmesi naturale, attenta lettrice di etichette, esploratrice di erbe, vegetariana, legge molto, cucina e cuce ancora di più... Una donna all'antica, insomma! Ama soffermarsi sulle piccole cose, scoprire odori e gusti nuovi, i flashback improvvisi, le facce delle persone, i bambini e gli animali: quell'empatia che con loro è così naturale. Il mondo che vorrebbe... nella sua testa esiste già!

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